La coscienza di Gotthelf

Tribolazioni inaudite e infanzie rubate in due recenti libri editi da Dadò
/ 23.01.2017
di Luigi Forte

Aveva già trentanove anni Jeremias Gotthelf quando pubblicò nel 1836 il suo primo grande romanzo Lo specchio dei contadini che l’editore Dadò propone ora nell’ottima versione di Mattia Mantovani. Era nato a Morat nel Canton Friborgo e in realtà si chiamava Albert Bitzius, figlio di un pastore protestante e lui stesso pastore nel villaggio di Lützelflüh nell’Emmental bernese fino alla morte nel 1854. Ai parrocchiani si rivolgeva in dialetto, lo stesso che usò ampiamente nelle sue opere in 49 volumi redatte in soli diciotto anni. Elias Canetti ricordò nella sua autobiografia che «all’infuori del dialetto Gotthelf era assolutamente impensabile, la sua forza la traeva tutta da lì». Perché quello era il mondo del predicatore cocciuto e impaziente, guardato con diffidenza dalle stesse autorità ecclesiastiche per la sua eccessiva sensibilità verso il dolore e le miserie del mondo.

Avrebbe desiderato una parrocchia in città, magari a Berna, si trovò invece a condividere l’amaro destino dei tanti contadini che popolano le sue pagine, deciso a combattere con la parola ogni forma di ingiustizia. Certo lui guardava alla scrittura con intento educativo e vocazione pastorale. Non per nulla assunse come nom de plume quello del profeta Geremia che nelle Lamentazioni stigmatizza il peccato come momento di squilibrio fra Dio e l’uomo. «Mi misi a scrivere per una necessità naturale – confessò – e, d’altra parte, non potevo scrivere che come ho fatto, se volevo conquistare il popolo». Ma per fortuna, fin da questo primo vigoroso «romanzo di formazione» che – come ricorda Peter von Matt nella premessa – inaugura la letteratura moderna in Svizzera, il predicatore scompare dietro lo scrittore e la fabulazione scivola negli angoli più umili e segreti della vita quotidiana per rigenerarli su un orizzonte di universali valori umani. Certo il pastore veglia nel sottofondo, lancia i suoi strali e istruisce con rigore pedagogico, ma lo scrittore, che Thomas Mann definì omerico, muove in superficie i propri personaggi con grande agilità, conferendo loro naturalezza ed epico respiro.

Il protagonista di questa lunga e tormentata storia di emancipazione e riscatto, Jeremias Gotthelf (cioè Diotaiuti, in italiano), che poi diventerà lo pseudonimo dello scrittore, è uno dei tantissimi Verdingskinder, cioè dei bambini dati in affidamento coatto perché provenienti da famiglie difficili o estremamente povere. Un fenomeno molto diffuso ancora nel secolo scorso in un paese come la Svizzera «esteticamente pacificata ed edificante, evocatrice di paesaggi bucolici», come ha ricordato Simona Sala nella sua introduzione all’interessante volume Anime rubate. Bambini svizzeri all’asta curato sempre per l’editore Dadò da Lotty Wohlwend e Arthur Honegger, ex bambino in appalto, che documenta il drammatico destino di molti fanciulli emarginati dalla famiglia e dalla società, vittime di destini impietosi. 

Così succede al piccolo Jeremias alla morte del padre. Anche lui, come molti altri, è solo una cosa, ein Ding, messa pubblicamente all’asta e affidata a contadini come forza lavoro a basso prezzo. Inizia così la sua via crucis, da una famiglia all’altra, dove svolge i lavori più umili e non viene chiamato neppure per nome. È semplicemente il «ragazzo», sfruttato e denigrato, che non gode di alcun diritto. Ad altre latitudini Charles Dickens, ribaltando il romanzo di formazione con il suo dissacrante umorismo nero, rappresentò una gioventù altrettanto malconcia nel romanzo Oliver Twist pubblicato a puntate fra il 1837 e il 1839 sulla rivista «Bentley’s Miscellany». Gotthelf segue invece il suo sventurato protagonista con affetto e pietas, attraverso infinite disavventure, ma con l’occhio ben rivolto ai mali del mondo.

