Bibliografia

Lucrezia Ercoli, Yesterday. Filosofia della nostalgia, Ponte alle Grazie, Firenze, 2022.


La nostalgia è un balsamo e un veleno

Il saggio di Lucrezia Ercoli riflette su un sentimento universale e ambivalente
/ 13.03.2023
di Giovanni Fattorini

Yesterday. Filosofia della nostalgia (il più recente saggio di Lucrezia Ercoli, docente di Storia dello spettacolo all’Accademia di Belle Arti di Bologna, ideatrice e direttrice artistica del festival di filosofia del contemporaneo «Popsophia») si apre con alcuni enunciati fortemente assertivi: «Il passato non è mai stato così presente […] La nostalgia ha infettato tutto: dal remake cinematografico al techetechetè televisivo, dal vintage modaiolo al design retrò […] Non c’è nuova produzione culturale che non sia un reboot, non c’è nuovo fenomeno che non sia una citazione del già detto o un omaggio al già visto». Facendo proprio il titolo di una famosa canzone di Paul McCartney, il saggio di Lucrezia Ercoli vuole «ricostruire l’anamnesi di un’antica malattia che è tornata a paralizzare l’Occidente. Un viaggio nella filosofia della nostalgia, il sentimento contemporaneo più affascinante e più pericoloso».

Chi ha medicalizzato per primo tale sentimento è lo stesso che ne ha coniato il nome: lo studente svizzero Johannes Hofer, che nella sua tesi di laurea in medicina, pubblicata nel 1688 e intitolata Dissertatio medica de nostalgia, lo definisce «una tristezza ingenerata dall’ardente brama di ritornare in patria»: una tristezza che può avere un esito mortale. Tra le opere letterarie che hanno dato più intensamente voce «al mal du pays», Ercoli privilegia il racconto omerico del nostos di Odisseo e i Tristia di Ovidio, esiliato da Roma nella lontana e inospitale Tomi. Che il sentimento nostalgico sia una «malattia antica», lo comprovano le innumerevoli declinazioni del mito dell’età dell’oro, che in Occidente viene descritta per la prima volta nel poema Le opere e i giorni, composto tra il VII e VI secolo a.C. da Esiodo.

Nel secolo scorso, in America, sono sembrati un’età dell’oro gli anni a cavallo tra il Cinquanta e il Sessanta – «i meravigliosi anni mai esistiti» – rievocati da Happy Days, una sitcom di straordinario successo, andata in onda dal 1974 al 1984, che raccontava i «giorni felici» della famiglia Cunningham. Secondo Lucrezia Ercoli, è nel campo della serialità televisiva che l’immaginario nostalgico si esprime più distesamente e puntualmente, perché «solo le serie tv hanno la possibilità di creare mondi abitabili dallo spettatore per un tempo indefinito, universi dove sostare a lungo alla ricerca dei dettagli nostalgici che ci fanno sentire a casa». Oltre ad alcune serie televisive, Ercoli analizza alcuni film appartenenti a quello che si potrebbe chiamare «genere nostalgico»: American Graffiti, di George Lucas (un «archetipo» girato nel ’73 e ambientato nell’estate del ’62); Pleasantville, di Gary Ross; The Truman Show, di Peter Weir; Chiamami col tuo nome, di Luca Guadagnino, in cui «la città di Crema, dove è girato il film, non esiste. Così come non esiste l’Italia dove la storia è ambientata»: Guadagnino dipinge «un Eden metafisico» e «non racconta un’estate degli anni ’80», gli anni della sua giovinezza, «ma mette in scena l’Estate per antonomasia». La preferenza della saggista è per il felliniano Amarcord, in cui la Rimini degli anni ’30 (ricostruita a Cinecittà) e gli anni dell’adolescente Titta (un parziale autoritratto) sono rivisitati in modo onirico, ironico e frammentario, senza cedere a «quell’impulso pericoloso che chiede il ritorno, che chiede al passato di ritornare insieme alla giovinezza perduta».

Impossibile esemplificare adeguatamente il discorso sviluppato nelle tre sezioni del ben articolato saggio di Lucrezia Ercoli. La quale cita con vivo apprezzamento (in quanto «restituiscono perfettamente la complessità» del sentimento nostalgico) due espressioni coniate dalla studiosa russa Svetlana Boym: «nostalgia restauratrice» (che è «una fissazione regressiva sui miti fondativi, […] la nostalgia dei revival reazionari») e «nostalgia riflessiva» (che «riconoscendo l’irrevocabilità del passato […] ci consente di guardare oltre»). L’ambivalenza e la duplicità del sentimento nostalgico (che costituiscono, come dice Ercoli, «il basso continuo» del suo saggio) hanno attualissima evidenza nelle pagine dedicate alla «moda mainstream del vintage» e al «nuovo spazio della nostalgia»: lo spazio digitale.

L’oggetto vintage è «la trasfigurazione del sentimento nostalgico in kitsch», ma è anche «una forma di resistenza, una piega che causa lievi deviazioni alla routine della riproducibilità». Quanto allo spazio digitale, basta considerare Youtube, smisurato archivio in cui possiamo trovare, «senza gerarchie e senza interpretazioni, un insieme immenso di ricordi personali e generazionali che innesca un desiderio compulsivo e sempre più asfissiante. Il catalogo sterminato di cose morte che, quando non ci deprimono, si limitano a intrattenerci». Occorre dunque riconoscere l’esistenza di due nostalgie e saperne equilibrare la commistione: «una nostalgia che ci fa ritrovare la nostra identità e una nostalgia che ci fa perdere il contatto con la realtà, una nostalgia che ci proietta nel futuro e una nostalgia che ci chiude nel rimpianto».