Bibliografia

Peter Handke, Di notte, davanti alla parete con l’ombra degli alberi, Settecolori, Milano, 2020


L'attenzione poetica per le minute cose

Per Settecolori è uscito il diario sensibile di Peter Handke che ci rieduca allo stupore
/ 12.09.2022
di Manuel Rossello

Chi giungesse a metà pomeriggio nella piazzetta assolata di un piccolo borgo, mettiamo del Malcantone, sarebbe portato a credere che in quel luogo non stia accadendo nulla. Ciò nonostante basterebbe prestare attenzione «alle minute cose» e ci si accorgerebbe che quel medesimo luogo è lo scenario ininterrotto di accadimenti, minimi eppure memorabili per un osservatore sensibile: un gatto che attraversa l’acciottolato, una foglia che cade, un’imposta che cigola, il profumo di un soffritto, il gioco di un’ombra… Chiunque abbia sensibilità per ciò che non appare a uno sguardo frettoloso e superficiale (che è come dire sensibilità per la dimensione poetica nascosta dietro la realtà apparente), non si perda lo zibaldone di Peter Handke da poco tradotto magistralmente da Alessandra Ladicicco per l’editore milanese Settecolori.

Tanto è lungo il titolo (nella resa italiana esso ha un andamento wertmülleriano: Di notte, davanti alla parete con l’ombra degli alberi. Segni e presagi dalla periferia 2007-2015) quanto i pensieri allineati in queste pagine sembrano più lievi ed effimeri di un battito d’ali. Eppure, come scrive Hans Höller, si tratta di uno dei più bei diari degli ultimi cento anni. Ma chiamarlo diario è un’approssimazione come lo sarebbe per il Libro dell’inquietudine di Pessoa, perché la scrittura di Handke si addensa in una forma granulare a cavallo tra l’aforisma e le annotazioni rousseauiane delle Rêveries. Direi che l’ipersensibilità percettiva che contraddistingue questo testo ricorda la sensualità verso la natura di Colette (tuttavia meno selvaggia), la quale era solita abbracciare gli alberi e leccare con golosità le bacche velenose nei campi della sua Borgogna.

Peter Handke non è propriamente uno scrittore di viaggio (sarebbe banale), e nemmeno uno scrittore-filosofo che metta su carta le proprie riflessioni. Egli è piuttosto un acutissimo viandante della scrittura intento a scandagliare i bordi del mondo. Il genius loci può trovarsi ad Arras, in Piccardia, a Siena, nello Schleswig-Holstein o nel villaggio natio al confine con la Slovenia, Altes Dorf, sempre citato come Stara Vas. 

La causa prima di queste pagine è lo stupore, che a sua volta mobilita la scrittura, la quale illumina sempre di traverso l’oggetto preso in esame (è possibile svolgere fino all’ultimo dettaglio la descrizione di un oggetto? Una domanda da porre ai filosofi e ai linguisti). Il suo sguardo stupito si concentra di volta in volta su soggetti o eventi (per noi) insignificanti: lo spettacolo di minuscoli insetti sulla ghiaia del giardino, la scoperta di una crepa nel mallo di una noce, il tremolio di un pioppo, il primo pezzetto di azzurro dopo giorni di pioggia, l’ondeggiare dell’erba nel sole di maggio, l’incomparabile splendore nero delle more mature… Questo porgere l’orecchio ai «tremuli scricchi» di montaliana memoria significa insomma preferire parole scarne e precise che risostanziano la realtà e fanno da antidoto alla cacofonia universale. Come ha insegnato Seamus Heaney, la felicità può anche arrivare dall’odore del letame (e verrebbe da raccomandare questo libro come terapia per riacquisire lo stupore).

Mentre lo sguardo acuminato di Handke si appunta dunque su manufatti naturali o residuali (i suoi «monumenti» sono i fiori di castagno caduti in un canale o i disegni della sabbia sui binari di un tram), quello stesso sguardo ne trascende la natura fattuale e li eleva, come ha mostrato Eliot, a correlativi oggettivi di un’emozione altrimenti inesprimibile. E se l’acutezza dello sguardo fosse una qualità stilistica, in tale categoria non si potrebbe non iscrivere uno degli scrittori più vicini ad Handke per sensibilità visiva: Robert Walser.

Sparsi tra le pagine troviamo pure una serie di precetti a sé stesso (chiamati non senza ironia «undicesimi comandamenti»): «taglia per i campi», «guarda con meraviglia dove hai già guardato da sempre», «cerca tracce di zampe di gatto sulle auto parcheggiate», «immergiti nel fogliame frusciante», «non battere ciglio», «smettila di perdere tempo ad affrettarti», «ascolta la messa in una lingua sconosciuta».

In questo bellissimo libro si torna incessantemente a quel procedimento magico che è l’atto della scrittura e ai suoi strumenti (si veda l’emozione nel trovare una matita consumata dalle intemperie, raccolta da qualche parte tra la polvere). A ben pensarci la matita è un utensile artificiale, ma anche qualcosa di eminentemente naturale: un bastoncino di legno di cedro che racchiude una mina di grafite, uno strumento che ci accompagna quasi inalterato dal XVI secolo. Ma per Handke è qualcosa di più, è il segnacolo di un prodigio che si compie ogni volta che degli scarabocchi vergati su un foglio si trasformano in qualcosa di significativo, la scrittura appunto. E proprio a questo oggetto-feticcio lo scrittore dedica un pensiero folgorante: «Faccio girare il mio “mantra”: la matita nel temperino».