Riemergendo dal suo deliquio in una stanza d’ospedale il dottor Friedrich Amberg, protagonista del romanzo di Leo Perutz La neve di San Pietro del 1933 (Adelphi), si sente come «una cosa senza nome, un essere privo di personalità». Poi lentamente affiora un barlume di coscienza, immagini e figure non sono più fantasmi inafferrabili e fluttuanti. Com’è possibile che sia ricoverato da almeno cinque settimane? Secondo il primario sarebbe stato vittima di un incidente stradale sulla piazza della stazione di Osnabrück, mentre osservava come ipnotizzato in mezzo al traffico una Cadillac verde. E la diagnosi era piuttosto grave: frattura della base cranica ed ematoma cerebrale. Il dottor Amberg non ha dubbi: il collega sta recitando un’incomprensibile commedia. Perché negare che lui fu colpito invece da una pallottola nel tentativo di difendere la giovane ricercatrice Bibiche, a cui non aveva mai avuto il coraggio di dichiarare il proprio amore? Per di più non a Osnabrück ma nel triste e solitario borgo di Morwede in Vestfalia, dove aveva preso servizio come medico condotto presso il barone von Malchin, un accanito legittimista che sogna la restaurazione del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica ed è alle prese con un delirante progetto dalle possibili, drammatiche conseguenze per il mondo intero.
Come sempre nei romanzi di Leo Perutz, inventore del thriller della Mitteleuropea, i fatti si sovrappongono e la verità si allontana. Mentre Amberg ripercorre gli avvenimenti delle ultime settimane in un lungo e affascinante flashback, la realtà si frantuma poco a poco. Non è un caso perché Perutz è un maestro di storie surreali insaporite con una buona dose di suspence. Nato a Praga nel 1882, l’anno prima di Kafka, scrisse romanzi pubblicati a puntate dai quotidiani, che nella Vienna degli anni Venti furono veri e propri bestseller, come Il marchese di Bolibar, Il mistero dell’albero di mango o Il maestro del giudizio universale. Le sue pagine lievitano dalla tradizione di E.Th. Hoffmann e da un certo clima surreale nato fra le contrade di Boemia, e tuttavia ricordano meccanismi perfetti, puzzle assemblati da un’impeccabile razionalità che spesso si rivela totale illusione. In effetti Perutz, fu un matematico di talento oltre che un abilissimo giocatore di scacchi, tarocchi e bridge, su cui scrisse un libro che ebbe grande successo negli Stati Uniti. Ci voleva una mente razionale come la sua, memore dei fantasmi del ghetto praghese, per seminare dubbi sul milieu e l’identità dei suoi personaggi, che anche nel paesino di Morwede sono circondati da un alone di mistero. Come il principe Praxatin, un emigré russo amministratore del barone, abilissimo nel gioco delle carte e ultimo discendente dei Rurik. Secondo Malchin se l’ingiustizia «non governasse il mondo, oggi lui siederebbe sul trono degli zar». Ancora più enigmatica è la figura del giovane Federico che assomiglia a qualcuno morto da tempo, forse all’ultimo imperatore degli Hohenstaufen la cui figura troneggia in un rilievo del duomo di Palermo. Analogie fantasiose, suggestioni nate in un ambiente sconcertante dove il giovane Federico pare destinato a diventare il sovrano che «trasformerà il tempo e le sue leggi», mentre il barone costruisce un mondo visionario, tra nuvole di fumo di sigaro e numerose bottiglie di whisky.
Non è facile per Amberg, ma nemmeno per i lettori suggestionati da una fantasia travolgente acclimatarsi in quell’angolo di provincia, in una solitudine nebbiosa che fa ammalare l’anima. Perutz ha steso la sua rete fantasiosa ad una latitudine inconsueta: non ci sono più i vicoli e i palazzi di Vienna né la terra di Boemia, ma intatta è l’atmosfera in cui s’annidano misteri e paure, grotteschi richiami, follie latenti. «Ognuno di noi porta dentro di sé il suo giudizio universale», sentenziò lo scrittore, che Ian Fleming, il padre di James Bond, definì un genio, e che Borges non esitò a inserire nella sua collana dei più importanti «gialli» del ’900.
Sullo sfondo del romanzo si allineano, attraverso le elucubrazioni del barone, mistiche prospettive ed estasi religiose legate a ciò che un tempo sulle Alpi era nota come «Neve di San Pietro». Ma i fatti prendono d’improvviso una piega ben diversa dal previsto e quel mondo scompare nel deliquio di Amberg. Così come la sua vecchia fiamma Bibiche, che aveva ritrovato come collaboratrice del barone, si trasforma in una ribelle che istiga i contadini alla rivolta. Ma per il medico le sorprese non finiscono mai. E anche il lettore avrà modo di stupirsi di un finale dove lo attendono sogno e realtà indissolubilmente legati. E chissà che non siano proprio la stessa cosa, sembra suggerire fino all’ultimo istante lo scrittore che qualcuno definì «il risultato di una scappatella di Franz Kafka con Agatha Christie».
Bibliografia
Leo Perutz, La neve di San Pietro, traduzione di Fabio Cremonesi e F. Bovoli, Adelphi, p. 183, Є 18,00.