Creatore di un mondo poetico sospeso fra un immaginario alla Hopper e i colori di una visione epifanica, Charles Simic (Belgrado, 1938 – Dover, 2023; ritratto nella foto), uno dei più grandi poeti statunitensi del nostro tempo, se ne è andato qualche mese fa lasciandoci in dono i suoi preziosi libri, tanto carichi di stupore quanto la notizia di una morte improvvisa.
Simic era arrivato a Chicago negli anni ’50. Si era poi laureato alla New York University nel 1966, ma sempre, in lui, era rimasto vivo il sentimento di appartenenza alla cultura slava. Con gli anni ’70, parallelamente alla carriera di professore di letteratura, aveva preso a definire il suo essere poeta con la pubblicazione di versi in cui brillava uno stile inconfondibile, minimalista, le cui immagini – aspetto chiave della sua cifra – si imponevano al lettore con forza e sarcasmo.
Insignita dei più prestigiosi riconoscimenti letterari, in lingua italiana l’opera di Simic ha avuto un’egregia collocazione editoriale grazie all’editore Donzelli e in particolare ad Adelphi, che nel proprio catalogo accoglie titoli quali Hotel Insonnia (2002), Il cacciatore di immagini (2005), Il mostro ama il suo labirinto (2008) e Club Midnight (2008). Fra gli autori ticinesi che hanno avuto modo di occuparsene, vi è il poeta Massimo Gezzi (Premio svizzero di letteratura, 2016), il quale, assieme a Damiano Abeni, nel 2007 ha curato la pubblicazione Il titolo per L’Obliquo. Gli abbiamo fatto qualche domanda.
Nella sua nota introduttiva alla raccolta Il titolo, lei afferma che «delle poesie di Simic non ci si dimentica più». Mi piacerebbe cominciare da qui: come fu il suo primo incontro con questo autore, attraverso quale testo fece la sua conoscenza? Potrebbe riportarci dei versi e commentarli?
Ho conosciuto Charles Simic grazie a Damiano Abeni, grande traduttore di poesia americana contemporanea. Fu lui a suggerirmene la lettura. Allora Abeni aveva già realizzato delle versioni dei suoi libri per Donzelli e altri editori. La prima opera a colpirmi fu Hotel Insonnia, un libro del 1992, tradotto da Andrea Molesini per Adelphi. Lì vi è una poesia che non si è più cancellata dalla mia memoria: Spring, Primavera. Si tratta di un quadretto molto semplice: una donna stende sul filo del bucato le camicie del marito; improvvisamente, una folata di vento le solleva la gonna; lei si ferma per coprirsi e, nel farlo, si mette a ridere da sola. Questa immagine si impresse nella mia mente. E, a ripensarci ora, credo abbia ragione il traduttore e studioso Paolo Febbraro quando afferma che «Simic coglie il mondo sul fatto, in flagranza di reato». Perché è un autore che partendo dagli oggetti, dalle scene della vita di tutti i giorni e da figure marginali attesta l’irripetibilità del quotidiano. Leggere le poesie di Simic è un po’ come guardare delle vecchie fotografie che ti dicono che gli attimi trascorsi erano unici e sacri e tu non lo sapevi. Con la differenza che Simic non parla del passato, ma del «mondo che accade».
Charles Simic è stato uno scrittore profugo, che visse l’abbandono del paese natale. Era serbo di nascita e americano d’adozione. Come crede si manifesti questa doppia anima nella sua poesia? Vi sono caratteristiche peculiari, riconoscibili, che appartengono all’una e all’altra cultura?
È una domanda difficile, alla quale risponderei così: Simic è uno degli ultimi esemplari di scrittore europeo cosmopolita, perché la sua poesia è composta da elementi disparati. Ad esempio, da parte paterna – il padre di Simic era un uomo colto, curioso verso cose diverse, come ad esempio il cibo – gli trasmise la fascinazione per il mondo gitano e il surrealismo. Caratteristiche che il poeta portò con sé dapprima a Parigi, dove, formandosi, assimilò la cultura europea ottocentesca e dei primi del Novecento, poi a New York e Chicago, città in cui visse dal 1954. In questo viaggio transcontinentale è come se egli avesse attraversato tutto il sapere e i patrimoni della civiltà occidentale: nei suoi saggi e nei suoi versi cita di continuo i grandi autori francesi – ad esempio Rabelais, verso il quale ha un vero e proprio culto, o Baudelaire e Rimbaud –; fa rimandi alla tradizione italiana (Boccaccio, Petrarca, etc.), della quale ha una conoscenza approfondita; menziona autori russi, così come serbi, croati e sloveni, che sovente ha tradotto. C’è poi l’amore per la grande poesia americana contemporanea: Robert Lowell, Mark Strand e via dicendo. Era, quindi, uno scrittore «cittadino del mondo», nel cui animo si riunivano «paesaggi» estremamente diversi gli uni dagli altri.
Charles Simic è stato infatti anche un saggista e un prosatore, oltre che un poeta. Parliamo un poco di questa parte della sua opera.
Le prose di Simic sono bellissime. Appartengono alla tradizione dell’essay inglese: saggi pieni d’ironia, leggerezza, intelligenza – mai pedanti o scolastici – in cui la figura dell’io scrittore è centrale. Simic non si vergogna mai di dire «io» in quanto autore e uomo. In queste pagine, dove si parla di poesia e letteratura, spesso ritroviamo anche aneddoti biografici, nei quali ci racconta della sua infanzia, della guerra, del suo essere un grande insonne e, in quanto tale, un lettore notturno (c’è un meraviglioso testo, intitolato Leggere filosofia la notte, in cui definisce il carattere fondamentale della poesia mescolando cinema, cucina, memorie). Quello di Simic è saggismo che non teme di farsi passare per stupido, perché, come scrive lui, nel passare per stupidi c’è grande saggezza. Cito a memoria un passo, proprio da Leggere filosofia la notte (1987): chi scrive deve essere come Buster Keaton quando, in un film, galleggia su un tabellone in balia delle onde. Il tabellone è un bersaglio per delle navi da guerra, ma lui non lo sa. Piovono le bombe e Keaton inizia a pescare. Questo è il poeta: sereno nel disastro.
Mi sembra che oggi si scriva moltissima poesia. Forse se ne legge poca. E, forse, molta di quella pubblicata non è all’altezza delle proprie pretese (quando queste vi sono). In cosa l’opera di Simic brilla, rispetto a tanta produzione contemporanea? Cosa si può «imparare» dalla sua scrittura?
Paolo Febbraro sostiene che l’opera di Simic abbia «un equilibrio leggiadro che non si può imparare». Infatti pochissimi hanno le sue stesse qualità. Io credo però che un paio di cose si possano apprendere. La prima è che la poesia, come egli afferma, è un prodotto del caso non meno che dell’intenzione. Non bisogna quindi credere in una poesia strettamente celebrale, costruita a tavolino, ma affidarsi anche al caso, all’inconscio, al surreale, all’imprevisto. La seconda è che la poesia non può essere schizzinosa, selettiva. Al contrario, deve accogliere ogni aspetto della realtà, perché, come scrive sempre Simic, «nella poesia cielo e terra, natura e storia, dei e diavoli sono tutti scandalosamente riconciliati». Egli sa parlarci di cose dolcissime così come di altre atroci; ad esempio, in una poesia di Avvicinati e ascolta riporta l’immagine di un gruppo di soldati che, durante la guerra, ha cavato gli occhi a una vacca e acceso un fuoco sotto alla sua coda. Per essere poeti bisogna saper accogliere anche questo: le contraddizioni, il tremendo, oscillando fra levità e orrore.