Bibliografia

Guido Monti, Le Stanze, peQuod, Ancona, 2022.


Le stanze del poeta sono universi interiori affollati

Per peQuod è uscita una nuova raccolta di poesie di Guido Monti
/ 06.03.2023
di Paolo Di Stefano

Che cosa sono le stanze con cui Guido Monti intitola la sua nuova raccolta di poesie (Le stanze, editore peQuod di Ancona)? Sono da una parte le strofe che compongono i singoli componimenti: strofe che hanno un passo piuttosto regolare di tre, quattro, cinque, sei versi, strofe aperte le une alle altre, senza cesure di punteggiatura né di maiuscole, e separate solo da spazi bianchi, soglie da cui si accede da una stanza all’altra. Ma insieme sono le «stanze» entro cui il poeta convoca i suoi fantasmi, i personaggi di una vita famigliare, gli amici, gli autori amati, i vivi e i morti, gli oggetti domestici, la memoria, le memorie fragili eppure salvifiche. Si potrebbe dire che si tratta in buona parte di stanze della memoria dove la memoria, per essere almeno fragile energia vivificante, si deve di continuo confrontare con il presente e con il futuro.

Queste Stanze sono componimenti-casa entro cui si agitano tante storie e voci dialoganti tra loro, un coro di «tu» che entra in dialogo con la voce del poeta. Ma è soprattutto il dialogo tra le generazioni l’esile cuore pulsante della raccolta: protagonista una bimba, Nina, che fa capolino qua e là, con «il tuo sorriso che qui gira», portando la speranza nel «tempo senza compassioni», come viene annunciato nella poesia d’apertura: «E proprio ora intendo qual è stato l’attimo bello Nina / quel tuo andirivieni, che ha fatto nuovo il vecchio». E come viene ricordato, a sigillo, nel bellissimo componimento di chiusura, dove Nina riappare ancora una volta a riaccendere la primavera inoltrata il cui verde «non è più / quella gloria di un tempo».

Sono poesie di versi lunghi (a volte oltre le venti sillabe) dal passo calmo, distesamente narrativo, che fanno pensare per certi aspetti alle «cronache» di Elio Pagliarani, per altri ancora alle prose dell’ultimo Raboni. Certamente evocano un tipo di poetica che un grande studioso come Pier Vincenzo Mengaldo ha definito «lo stilismo dell’usuale», evocando anche il Montale più anziano. L’usuale è comunque pieno di storie (e di miracoli), che sia lo «sferraglio autostradale» o siano i «casolari decollati», una «casetta del boom anni ’80», i «social fluttuanti». O siano i panorami marchigiani dipinti da Tullio Pericoli, «infiniti colli» con «colori terrosi e antichi»… Quella usuale o quotidiana convivenza di vecchio e nuovo, di incanto e disincanto, di squallore e di bellezza che è tipica delle province italiane, come quella in cui è nato l’autore.

Guido Monti, classe 1971, di San Benedetto del Tronto, critico (sul «Manifesto» e su «Azione»), autore di due raccolte poetiche precedenti promosse da un padrino come Maurizio Cucchi, redattore della rivista «In forma di parole» fondata da Gianni Scalia, suo maestro e amico, che fu sodale di Pasolini, di Fortini, di Roversi al tempo della storica impresa di «Officina». Alla memoria di Gianni, chiamato «il mio Borges» nella poesia omonima, Monti dedica affettuosi versi di gratitudine: «e spero Gianni di riveder un giorno il tuo sorriso magari / in forma di parola, proprio ora che in questo foglio si sparge / e risale come laica preghiera sul suo irreversibile silenzio».

Si sarà capito che le stanze della memoria sono anche stanze dell’ammirazione e del ringraziamento: verso i grandi poeti evocati come numi tutelari (Keats, Auden, Montale, Rodari, Zagajewski…), verso pochi semplici oggetti che diventano amuleti, verso gli amici e i maestri (non solo Scalia ma anche, tra gli altri, un professore di nome Alberto, cui il poeta deve la passione per Gadda…). E verso certe figurine (Monti ama i diminutivi affettuosi) che furono vicine e che hanno ormai preso congedo, o sono ancora per un po’ sul limite. Come nel Finale di Vittoria: «Vittoria si affaccia ora vecchia sullo stradone dove macchine / girano tra il supermarket, l’ulivo e un piccolo asilo coi giochi / sbiaditi, Vittoria gira in pochi metri, un letto, un tavolino…». Nella sua stanza, seduta «tutta storta», in una torsione del tempo e della memoria, nonna Vittoria chiede a Guido, il poeta ormai adulto, di salutare il nipotino che fu, il sé stesso bambino. Le stanze delle vertigini. Anche Vittoria, come Nina, fa nuovo il vecchio.