Quando, nel luglio del 2015, è giunta come un fulmine a ciel sereno la notizia della morte dell’appena quindicenne Arthur Cave, uno dei quattro figli del cantautore australiano Nick Cave, sono stati in molti a chiedersi quali ripercussioni una simile disgrazia avrebbe avuto su colui che è considerato a tutti gli effetti uno dei più grandi artisti viventi della scena rock.
Al di là dell’effetto che la morte di un figlio – fatalità da sempre riconosciuta come il dolore più devastante che possa colpire un essere umano – poteva avere su un artista raffinato e sensibile come Cave, i numerosi ammiratori del cantante si chiedevano soprattutto in che modo una simile, totalizzante sciagura avrebbe influenzato la produzione artistica di un musicista da sempre distintosi per la sua visione crepuscolare e nichilista dell’esistenza, e i cui dischi più celebri sono intrisi di atmosfere sconfortanti e amare.
Così, la pubblicazione di questo nuovo Skeleton Tree è stata salutata con grande trepidazione dai fan: anche perché sarebbe stato anche troppo facile, per Cave, piegarsi all’angoscia – lasciare che il sentimento prendesse il sopravvento sull’elaborazione artistica, senza riuscire davvero a mediare, stabilire un ponte tra la forma canzone e l’esperienza dell’indicibile. E invece, ecco che, riconfermando una volta di più la sua innegabile maestria, Nick ci dimostra anche la veridicità di un assioma semplice quanto apparentemente scontato, troppo spesso oscurato dalla musica plastificata e senz’anima di cui traboccano le classifiche musicali: perché se l’arte può, sopra ogni cosa, divenire profondo strumento di catarsi per un’anima sofferente, gli esempi più alti di tale catarsi sono quelli in cui il dolore convive con la speranza di una possibile rinascita – una condizione mentale ed emotiva che richiede un coraggio pressoché infinito.
Coraggio che vibra solenne in quest’album, in cui il percorso quasi iniziatico dipanatosi dalla prima all’ultima traccia non consiste semplicemente nell’accompagnare l’ascoltatore lungo un percorso nella sofferenza, ma bensì nel farlo assistere alla cruciale evoluzione interiore che Cave ha avuto la forza quasi sovrumana di compiere nello spazio di poco più di un anno e di appena otto tracce.
Così, laddove la prima metà dell’album costituisce la dolorosa constatazione di una perdita troppo grande per essere definita a parole, la seconda parte vede una graduale ma innegabile forma di accettazione e speranza prendere il sopravvento – il dolore non diminuisce, anzi, se possibile si fa ancora più lacerante; ma la sensazione che pervade chi ascolta è quella di un grande, taciuto eroismo, tanto più evidente quanto lo strazio nella voce di Cave si fa trattenuto e mai prevaricante.
È per questo che, fin dal brano di apertura (il lancinante Jesus Alone), Skeleton Tree ci conduce dritti nel cuore dell’incredula realizzazione di un’ingiustizia che non potrà mai essere motivata, infondendo di questa disillusa e sottile disperazione brani dalla forte valenza concettuale quali il durissimo e cadenzato Magneto – ritratto spietato di un malessere totalizzante e devastante – e il goticheggiante Anthrocene («tutte le cose che amiamo, le perdiamo»).
Tuttavia, dirigendosi verso il finale del disco, la razionalizzazione intellettuale lascia il posto all’istintuale semplicità delle emozioni più evidenti, come dimostrato dalla lacerante ballata I Need You – un brano che, semplicemente perfetto dal punto di vista formale e interpretativo, è in grado di riassumere in pochi, minimalisti versi la valenza imperscrutabile dell’idea stessa di assenza: «nulla ha davvero importanza / quando colui che ami se n’è andato». Il che lascia il posto al vero e proprio punto di svolta dell’album, rappresentato da quello che è senz’altro il brano più stupefacente, nonché un esperimento alquanto inusuale per Cave: si tratta dello splendido Distant Sky, vera e propria elegia funebre impreziosita dalla maestosa presenza della soprano danese Else Torp, magistrale nella sua capacità di fondersi alla perfezione con il timbro dolente e cantilenato di Nick (la cui voce appare essersi fatta in qualche modo più tremolante e fragile dopo la disgrazia).
Ed è proprio a questo punto, dopo un simile dono, che giunge la perfetta conclusione di questo percorso con la title track Skeleton Tree, brano finale del CD: quasi una sorta di riconciliazione e pacificazione con la realtà, simboleggiata dall’osservazione di un albero scheletrico che si staglia contro il cielo di una triste domenica mattina.
Quest’immagine, allo stesso tempo scoraggiante – eppure, in qualche modo, neutrale nella sua banale, implicita naturalezza – simboleggia più di ogni altra lo spirito di questo disco: un lavoro che, in un’epoca di musica perlopiù effimera come la nostra, è uno dei pochi dischi del 2016 destinati a rimanere a lungo impressi nella mente di ogni ascoltatore che si rispetti.