Bibliografia
Marco Belpoliti, La strategia della farfalla, Milano, Guanda, 2016.


Il luna park di Copenhagen

Gli insetti nella vita reale, nella comunicazione e nella letteratura in un libro del giornalista e scrittore Marco Belpoliti
/ 14.11.2016
di Stefano Vassere

«Il gioco delle superfici nelle farfalle ostacola, o favorisce, determinate lunghezze d’onda, che generano colori intensi, oppure iridescenti: come bolle di sapone, cambiano colore a seconda del punto di vista di chi le osserva».

Si sa, studiamo il linguaggio degli animali per tre fondamentali motivi: uno perché ci permette di valutare, per difetto, quanto ben strutturato e completo sia il nostro linguaggio, due perché gli animali comunicano spesso con sensi diversi da quelli che usiamo noi, tanto da creare un universo sensoriale per noi alieno e intrigante, terzo perché studiare il linguaggio degli animali è divertente. Il libro di Marco Belpoliti, La strategia della farfalla, appena uscito nella «piccola biblioteca guanda», allietato dalle piccole e tenerissime illustrazioni di Giovanna Durì, è una rassegna di una quindicina di brevi testi dedicati ad altrettanti insetti, che ci sono introdotti per la loro evoluzione storica, i modi con cui comunicano e sopravvivono, le eventuali sensazioni che hanno suscitato presso gli scienziati che li hanno studiati o gli scrittori che li hanno narrati.

La prima squadra, quella degli scienziati, ha rappresentanti ormai mitici, soprattutto nel campo della comunicazione di questi esserini: il premio Nobel Karl von Frisch, «scopritore del linguaggio delle api, cui fu risparmiata l’espulsione dalla Germania nazista solo perché grande esperto di api e di miele, alimento necessario durante la guerra»; o anche Edward O. Wilson, autore di un famoso libro sul mondo delle formiche, che ha vinto il Premio Pulitzer, e del concetto sociobiologico di superorganismo applicato ancora alle api. Nella serie degli scrittori a primeggiare, con ovvietà, è Primo Levi, la cui opera è, come quella di Vladimir Nabokov, popolata di api ma anche di scarafaggi, pulci e numerosi altri insetti.

Si studiano però gli insetti (e gli altri animali, anche: le rane, per esempio, che non si muovono ma vedono tutto, perché hanno occhi talmente sporgenti da sfruttare l’intera, tondeggiante, superficie per vedere qua e là) anche perché comunicano e ricevono stimoli dal mondo circostante con sensi diversi dai nostri. Se noi sfruttiamo la comunicazione usando orecchie e occhi, i «discorsi» delle formiche passano dalla secrezione di ferormoni, che vengono interpretati attraverso il gusto e l’olfatto. La stessa, strafamosa, danza delle api, quella a otto, prima un semicerchio e poi un percorso mediano tutto ondeggiamenti e sculettii, viene da noi vista e dalle api operaie che assistono sentita, attraverso le vibrazioni sonore e il tatto.

Il libro di Marco Belpoliti è – ma va? – pieno di curiosità e stranezze: in rassegna esemplificativa e molto limitata, i nomi che nei vari posti definiscono gli scarafaggi (prussiani nella Germania meridionale, svevi in quella del nord, francesi in quella orientale, ancora prussiani in Russia), i circhi delle pulci («Danilo Mainardi racconta di aver visto all’inizio degli anni Settanta in un luna park di Copenhagen un circo di pulci ammaestrate»), il carattere onomatopeico del nome zanzara, l’idea che del tempo ha la mosca: «von Frisch fa notare che, se in un secondo la mosca compie con le ali duecento movimenti, avrà senza dubbio un’idea del tempo molto diversa da noi umani». Alla fine del libro, densa appendice bibliografica per continuare la lettura.

«Primo Levi, visitando nel 1981 una mostra a Torino, si è chiesto: perché sono belle le farfalle? Non certo per il piacere dell’uomo, si è risposto, cosa che asserivano gli avversari di Darwin: sono comparse almeno cento milioni di anni prima di noi umani. La bellezza è un concetto relativo e culturale, e Levi ritiene che si sia modellato nel corso dei secoli prendendo a oggetto le farfalle, così com’è accaduto per le stelle, il mare e le montagne».