Sarei disposto a scommettere che, anche nella Svizzera italiana, in quasi ogni casa si conservi da qualche parte, magari non proprio sui primi scaffali, una copia sgualcita dell’Insostenibile leggerezza dell’essere. «Sgualcita» perché il libro apparve in italiano nella primavera del 1985 e tutti lo portarono in spiaggia quell’estate, ne parlarono con amici e colleghi e se ne compiacquero. Editorialmente parlando fu un caso da manuale: i primi romanzi dello scrittore ceco erano stati tradotti e pubblicati in Italia da Mondadori sin dagli anni Settanta e non si trattava davvero di cose minori (Lo scherzo e La vita è altrove, per dire), ma soltanto la magia di Adelphi riuscì a recuperarne retrospettivamente la figura anche per il pubblico italofono. La luce riflessa dell’Insostenibile leggerezza dell’essere, titolo-emblema con il quale Roberto Calasso decise di inaugurare la nuova collana Fabula, proiettò a ritroso su tutta l’opera di Kundera un’aura di celebrità che non venne mai meno. Sulla copertina, quasi un segno premonitore della definitiva consacrazione nell’omonima serie di Gallimard, che lo avrebbe accolto da alloctono tra i massimi scrittori della letteratura francese, Les Pléiades di Max Ernst. Più che un libro è una pietra miliare nella storia dell’editoria recente, giunta oramai alla cinquantesima edizione.
La copia dei miei genitori – all’epoca io andavo ancora alla scuola materna – la ritrovai molti anni più tardi in una sezione della biblioteca di famiglia dedicata ai più noti testimoni della dissidenza antisovietica (Solzenicyn, Grossman, Abram Terz) ma non sono certo che fosse veramente al posto giusto. Certo la critica di Kundera al sistema sociale e politico imposto alla sua terra dal comunismo, già prima dei tragici fatti praghesi del 1968, era stata dura e feroce, senza sconti, forte di armi potentissime quali l’ironia e il sarcasmo. Però non era quello il punto: nei suoi libri il contesto storico, che è inevitabilmente quello in cui gli fu dato in sorte di vivere, è poco più dello sfondo su cui si proiettano i drammi esistenziali dei protagonisti, e non il cuore stesso del problema. Era il privato, non il pubblico, ciò che davvero gli interessava, non escluse naturalmente tutte le fastidiose invadenze del secondo nello spazio vitale del primo, cosa in cui i sovietici erano maestri.
Nato a Brno, nella Moravia meridionale, nel 1929, per 45 anni fu uno scrittore ceco in lingua ceca, figlio di quella generazione di intellettuali che diede al Novecento, tra i tanti, il regista Milos Forman e il drammaturgo Vaclav Havel. E per i successivi cinquant’anni, dopo una cesura che divenne subito irreversibile, fu scrittore francese in lingua francese residente in Francia, la stessa patria di adozione di altri celebri autori d’oltre cortina come il bulgaro Tzvetan Todorov, il rumeno Emil Cioran o l’albanese Ismail Kadare. Per poco non incappavo nell’errore consueto che sempre feriva Kundera come una coltellata: fare di ogni erba un fascio e dividere l’Europa in due, l’Occidente «occidentale» e l’Oriente sovietico, quando sono infinite invece le sfumature culturali e sociali che caratterizzano i paesi di mezzo, la Mitteleuropa di cui Boemia e Moravia sono tra i più tipici rappresentanti. Franz Kafka era uno scrittore ceco o tedesco? E l’Austria-Ungheria da che parte stava? E Joseph Roth? E Mozart prima di allora?
Le forzature novecentesche hanno imposto delle semplificazioni attorno alle quali ci invita a riflettere l’ultimo titolo apparso in italiano, sempre da Adelphi, solo la scorsa estate: la raccolta di saggi e lezioni brevi Un Occidente prigioniero (il «suo» Occidente, quello della cultura ceca divenuta ostaggio del potere sovietico). «L’Europa centrale» affermava Kundera con una lucidità e una lungimiranza valide ancora oggi «voleva essere l’immagine condensata dell’Europa e della sua multiforme ricchezza, una piccola Europa ultraeuropea, modello in miniatura dell’Europa delle nazioni concepita sulla base di questa regola: il massimo di diversità nel minimo spazio». Sul modello diametralmente opposto, cioè il minimo di diversità nel massimo spazio, era stata costruita tutta l’esperienza sovietica dalla quale nel 1975 non poté fare altro che scappare.
Memorabile nel romanzo d’esordio, Lo scherzo del 1967, la figura di Ludvik, che giocando a fare il finto trotzkista viene accusato veramente di sedizione dai suoi stessi compagni di partito, che lo emarginano senza pietà. Nella sua esistenza finita improvvisamente fuori sesto («Mi ritrovai fuori dell’orbita della mia vita») si cela la più efficace metafora dello svuotamento di senso cui giunge spesso l’uomo contemporaneo, recuperabile forse soltanto attraverso l’illusione di un amore («Da quella sera ogni cosa in me cambiò; ero di nuovo abitato; tutt’a un tratto la camera del mio intimo era ordinata e qualcuno ci viveva»).
Campione dei ritmi narrativi e del senso del tempo, Kundera non allentava mai le redini della struttura e della forma – basterebbe uno sguardo agli indici dei suoi libri, rigorosissimi quanto scarni – quasi a voler arginare e contenere entro parametri noti, senza però ostacolarlo, il fiume ininterrotto della vita, con il suo continuo zampillare di sentimenti e di emozioni, persino di banalità e di pensieri «semplici». Ispirandosi all’antica tradizione retorica dell’ubi sunt, proprio nell’Insostenibile leggerezza dell’essere propose un catalogo delle banalizzazioni che caratterizzano la nostra epoca consumistica e postmoderna: «Che è rimasto della gente che moriva in Cambogia? Una grande foto di un’attrice americana che tiene in braccio un bambino di razza gialla. […] Che è rimasto di Beethoven? Un uomo aggrottato con una chioma inverosimile che pronuncia con voce cupa: “Es muss sein!” […] E così di seguito. Prima di essere dimenticati, verremo trasformati in Kitsch. Il Kitsch è la stazione di passaggio tra l’essere e l’oblio».
Non si sbaglierà di molto nel vedere in questo suo sguardo severo sulla cultura del gossip e della semplificazione la radice profonda della sua scelta – perseguita con rigore sin dagli anni Novanta – del più assoluto silenzio mediatico. Simile in questo a un altro grande scrittore «orso» scomparso da poco, Cormac McCarthy, i cui romanzi stanno nel palchetto più alto già pronti, come quelli di Kundera, a restare immortali.