È la storia di una vocazione, letteraria e molto esistenzialistica, dove vita e letteratura s’intrecciano, quella di Dipendenza (Fazi), il memoir romanzesco della tormentata poetessa danese Tove Ditlevsen che dopo Infanzia e Gioventù (sempre da Fazi) chiude la Trilogia di Copenaghen, una serie di narrazioni autobiografiche dal tono empatico e confessionale.
La scrittrice danese (ritratta nella foto tra i suoi libri) pioniera dell’autofiction prima ancora di Joan Didion e Annie Ernaux, della stessa tempra letteraria, narra in un flusso e a microfono aperto il suo diario intimo, per lei «la scrittura», come rivela, «è un po’ come nell’infanzia: una cosa segreta e proibita, piena di vergogna, da fare di nascosto in un angolino, quando nessuno vede», oggettiva racconta i fatti nudi e crudi con un dettato scarno, diretto e realistico, dentro la quotidiana trama della vita. Scrive e vive, «per me la vita è godibile solo quando scrivo», racconta, «e mi è sempre più chiaro che l’unica attività in cui sono davvero brava – l’unica che mi appassiona – è quella di formare proposizioni, comporre sintagmi o scrivere modeste quartine».
Protetta prima da un vecchio intellettuale, Viggo F. (l’editore Viggo Frederik Møller), frequenta il Circolo dei Giovani Artisti, mentre sta scrivendo segretamente il suo primo romanzo, Torto a una bambina, è così che inizia la sua storia di formazione intrecciata in un romanzo intimo, che poi deraglia spinta dalle passioni, dagli amori tormentati vissuti fino all’ultimo respiro tra impulsi romantici e malinconiche delusioni, come quella per l’ambiguo Piet, «praticone, materiale e anaffettivo», intorno a lei amici artisti, tutti che cercano una propria strada nelle difficoltà degli anni bellici. La vita e i movimenti dei personaggi sono quasi sempre vissuti in interni borghesi, perché «Fuori c’è il mondo, maligno e complesso» scrive l’autrice, «che noi non sopportiamo e al quale preferiremmo sottrarci».
E al centro della narrazione, cuore pulsante dell’azione c’è sempre lei, Tove Ditlevsen, una scrittrice fragile ma ostinata, sognatrice eppure determinata, la quale lotta per l’indipendenza e la felicità, che a un certo punto sembra pure a portata di mano, arriva il successo letterario, pubblica da editori importanti, incontra un giovane compagno, nasce una figlia, Helle. Siamo in una Copenaghen da coprifuoco, occupata militarmente dalle truppe naziste di cui sentiamo gli infidi echi sotterranei e malvagi, soldati tedeschi che l’autrice incrocia per le strade e ai quali dedica una poesia, e pensa di uno di loro che «forse a casa ha moglie e figli e preferirebbe stare con loro anziché aggirarsi in una terra straniera che al suo Führer è saltato il ticchio di occupare».
Ma nella seconda parte del libro l’incontro con il giovane medico Carl, conosciuto durante una alcolica festa notturna, l’ennesimo tradimento fatale dopo balli e bevute, fa lentamente precipitare Tove Ditlevsen in un baratro. I toni del racconto si fanno grigi, drammatici. Lui «ha mani piccole, affusolate, scattanti», quelle di uno psicotico, «una bella voce ed è gradevole nel parlare», come tutti gli uomini di cui si innamora ha qualcosa di perturbante, che può metterla in pericolo, e dopo l’innamoramento sono distaccati e anaffettivi, ma lei ne è attratta, si getta nelle loro braccia desiderosa con la sua natura autodistruttiva. Carl inizia a somministrarle un calmante, la petidina, lei ne trae benessere, diventa dipendente di entrambi: «Via via che il liquido della siringa mi entra nel braccio, in tutto il mio corpo si propaga una beatitudine che non ho mai provato in vita mia», scrive estatica, posseduta successivamente dai tremori da crisi di astinenza e da una cupa infelicità.
Dipendenza è il cuore drammatico e la memoria della vita tormentata di Tove Ditlevsen, quattro matrimoni e altrettanti divorzi alle spalle, dipendente dalle droghe e dall’alcol e più volte ricoverata nei reparti psichiatrici, morta suicida a soli 58 anni il 7 marzo 1976 per un’overdose di sonniferi.