L’antica fatica di vivere

Il grecista Giulio Guidorizzi ha analizzato per anni l’affascinante figura di Agamennone – ora ce la propone in un libro
/ 10.10.2016
di Maria Bettetini

Lui, Agamennone. Grande e capriccioso, forte e permaloso. È un piacere leggere del re Acheo senza subire le ricostruzioni hollywoodiane, che dai tempi del peplum, dei filmoni popolari come Spartaco, La tunica, Quo vadis?, da allora non perde occasione per darci eroi palestrati e pettinati col gel, le loro donne tutte Veneri, carri e tende degni delle Mille e una notte.

Giulio Guidorizzi racconta le vicende di Agamennone (Io, Agamennone, Einaudi 2016), ma scrive come chi può vantare una conoscenza dovuta a lunga pratica, a lunghi anni di studio. Così sembra in confidenza con Ulisse, Menelao, Paride, e naturalmente Agamennone e tutti gli altri (e le altre, ma le donne a quei tempi si nominavano solo in quanto possesso di qualcuno o vedova o sposa).

Il racconto segue in sostanza i fatti dell’Iliade, con l’aggiunta di antefatti anche lontani, come le origini delle famiglie di Achille o degli Atridi, e l’immediato futuro: se l’Iliade si ferma ai giochi funebri in onore di Patroclo, e della presa di Troia veniamo a conoscenza solo nell’Odissea, dai racconti di Ulisse, il libro di Guidorizzi, pur saltando la battaglia finale, arriva a descrivere i fatti di sangue in casa di Agamennone, al suo ritorno. La moglie, Clitemnestra, non ha potuto accettare, né tantomeno perdonare, il sacrificio della figlia Ifigenia, sgozzata sull’altare in cambio dei venti favorevoli alla partenza della flotta achea, dieci anni prima. Non ha creduto a chi le ha detto che la giovane non sarebbe morta, ma sarebbe stata rapita da Artemide e portata in Aulide come sacerdotessa della stessa dea. Clitemnestra veste ancora il lutto, suo complice è Egisto, fratellastro di Agamennone e amante della regina. Il re viene ucciso mentre fa il bagno, prima catturato con una fitta rete da pesca, poi pugnalato, la stessa fine dei suoi compagni e della schiava Cassandra, una delle figlie di Priamo. Finisce così la vita di Agamennone, così il racconto di Guidorizzi.

Che cosa ci dà questo libro in più rispetto a una ricostruzione dell’Iliade? Ci presenta i personaggi e le divinità nella drammaticità della loro vita, senza la necessaria prudenza di Omero, o chi fosse, che non poteva certo soffermarsi troppo sulle bassezze di dèi e signori. Si sente, per esempio, l’angoscia di una vita senza un perché: tutti, sulla terra e sull’Olimpo, sono sottomessi al giogo della Moira, del fato che si compie necessariamente. L’uomo può industriarsi, può decidere di essere buono o cattivo, ma non serve a nulla, perché la sorte di tutti poi saranno le ombre degli inferi, il nero delle acque dello Stige. Ai Campi Elisi si accenna, forse gli eroi potranno andare là, ma al momento sia Achille che Agamennone, quando Ulisse scende nell’Ade, sono in mezzo alle altre ombre, trasparenti come tutti.

L’etica quindi, la disciplina delle regole del comportamento, non è in vista di una vita buona, né di un premio nell’oltretomba, come secoli dopo sosterrà Platone. La vita sarà spesa per ottenere tutta la gloria possibile e per non essere dimenticati, perché sulla terra si trattengano il più possibile quei simulacri dell’immortalità che sono la fama e la memoria. E se questa è la situazione, il bene non avrà nulla a che fare con il sacrificio di sé in favore di altri, con la cura e la misericordia. L’essere umano dovrà soprattutto lasciare il ricordo di azioni che non portino vergogna: essere grandi guerrieri, vendicare le offese, primeggiare, comandare. Anche il rapporto tra uomini e dèi è definito da una profonda solitudine, un senso di abbandono: gli dèi non vanno offesi, perché puniscono e anche loro non sanno cosa sia il perdono; vanno onorati – se no, appunto, si offendono – ma questo non garantisce il loro aiuto, il loro favore. Sono fin peggiori degli uomini, che almeno hanno il senso della pietas, a volte, verso vecchi e bambini inermi.

Dico «a volte» perché, proprio durante la presa di Troia, nessuno ebbe pietà per il vecchio Priamo, mentre il figlio di Ettore, il piccolo Astianatte, fu gettato dalle mura sotto lo sguardo della madre, ormai ridotta a schiava e concubina di un greco vincitore. E tutti, divinità e umani, tutti sono comunque costretti dall’ineluttabile destino già stabilito. L’impressione è quindi di un mondo angosciante e angosciato, dove ci si può anche agitare per conquistare una gloria priva di senso, ma è inutile, tutto finirà. Nell’Odissea, Ulisse si accorge che negli inferi Achille è fatto segno di una certa riverenza da parte delle altre ombre, si complimenta con lui. Ma il principe che fu bellissimo e fortissimo, che scelse una vita breve e gloriosa piuttosto che lunga e anonima, dice a Ulisse che preferirebbe essere uno schiavo ancora tra i vivi, piuttosto che essere riverito tra i morti. Uno schiavo, un nulla senza diritti, un animale da lavoro sottoposto ai capricci del padrone, ecco, esserlo è preferibile alla condizione di morto, se pur riverito.

La grandezza di questi personaggi è tutta nell’accettare il gioco fino in fondo, vivere «come se» avesse importanza la gloria o l’avesse il potere, non cedere alla disperazione che pure li accompagna. Così ce li racconta questo libro, meno Hollywood e più fatica di vivere, una lettura piacevole e seria allo stesso tempo.