«Guardando al mio mondo professionale, quello della linguistica e della storia della lingua, constato che sono sempre di più gli studiosi che si limitano a considerare la lingua soltanto come uno strumento per comunicare, e basta: l’immenso patrimonio storico, antropologico, affettivo, è tenuto in minor conto».
Quando uno studioso può permettersi di scrivere un saggio di storia della lingua italiana di duecento pagine usando la prima persona singolare, allora possiamo dire di avere a che fare con una carriera scientifica ormai più che maturata, che si concede bilanci e retrospettive, respiri biografici e, soprattutto, il privilegio di un ciclo di studioso ampiamente compiuto. Così è per Gian Luigi Beccaria, che pubblica ora questo suo L’italiano che resta. Le parole e le storie. Beccaria è, insieme a qualche altro linguista italiano (principalmente Luca Serianni, Claudio Marazzini, Francesco Bruni e, naturalmente, Tullio De Mauro), portabandiera di una linguistica storicista che ha avuto e ha tradizione e riconosciuto successo in Italia. Quella tradizione secondo la quale «fuor di metafora, è indispensabile che gli studiosi continui-no a guardare alla nostra lingua come a un risultato del passato» e che pure parla di futuro, ma solo considerando che il codice e la sua società si muovono di continuo, sempre e solo si muovono.
Non fosse che il termine suona leggermente sinistro, si potrebbe dire che questo libro è un libro-testamento, il bilancio ragionato e dal tono legittimamente discorsivo di una carriera di studioso e insegnante universitario. Solo così si spiegano alcuni passi di piglio piuttosto moralizzante, come i frequenti inviti a volgersi ai classici, quelli a prendersi il tempo della lettura, quelli a cedere solo con grande prudenza alle lusinghe lessicali e di costume della lingua inglese. Proprio a questo proposito, Beccaria ripropone un solido ragionamento sulla prepotenza dell’inglese nell’ambito scientifico e sul fatto che questo fenomeno tocca sì quel linguaggio specialistico ma finisce per piegare anche la lingua e, peggio, la società e la cultura di tutti noi. «Ci saranno conseguenze negative sulla possibilità pubblica di comprensione delle tecniche e delle scienze. Se puntiamo su una lingua sola come lingua unica della scienza, assisteremo a una caduta rapida dei saperi diffusi». Certo Beccaria non è voce isolata: sul tema l’illustre linguista francese Claude Hagège ha scritto anni fa il sorprendente Contre la pensée unique.
Nel libro di Beccaria trova posto il ragionamento sulla lingua italiana ma anche quelli sui temi fratelli della scuola, della lettura, dei classici in letteratura, della società della comunicazione veloce, dei giovani, della continua tensione tra tradizione e innovazione. Su tutto, sembra di poter concludere, impera un sentimento che si potrebbe banalmente e precipitosamente qualificare come amore per la propria lingua madre, per le sue declinazioni regionali, per quanto questo codice-mondo sappia tanto riempirci di passione.
Va detta un’altra cosa. L’attività divulgativa di Gian Luigi Beccaria è intensa e frequente, e può capitare che alcune parti di libri siano il risultato di una rielaborazione (spesso non di sostanza) di testi già usciti per esempio su giornali e sedi informali di varia natura. Non in questo libro, per fortuna, che si apre con la benvenuta e rasserenante indicazione che «le pagine che seguono sono quasi tutte inedite, salvo sporadiche rifusioni di articoli comparsi sul ‘La Stampa’ o sul ‘L’Indice’». Benissimo così.
«Anni fa Benvenuto Terracini scrisse che l’italiano svetta come lingua tra le più ‘libere’ delle europee, se si pensa alle sue possibilità sintattiche ed espressive, per un verso delicate, per altro verso vistose e violente, appena la si confronti col più discreto francese, così simile – diceva Verlaine – a dei begli occhi dietro a un velo».