Dove e quando

Ma nuit au Musée, Babel Festival, Teatro Sociale, sabato 17 settembre alle 14.00. www.babelfestival.com

Jakuta Alikavazovic

Una notte al Louvre

Babel Festival, da Bellinzona a Parigi, viaggio letterario nei musei
/ 12.09.2022
di Jakuta Alikavazovic*

La casa editrice parigina Stock da qualche tempo ha avviato un particolare progetto e cioè quello di invitare scrittori e scrittrici a trascorrere una notte in un museo e da questa esperienza dare forma e sostanza a un testo. Ne sanno qualcosa Léonor de Récondo che si è lasciata ispirare dal Museo El Greco e Jakuta Alikavazovic che invece ha trascorso una notte al Louvre. Entrambe saranno presenti a Babel (Festival di letteratura e traduzione 15-18 settembre) e noi in anteprima vi proponiamo un assaggio del testo di Jakuta Alikavazovic dal titolo Comme un ciel en nous (Prix Médicis Essai 2021) tradotto da Josephine Bohr.

 

Sono in molti ad accogliermi, a scortarmi, a essere contenti per me, con me, dell’esperienza che mi aspetta. La loro sincerità mi tocca. Sono riconoscente. Nel fondo della mia riconoscenza, c’è già la voglia di vederli andare via, la voglia di essere sola. Non è una cosa da dirsi, non alle persone che mi accompagnano, che mi sostengono. Cosa penserebbero del mio progetto? Di quello che gli ho taciuto? Cosa penserebbero di me? La Sala delle Cariatidi, che prende il nome dalle quattro figure magistrali a sostegno del piccolo balcone al di sopra dell’entrata, risuona delle nostre voci. Sono tutti allegri, un po’ esaltati; sono felici per me. Condividono il mio entusiasmo – quello che dovrebbe essere entusiasmo. Mi fermo davanti al Satiro danzante. Qualche settimana prima mi ero messa qui, con mio figlio nel marsupio. Lui aveva alzato lo sguardo verso la scultura. Le aveva sorriso. Dal suo sorriso mi sono accorta che non faceva nessuna distinzione, assolutamente nessuna, tra quel viso di pietra e uno vivo. Quando racconto l’aneddoto al sovrintendente, mi risponde che il Satiro danzante faceva parte di un gruppo scultoreo. Mettermi dove mi sono messa, dove si è messo mio figlio, così piccolo, significa stare al posto della ninfa che il satiro, chinato, con le braccia leggermente aperte, invita a danzare – questo invito, il vero soggetto della scultura, il mio bambino l’ha capito d’istinto, prima di me. La ninfa esiste ancora, ma è a New York. È triste che queste due figure siano separate? Si può vederla in due modi: come un invito precluso, un incontro che non è potuto accadere. O come un invito che abbraccia migliaia di chilometri, un oceano intero. Che crea un campo di forza nel quale, senza esserne consapevoli, compiamo delle evoluzioni. Sì, il mondo potrebbe essere questo, un invito invisibile alla danza. E noi non lo sappiamo.

O forse siamo noi che, di volta in volta, prendiamo il posto della ninfa mancante. Forse siamo noi quelli che il satiro incita a danzare: noi che, nell’istante in cui incrociamo il suo sguardo, possiamo scegliere di restituirgli il sorriso, accettare l’invito. Tra poco, nel buio, a piedi nudi sul pavimento avorio e corallo della Sala delle Cariatidi, danzerò con lui, danzerò con tutti loro. […]

Le luci in questa parte del museo si spegneranno a mezzanotte, mi hanno avvisata, e il responsabile della sicurezza mi ha prestato la sua torcia. A volte la pila si consuma in un colpo solo, mi dice, e a me viene difficile crederci; ma chissà quali regole valgono in questo spazio, quando scende la notte. A volte la pila si consuma in un colpo solo e la torcia si spegne. Non penso stasera. Gliene ho messa una nuova. Ma non si sa mai.

