Mrs India Bridge è una signora americana di cui ci si innamora, bastano poche righe del romanzo scritto da Evan S. Connell nel 1959. Einaudi ha il grande merito di ristamparlo, in una nuova traduzione: Giulia Boringhieri ha raccolto il testimone da Leonardo Gandi, che nel 1990 aveva curato e introdotto ai lettori italiani la versione uscita da e/o. Le traduzioni invecchiano peggio degli originali, per questo i classici sono di continuo riproposti. Ma in questo caso non siamo sicuri che ne valesse la pena. Sarà che il romanzo lo sappiamo quasi a memoria, per averlo letto, riletto e molto consigliato (anche molto prestato per fare proseliti, il volumetto è sempre tornato indietro con nostra grande gioia), quindi uno finisce per affezionarsi.
La precedente traduzione conserva un sapor d’antico che ben si addice al personaggio: una casalinga di Kansas City che va a vedere il film La via del tabacco – da Erskine Caldwell, diretto da John Ford nel 1941, e un po’ si scandalizza. Non esce mai senza calze. Ha un marito taciturno, figli da crescere, aiuti domestici, amiche con cui passare i pomeriggi, annoiandosi quanto basta.
«L’avevano chiamata India: non era mai riuscita a farci l’abitudine. Forse, all’atto di sceglierle il nome, i suoi genitori pensavano a qualcun’altra. O magari ci speravano, in una figlia diversa». Comincia così il primo dei capitoletti – sono 117 – che compongono il romanzo (fu portato sullo schermo nel 1990 da James Ivory, con Paul Newman e Joanne Woodward, unendo a Mrs Bridge il libro che Evan S. Connell dedicò al consorte Mr Bridge). Sbriga in una pagina e mezza «Amore e matrimonio». E il lettore si domanda, non immaginando le meraviglie che lo aspettano, cosa mai racconterà nelle altre 190 pagine?
Intanto godiamo il corteggiamento – «diventerò un avvocato di successo, porterò mia moglie a fare un viaggio in Europa», unico tocco di romanticismo qualche quartina del Rubaiyat, scritto nel 1100 dal poeta persiano Omar Khayyám – e conosciamo le prime delusioni della vita coniugale. Da citarsi per intero.
In Mrs Bridge non succede granché, è la bravura di Evan S. Connell che sorprende a ogni riga. «Nei primi tempi di matrimonio, tanto incalzanti si mostravano gli ardori di suo marito che non era spiacevole vederlo infine prender sonno. Ma poi lui cominciò a dormirsi tutte le notti di filato, e accadeva che sempre più spesso lei si svegliasse per restare con gli occhi fissi, nel buio, a interrogarsi sulla natura degli uomini». Una notte, allunga un braccio verso il consorte. Lui ricambia l’abbraccio, e si addormenta. Conclusione, straziante: «Fu quella la notte in cui Mrs Bridge concluse che se il matrimonio poteva anche essere fondato su principi di equità, l’amore in sé non lo era affatto».
Evan S. Connell era nato a Kansas City nel 1924. Oltre a Mrs Bridge – e al parallelo Mr Bridge, che inizia con la frase «Spesso pensava: la mia vita è cominciata davvero quando ho conosciuto India», dimostrando un cuore che la consorte non aveva considerato – ha scritto una decina di romanzi. Considerato da una fine lettrice come Joyce Carol Oates «uno degli scrittori americani più interessanti e intelligenti» – è morto quasi novantenne in una casa di riposo a Santa Fe, senza terminare l’intervista che la Paris Review gli aveva proposto, francamente fuori tempo massimo (in italiano era uscito anche Diario di uno stupratore, Feltrinelli 1968: oggi farebbe infuriare le donne del movimento «Se non ora quando»).
E dunque cosa scrive nelle restanti pagine, uno che in poche righe fa il preciso ritratto di un corteggiamento e dell’amarezza coniugale (dimostrando che a uno scrittore non servono tante parole, servono le parole giuste)? Racconta la vita di una signora benestante tra la prima e la seconda guerra mondiale, quando si compravano i dischi con il corso di spagnolo (abbandonato dopo poche lezioni) e si leggevano volumetti per «ampliare il proprio vocabolario in trenta giorni». «Nel giro di un mese sentirete i commenti positivi degli amici» prometteva la copertina (anche questo lasciato dopo pochi esercizi, i commenti degli amici evidentemente latitavano).
Indimenticabile il corso di pittura. Mrs Bridge dipinge una Leda con il cigno. E anche qui, si può solo citare, inchinandosi: «Dritta come un manico di scopa, le mani dietro la schiena e i piedi immersi nell’acqua, perché le mani e i piedi le davano sempre problemi. Poi le mise addosso un costume da bagno a fiori quasi uguale a quello che aveva lei. Le calzava a pennello».