C’è una domanda inevitabile quando si parla di Italo Calvino (nella foto). La domanda è: di quale Calvino vogliamo parlare? È la questione che affronta Domenico Scarpa in apertura del suo libro-monstre o libro-sfera o libro-mosaico, Calvino fa la conchiglia. Sottotitolo: La costruzione di uno scrittore (editore Hoepli). Un saggio di oltre 800 pagine, che nel centenario della nascita di Calvino ci invita a percorrere tutta quanta la storia di questo scrittore e intellettuale plurale. L’immagine della conchiglia richiama un racconto dello stesso Calvino, l’ultimo delle Cosmicomiche, intitolato La spirale, una sorta di autobiografia mascherata che cade esattamente a metà del suo cammino di scrittore, tra il 1945 dell’esordio e il 1985 della morte. Quel racconto è la storia di una costruzione di sé: ma a leggere il libro di Scarpa è come se Calvino avesse ricominciato di continuo a costruire sé stesso in modo nuovo.
Nel famoso saggio Scrittori e popolo del 1965, Alberto Asor Rosa attaccava, da sinistra, il neorealismo come estrema propaggine della letteratura populista ottocentesca. E definiva Il sentiero dei nidi di ragno, il romanzo in cui Calvino raccontava la guerra partigiana, «una summula del resistenzialismo di sinistra, e al contempo un repertorio di luoghi comuni…». Ma era appunto, quel 1965, l’anno in cui Calvino aveva virato verso l’immaginazione sfrenata della narrazione galattica, quella delle Cosmicomiche. Tant’è vero che nel 1983, Calvino disse che ai rimproveri di Asor Rosa sull’«impegno» avrebbe potuto rispondere irridente: «Be’, io che ne so? Io mi occupo di astronomia». Ma non c’era solo l’astronomia, Calvino nel frattempo aveva già costruito altri numerosi Calvino: per esempio, l’autore della trilogia araldica dei Nostri antenati e il curatore e traduttore delle Fiabe italiane. Senza dimenticare che nel 1963 aveva ottenuto un gran successo con i racconti di Marcovaldo, avviandosi a cambiare ancora negli anni 70 ricostruendo sé stesso sul modello della letteratura combinatoria francese. Calvino non è un solo Calvino, ma più scrittori in uno, come avverte Scarpa. Al punto che risulta difficile a lui stesso, in un’intervista del 1978, definirsi una volta per tutte: «Forse per capire chi sono devo osservare un punto nel quale potrei essere e non sto».
C’è di più. Allo scrittore-scoiattolo (in fuga da sé) si aggiunge un’altra auto-edificazione non meno importante. Quella dell’editore e del critico. Mai dimenticare un bilancio che Calvino fece nel 1979: «Il massimo tempo della mia vita – diceva – l’ho dedicato ai libri degli altri, non ai miei». Su tale versante, Il libro dei risvolti (appena uscito da Mondadori, a cura di Luca Baranelli e Chiara Ferrero) offre punti di vista interessanti. Come ci informa Tommaso Munari nell’introduzione, Calvino è stato un grande autore di risvolti editoriali, schedine, fascette, quarte di copertina da quando, nel 1947, dalla redazione torinese dell’«Unità» approdò alla casa editrice di Giulio Einaudi e di Cesare Pavese. Ventiquattrenne, entrato nel servizio stampa e impiegato alla stesura di un «Bollettino» destinato a giornalisti e librai, Calvino adempie al suo lavoro con abnegazione quasi ossessiva. Si chiamano «paratesti» le parti accessorie di un libro: copertine, introduzioni, prefazioni, indici, risvolti eccetera. Per Calvino quelle parti non sono per nulla accessorie, anche se per lo più appaiono rigorosamente anonime, tant’è vero che è sempre stato lui a scrivere i paratesti dei propri libri.
Fatto sta che anche il Calvino editore è tanti editori diversi. Il curatore di collane comincia la sua carriera nel 1949 con i tascabili della Piccola Biblioteca Scientifico-letteraria, per cui appronta prefazioni ai singoli libri, con notizie dell’autore, trama e chiave di lettura di opere d’ogni tempo.
Si sarà capito che il tratto tipico di Calvino è che le sue presentazioni sono anche eccezionali chiavi di lettura critica: in qualche caso autentici «microsaggi»
La sfida è usare le parole giuste per farsi capire dall’«uomo della strada» senza essere banale. Romeo e Giulietta di Shakespeare è un «poema della gioventù e dell’amore; un amore che ha il trepido stupore della prima rivelazione e la pienezza d’una stagione di vita assoluta». L’Eugenio Oneghin di Puškin è un «romanzo d’anime romantiche», di un «romanticismo che nega e uccide se stesso». Capitani coraggiosi di Kipling è «la storia d’un’educazione». Impressionante capacità di sintesi e di chiarezza. Nell’introduzione dell’Agnese va a morire, il romanzo resistenziale di Renata Viganò, si avverte addirittura la partecipazione dell’ex partigiano che elogia il popolo quando «assume la responsabilità del suo avvenire».
Grazie al talento mostrato nel mestiere editoriale, l’azione di Calvino si estende in breve ad altre collane: d’ora in poi i paratesti di tutte le opere narrative spettano a lui, con la sola eccezione della collana dei Gettoni, sorta di palestra per giovani scrittori, diretta con Vittorini. Centopagine sarà una sua invenzione del 1971, in cui proporrà per più di un decennio opere minori (e brevi) di grandi classici. Giustamente Munari sottolinea la differenza tra recensione e risvolto: la prima ha necessariamente carattere critico, il secondo si propone di attrarre acquirenti (e lettori) potenziali mettendo in luce solo i pregi del libro. Altra cosa ancora è il parere di lettura, da cui dipende la pubblicazione di un manoscritto. E anche questa è stata una specialità di Calvino, che spesso consegnava i suoi giudizi, oltre che alle schede editoriali ad uso interno, anche alle lettere inviate agli autori (gli epistolari editoriali calviniani sono quanto di più avvincente si possa leggere).
Calvino «risvoltista» rimase fedele a Natalia Ginzburg e a Pavese che era stato il suo maestro in editoria e del quale avrebbe poi curato le raccolte epistolari postume e il diario intitolato Il mestiere di vivere. Si sarà capito che il tratto tipico di Calvino è che le sue presentazioni sono anche eccezionali chiavi di lettura critica: in qualche caso autentici «microsaggi». Il risultato è che molti dei maggiori scrittori italiani vengono promossi e presentati al pubblico dalle sue parole: Bassani, Cassola, Quarantotti Gambini, Carlo e Primo Levi, Mastronardi, Sciascia, Manganelli, Fenoglio, fino a Biamonti, De Carlo, Del Giudice. E l’elenco si estende agli stranieri: Malamud, Pardy, Tournier, Queneau, Bellow… Nella fase di maggior prestigio l’editore-promotore Calvino firma i «suoi» risvolti per dare ai libri scelti un marchio d’autorevolezza supplementare. Ma in definitiva lo stile-Calvino, anche nei paratesti, è talmente inconfondibile da non richiedere nessuna sottoscrizione.