Il poliziesco morale dei Dardenne

Dal Belgio un'encomiabile inchiesta dell'anima
/ 21.11.2016
di Fabio Fumagalli

*** La ragazza senza nome (La fille inconnue), di Jean-Pierre e Luc Dardenne, con Adèle Haenel, Olivier Bonnaud, Jéremie Renier, Louka Minnella, Olivier Gourmet (Belgio 2016)

Tutto ha inizio dalla porta sbarrata di uno studio medico. L’orario dedicato alle visite è trascorso da più di un’ora, e la giovane dottoressa generica decide, malgrado la disapprovazione del suo stagista, di non aprire a chi sta bussando. Colei che bussava, però, sarà ritrovata morta l’indomani sulle rive della Mosella. È lei la ragazza senza nome del titolo; un’entità quasi astratta, a lungo sconosciuta, mostrata solo di sfuggita. È la ragione, anche a causa della sua natura scarsamente definita, del sentimento di colpa (e di strazio, paura, ripensamento deontologico) che farà da filo conduttore nell’ultimo film dei due sempre ispirati cineasti. 

Anche se ne assume le apparenze, anche se risulterà una delle opere più «scritte», meno libere dei suoi autori, La fille inconnue non è però un poliziesco. Piuttosto, un’inchiesta dell’anima, prima fra tutte quella della protagonista: una delle tante eroine, determinate fino alla testardaggine, che dai tempi di Rosetta alimentano l’emozione e supportano le costruzioni drammatiche così particolari dei fratelli Dardenne. 

Prima di ogni altra cosa, il film è comunque debitore nei confronti di Adèle Haenel, la giovane attrice che si sta affermando nel cinema francese più impegnato. Dopo la meravigliosa Marion Cotillard, con il suo giovane corpo esausto in Due giorni, una notte, quest’altra eroina è egualmente ferita, ma nella mente. Seria, competente nella sua apparenza quasi post-liceale, una perfezionista dalla determinazione a muso duro: ma già coinvolta, da un sistema sociale impaziente, in una serie di responsabilità, riflessioni e decisioni che la costringono in uno spazio psichico sempre più ristretto. 

Una solitudine, fatta di relazioni con il prossimo a colpi di telefoni, citofoni, computer che finiscono per interferire anche con il flusso del racconto. Un isolamento, che la dottoressa tradisce nella tenerezza con la quale avvicina lo stetoscopio ai pazienti; ma dovuto in primo luogo al fallimento di un’etica professionale che esige di non lasciarsi sopraffare dalle emozioni. 

È un quadro morale delicato ed encomiabile, ma che arrischia di condizionare le situazioni predilette solitamente dagli autori. Frenandone quell’inarrestabile slancio in avanti, spesso camera a spalla, libero e imprevedibile, che costituisce una delle particolarità più avvincenti del loro cinema. In questo senso, La ragazza senza nome non è il film più libero dei Dardenne; ma nell’abituale attenzione ai dettagli, alla banalità quotidiana anche più sfuggevole, nei toni quasi documentaristici nella ricerca della verità nascosta, persiste un cinema dalla generosità morale e maturità formale ineguagliabili.