L’aveva seguito docilmente fino al Grand Hotel Danieli, non era sembrata per nulla colpita dal lusso della suite, si era tolta le scarpe col tacco e le aveva scalciate lontano. Si era lasciata baciare, senza chiudersi ma senza darsi la pena di partecipare.
Poi era salita in piedi sul letto e, spogliandosi, l’aveva avvisato, con un tono vagamente burocratico, delle sue preferenze in fatto di sesso.
A lei piacevano le donne, aveva detto, nuda, guardandosi nello specchio dell’armadio.
Aveva un corpo pieno e materno, stranamente maturo per la sua età, gonfio di vita e bianco e tondeggiante, una bellezza cinquecentesca, scesa da un soffitto affrescato o da una tela del sedicesimo secolo.
Raffaello Sanzio, Cupido e le tre grazie, o Il trionfo di Galatea.
Tre mesi dopo si sposavano, con la benedizione della famiglia di lei, che non aveva mai osato sperare in una conclusione così prestigiosa alle intemperanze della pecora nera e all’insaputa della famiglia di lui che, essendo maggiorenne, non aveva ritenuto necessario avvisarli.
«Anche il nostro inossidabile legame è nato grazie alla mia povertà e ai tuoi soldi», disse Fanny, allungandosi per prendere la mano di Von Arnim, che era secca, con le vene in rilievo e piccole macchie color ruggine.
«Leggi nel pensiero, adesso?»
«Non era difficile», disse Fanny, e avrebbe voluto aggiungere che sapeva ancora decifrare il tipico sguardo vitreo di chi sta ricordando la sua gioventù, ma la tosse le impedì di continuare.
Con delicatezza Von Arnim le sfilò il sigaro dalle dita grassocce. Lo spense.
Il respiro, dopo la tosse, si era fatto difficile e breve.
«Prendi fiato, disgraziata. Parlo io. Non mi sono arrampicato fin quassù per discutere della piccola Betta. Mi sono innamorato come cento altre volte. Ma la vecchiaia mi mette al riparo da qualsiasi passaggio all’atto. O anche soltanto al pensiero. Posso rifugiarmi nella generosità come l’orco si mescola alle statuine del presepe. Senza che nessuno lo trovi disdicevole. E lo farò.Oppure non lo farò. Non ha nessuna importanza.»
«E allora perchè…» sussurrò Fanny, lottando per dare un minimo di sonorità alle parole.
Si sentiva soffocare.
Flo, la donna che si occupava della casa, arrivava la mattina molto presto. Dalle due in avanti, orgogliosa com’era, Fanny fingeva di essere ancora autonoma, indipendente.
Non le piaceva l’idea di essere vista mentre moriva.
Da nessuno, neppure da Von Arnim.
Chiuse gli occhi.
Lo sentì stringerle la mano, che era fredda e sudata .
Riprese a parlare dominando un principio di spavento.
«Ti sei arrampicato fin qua perché moriremo, tutti e due. Prima io, probabilmente. Poi morirai anche tu. È questo, quello che abbiamo davanti.»
Von Arnim cercò un tono gioviale, nel magazzino delle sue finzioni, in genere ben fornito.
«Avevo voglia di vederti, ecco perchè mi sono arrampicato fin qui, sei pur sempre la mia moribonda preferita. Da quando hai scelto questa sorta di crioterapia montana ci siamo condannati a frequentarci meno di quanto vorrei ma…»
Fanny non lo ascoltava.
Tuttavia… era felice di sentire la sua voce, di sentirlo vicino a lei.
«Ho capito», mormorò, appena udibile e proprio per questo riuscendo a interrompere Von Arnim per farsi ascoltare, «non vuoi mandare sprecata la mia agonia, dovessi dire qualcosa di interessante…uno dei tuoi calcoli da accumulatore di capitale».
Von Arnim rise, mentre un’ondata di gratitudine lo investiva, facendogli lacrimare gli occhi, già provati dal fuoco del camino.
Stava piangendo?
No, non erano esattamente lacrime, si trattava di un fenomeno fisico, naturale, come sarebbe successo a giorni attorno a quella odiosa baita: si trattava del disgelo.
La crosta di ghiaccio che l’aveva conservato inappuntabile fino a quel momento, si stava, inequivocabilmente, sciogliendo.
(39 – Continua)