Per Peter Brook, che l’ha messa in scena tre volte, l’ultima opera interamente scritta da Shakespeare è «un enigma». Per l’anglista e scrittrice Nadia Fusini, che l’ha frequentata a lungo, è un testo «inafferrabile», «inesauribile». Lo dice in un saggio edito da Einaudi che inizia con queste parole: «Vivere nella tempesta è un titolo né allusivo, né allegorico. Descrive alla lettera quello che faccio: da anni vivo nella Tempesta di Shakespeare, la leggo, la rileggo. Passano gli anni e io sono qui, immersa in quel che significano la tempesta e il mare e il naufragio e la salvezza in Shakespeare». E riandando col pensiero al tempo in cui seguiva le lezioni di Agostino Lombardo – che paragonava La tempesta a «una grande conchiglia» in cui si raccolgono tutti i suoni del teatro shakespeariano, e in particolare quello del mare – Fusini ricorda come quell’immagine le riportasse alla mente il murice che accostava all’orecchio mentre camminava, in compagnia del padre, lungo la spiaggia dell’isola che frequentava da bambina.
L’isola dell’infanzia e il padre-pedagogo (ma nel libro viene evocata anche la madre, e una vecchia isolana di nome Caterina) sono immagini che ricorrono e s’intrecciano con moderata frequenza agli approfondimenti, in forma di brevi capitoli, dei temi che sostanziano il più famoso dei romance shakespeariani: un procedimento che richiama, per analogia, il linguaggio musicale, e che sembra particolarmente adatto a indagare un’opera in cui la musica è di fondamentale importanza. A un procedimento musicale fanno pensare anche i più frequenti intrecci di variazioni esegetiche, ragguagli oggettivi, e riflessioni nate da una sensibilità personale che ci danno la misura di quanto l’autrice si senta profondamente coinvolta.
Due sono le intenzioni che con maggiore evidenza orientano il lavoro di Nadia Fusini. Una è di illustrare come una commedia che pare scaturita per intero dalla fantasia sia intimamente legata alla realtà politica, sociale e geografica del suo tempo. L’altra è di mostrare come La tempesta sia un fulgido e personalissimo frutto della propensione che avevano i contemporanei di Shakespeare ad allegorizzare i fatti reali: nel caso specifico, la colonizzazione delle Americhe; il naufragio avvenuto il 28 luglio 1609 della Sea-Venture (la nave ammiraglia della flotta guidata da sir Thomas Gates) in prossimità delle Bermude; la fisionomia e l’impiego del lumpenproletariat che veniva caricato sui vascelli diretti verso il Nuovo Mondo; il fidanzamento di Elisabetta, figlia di Giacomo I, con l’Elettore del Palatinato.
Nel saggio di Nadia Fusini (che in una nota di ringraziamento si dichiara in debito con un gran numero di autori e di libri, dei quali stila «una ristrettissima Top 28»), tutti i personaggi, gli elementi naturali e gli eventi della commedia hanno un significato duplice o plurale. Il mare è una distesa mutevole e sonora, e un’insaziabile tomba dove il cadavere di un re – nel canto illusivo e consolatorio di Ariel – si trasforma «into something rich and strange», «in qualcosa di ricco e di strano». La tempesta e il naufragio vogliono dire «crisi», «prova», e nuova «possibilità». L’isola – terra situata al centro del Mediterraneo e al tempo stesso sulla rotta per il Nuovo Mondo, nonché palcoscenico di un’azione che dura tre ore e rispetta le unità aristoteliche – è un labirinto e un luogo di apparizioni che suscitano meraviglia, un carcere e un istituto di rieducazione, un teatro di congiure per il potere e uno spazio purgatoriale (ma il solo pentimento sincero, alla fine, è quello di Alonso, re di Napoli, e non c’è altra profonda trasformazione spirituale, nella Tempesta, «se non la metànoia di Prospero: quella rivoluzione interiore che dalla vendetta lo trasporta al perdono» e alla rinuncia: la rinuncia alla figlia, Miranda, e all’esercizio della magia).
Le pagine che ho letto con attenzione particolarmente simpatetica sono quelle dedicate a Caliban, «this thing of darkness», «questa cosa di tenebra», che Prospero alla fine riconosce come propria. Caliban ha pagato caro il suo tentativo di stuprare Miranda. È diventato il servo di un padrone tirannico che gli impone lavori gravosi e lo punisce con sofferenze fisiche crudeli. Schiavo velenoso, letame, figlio di una strega, diavolo nato, canaglia deforme: così viene apostrofato da Prospero. Non è comprensibile, chiede Nadia Fusini, che il servo cerchi di abbattere il padrone per riprendersi la libertà e la terra che gli appartenevano prima che arrivasse l’usurpatore, dal quale ha appreso una lingua con cui ora sa soltanto maledire? In uno dei capitoli finali, Fusini si domanda che ne sarà di Caliban – il personaggio che più la commuove – quando tutti gli umani avranno lasciato l’isola. Lo immagina seduto su una roccia, mentre guarda la nave che si allontana. Rimasto solo, è libero. «Già, ma libero di fare che cosa? Di attendere? Altri naufraghi? Robinson Crusoe? Godot?».
Bibliografia
Nadia Fusini, Vivere nella tempesta, Einaudi 2016