Che lo si voglia o no, che lo si accetti con rassegnazione o lo si rivendichi, la nostra società tende fatalmente a valorizzare i vincenti, coloro che vivono seguendo ciecamente il motto «volere è potere». Ieri come oggi bisogna essere produttivi e riproduttivi se si vuole ambire al pantheon dei winners.
Malgrado il successo e il riconoscimento pubblico continuino a fare gola a molti, la società, quella dello spettacolo in primis, sembra però gradatamente aprirsi a una «diversità» controllata e addomesticata, al riconoscimento di personaggi apparentemente meno politicamente corretti. Che si tratti di serie TV diventate oggetti di culto quali le eccellenti Transparent e Pose che affrontano il tema della transidentità, o di star quali Brad Pitt che ha scelto di indossare una gonna in occasione della Berlinale, Harry Styles che con i suoi baroccheggianti look gender fluid sembra voler sfidare le convenzioni di genere (per lo meno quelle vestimentarie) o i Maneskin che con i loro abbigliamenti sapientemente creati da Gucci si presentano come il nuovo fenomeno rock alternativo, questa rivolta è comunque limitata al mondo artificiale dei red carpets, dei palcoscenici e degli schermi, piccoli o grandi che siano. Le star si divertono a rompere le regole in occasione di eventi puntuali nei quali giocare la carta della «trasgressione», ma cosa significa incarnare la «differenza» nel quotidiano?
Come affermato dal performer e teorico dei generi Alok Vaid-Menon (alias Alok, nella foto) in un’intervista rilasciata al «Guardian»: «Ho il diritto di esistere. Ho il diritto di indossare quello che voglio. Ho il diritto di esistere nello spazio pubblico». Le parole di Alok sono un grido di rivolta nei confronti di una società che accetta la trasgressione solo tra le rassicuranti mura dello showbusiness, in un mondo di paillettes che si nutre di effimero. Sempre Alok, che si espone pubblicamente in quanto queer, esibendo con fierezza i suoi capelli multicolore e indossando vestiti sgargianti, scarpe con il tacco e un tocco di rossetto, precisa a proposito di questo fenomeno di starificazione del «diverso»: «La gente pensa che vada bene anche se è effimero, la diversità è per loro un vestito che si può togliere. A volte mi chiedo: pensi che per me questo sia un costume da indossare e togliere a piacimento? Per certi versi, il palcoscenico ha cominciato a sembrare una gabbia». La diversità va bene ma solo se controllata, igienizzata e infine integrata. Cosa succederebbe però se questi personaggi «anomali» cominciassero, come nel caso di Alok, a impossessarsi dello spazio pubblico? E se la diversità smettesse di accontentarsi dell’effimero rivendicando una perennità freak che le spetta di diritto? Cosa accadrebbe se i perdenti diventassero improvvisamente vincenti?
Con il suo saggio L’arte queer del fallimento, l’accademico e teorico dei generi statunitense Jack Halberstam ha deciso di teorizzare questo stravolgimento di paradigmi incoraggiando i «falliti» della società eteronormativa a rivendicare la propria splendente differenza. Numerosi sono gli artisti e teorici che hanno accolto la sfida incarnando anomalie che invadono con fierezza lo spazio pubblico. Oltre ai più conosciuti Stromae e Lewis Capaldi che hanno parlato con coraggio dei loro problemi psicologici o Elliot Page che, esponendo con coraggio la sua transizione, da anni lotta per i diritti delle persone transgenere, si stanno facendo sentire anche altre voci più discrete ma non per questo meno dirompenti. Tra queste, l’artista trans italiana Agnes Questionmark che ha trasformato il suo cammino di transizione in opera d’arte totale.
Con Transgenesis, una performance di ventitré giorni svoltasi in un parco dei divertimenti abbandonato al nord di Londra, Agnes si trasforma in creatura tentacolare che abbatte le frontiere tra i generi ma anche tra le specie. La giovane artista rivendica con coraggio una mostruosità non più vista come stigma ma come forza rivoluzionaria. Con la sua arte, Agnes ci ricorda quanto il corpo sia ricettacolo di cambiamenti, di mutazioni, un involucro che esprime l’effimero e la vulnerabilità di un’esistenza nella quale essere sé stessi può costare caro. Nella stessa corrente di rivendicazioni anti identitarie ritroviamo l’artista, scrittrice e DJ afroamericana Juliana Huxtable che ci propone di riscrivere la storia dal punto di vista delle minoranze, di chi è stato da sempre escluso dal winners team o ancora la filosofa, giornalista e scrittrice francese Ovidie che con il suo saggio La chair est triste hélas ci fa riflettere su uno dei grandi tabù della nostra società: il rifiuto della sessualità brandito come arma contro il patriarcato. Che si tratti di discriminazioni legate al genere, alla sessualità, alla razza o alla salute mentale, questi eroi e eroine freak ci fanno capire che è ancora possibile scrivere delle narrazioni alternative, che «riuscire» non significa integrarsi ma piuttosto imporre con coraggio la propria diversità, la propria toccante fragilità. Sta a noi scegliere da quale parte stare.