Dopo una giornata sotto il sole cocente, le pietre, passive solo in apparenza, restituiscono il calore che hanno assorbito di ora in ora. Di notte, l’estate risale dai pavimenti, dai muri, è come un respiro trattenuto troppo a lungo, un’espirazione di sollievo. Quando se ne sono andati tutti, le colonne, le lastre, i piedistalli e le statue del Louvre restituiscono innanzitutto il rumore dei passi, l’eco di tutte le parole dette durante la giornata. È difficile da descrivere; è come se la schiuma superficiale, calorosa, del giorno e delle visite risalisse per evaporare. Ci vuole tempo prima che si instauri un vero silenzio. Una sala, anche deserta, si svuota a poco a poco.

Questa è la prima ondata. Poi tornano, girano e girano e scompaiono, tutte le rappresentazioni del Louvre. Perché questo museo è un luogo comune. Forse più di ogni altro. Un luogo comune come lo è Parigi, un luogo comune, un luogo visitato e rivisitato dalla finzione, dalle fantasie; un luogo in cui non è necessario aver messo piede per conoscerlo. Qui vengono montati più di quattrocento set all’anno; ma a una persona qualunque, a me e a voi, basta un videoclip dei coniugi Carter, Beyoncé e Jay-Z (236.424.078 visualizzazioni su YouTube a oggi), un episodio di Arsène Lupin o di Belfagor o Il fantasma del Louvre – o anche solo sentirlo nominare; basta che ridiano Il codice da Vinci o un film di fantascienza con Tom Cruise, un film delizioso dove è tutto un ripetersi e un balbettare e in cui si vede quello che alcuni temperamenti, tra i quali forse il mio, muoiono dalla voglia di vedere: la piramide di vetro distrutta. Basta un niente. Al contrario di molti altri luoghi, il Louvre non appartiene a chi lo frequenta. Non appartiene a chi si prende la briga di percorrerlo e conoscerlo; non appartiene nemmeno a sé stesso. Durante la prima ora, sono queste le immagini che si levano dalle superfici e sfarfallano un istante – a meno che tutto questo non avvenga solo all’interno delle mie palpebre – prima di disperdersi. Poi resto solo io. Un corpo con un secondo fine. Un corpo in un posto immenso, pieno di riverberi e di echi, che intimidisce come intimidiscono i luoghi che non si riescono ad abbracciare interamente con lo sguardo. Come intimidiscono i luoghi dove tutto – con ogni probabilità anche il telefono per le emergenze – è più vecchio di noi.

Rifaccio il giro delle gallerie, da sola questa volta. Cerco di sembrare il più naturale, il più disinvolta possibile; non sono ancora del tutto convinta della mia solitudine. Faccio risuonare i tacchi appena più di quanto sarebbe naturale, come per avvertire del mio arrivo. Ma avvertire chi? In questo primo giro, non tocco niente. Faccio bella figura, credo.

Poi mi tolgo le scarpe. Scivolo sulle lastre del pavimento come facevo da piccola, o piuttosto come sognavo di fare visto che qualcuno – o l’idea di qualcuno – veniva sempre a contrastare questo slancio: mio padre, un custode, una visitatrice americana. Scivolo e ballo, scivolo e ballo, faccio il moonwalk, indosso calzini luccicanti, in lurex dorato. Ho preso l’abitudine di dissimulare le mie eccentricità da giovanissima. Mi piaceva l’idea di essere pazza, ma di nascosto.

I capelli sono la prima parte di me a toccare una scultura.

* Nata a Parigi nel 1979 da madre bosniaca e padre montenegrino, Jakuta Alikavazovic ha vinto il Prix Goncourt per l’opera prima con il suo romanzo Corps volatils. Fuga in blu (Transeuropa) e La bionda e il bunker (66thand2nd) sono i suoi titoli tradotti in italiano.