Servi e padroni, contadini e funzionari, stolti e scaltri, buoni e malvagi si alternano non senza sprazzi ironici nelle sue pagine: tipologie che non tramontano mai ma cambiano solo d’abito nel corso del tempo. È un intero sistema sociale che viene messo in discussione, il mondo ipocrita e corrotto di chi decide e amministra nel proprio interesse alienando braccia e menti dei più deboli e disperati. Non è forse un caso che fra mille esperienze presso diverse famiglie contadine il piccolo Jeremias trascorra il periodo più felice insieme ad un’anziana coppia di «zingari cristiani» che vivono in una misera capanna, fanno i venditori ambulanti e svolgono attività al di fuori della legge. A contatto con questi piccoli malviventi il ragazzino prova una gioia e una libertà che non conoscerà mai più in seguito. 

Ai margini della società sembra paradossalmente di poter ritrovare un guizzo di vera vita. Ma la speranza rinasce per un attimo con la figura della serva Anneli, che aspetta un figlio dal giovane e morirà di parto. Anche lei è una delle tante splendide figure femminili di Gotthelf come la coraggiosa Elsi e poi Vreneli, Meyeli, Bäbeli dai nomi dolci e un po’ mielosi. Anneli è una luce destinata a spegnersi nella vita ma a brillare per sempre nel cuore di Jeremias. Il quale, privo di prospettive, si arruola al servizio della monarchia francese, rischiando di soccombere, ma trova infine un vero maestro di vita in Bonjour, un ex coscritto napoleonico, che gli insegna a trasformare rabbia e tracotanza in ragionevolezza e fiducia verso se stesso. Grazie a Bonjour il ragazzo Jeremias diventa un uomo capace di comprendere le debolezze del prossimo e orientarsi nella follia del mondo. Come Kurt di Koppigen nell’omonimo splendido racconto, anch’egli, ai margini di una vita sciagurata, è un individuo alla ricerca della propria verità.

Prospettiva che rientra in uno schema narrativo caro allo scrittore svizzero che nelle sue storie enfatizza l’aspetto morale e la ricerca di se stessi, consapevole che per trovare la propria strada c’è bisogno di qualcuno disposto all’amore. Come Jeremias inselvatichisce e si dà al vagabondaggio per poi trovare in Bonjour e più tardi nel verificatore dei pesi e delle misure del villaggio i consiglieri ideali, così il protagonista del grande romanzo Uli il servo, uno scapestrato ubriacone, troverà la sua guida nel padrone Johannes che sa come riportarlo sulla retta via. Insomma, nelle pagine del pastore Gotthelf, l’ottimismo alla fine è di prammatica: le sue anime dolenti vengono traghettate verso sponde sicure, giacché lo scopo finale è insegnare al popolo la moralità del bel tempo andato, magari utilizzando anche la dottrina del suo grande compatriota Pestalozzi, fondatore della moderna pedagogia, come ricorda Goffredo Fofi in un breve scritto premesso al volume. 

Jeremias seguirà il consiglio dell’amico: diventare un educatore del popolo, mettendo ovunque a disposizione la propria dura esperienza, persino fra i tavoli di una locanda, dove alla fine trova ristoro e quiete. Il pastore Bitzius di inferno se ne intendeva, come dimostra l’ambiente in cui proietta il suo protagonista e la disamina incalzante di una società ingiusta. Ma la sua parola si nutre di speranza e cerca la luce mentre evoca con mirabile tensione le pulsioni della vita e il ritmo segreto del mondo.

Bibliografia
Jeremias Gotthelf, Lo specchio dei contadini, a cura di Mattia Mantovani. Con scritti di Peter von Matt e Goffredo Fofi, Armando Dadò editore, p. 527.
Lotty Wohlwend-Arthur Honegger, Anime rubate. Bambini svizzeri all’asta, traduzione di Gabriella de’ Grandi, introduzione di Simona Sala, p. 193.