I racconti fetali della maturità

In «Il guscio» lo scrittore britannico Ian McEwan racconta la vita dalla prospettiva di un feto senza dimenticare di strizzare l’occhio a Shakespeare
/ 18.04.2017
di Mariarosa Mancuso

Irresistibile. Il punto di vista è azzeccato e originale. La chiacchiera è intelligente e ironica. Cosa possiamo chiedere di più a un romanzo? Ciliegina, per completare la felicità: non lo ha scritto un esordiente, ma uno scrittore che credevamo perduto e ora abbiamo ritrovato.

Avevamo tanto amato Ian McEwan, da quando un amico consigliò i racconti intitolati Primo amore, ultimi riti e Fra le lenzuola. Abbiamo continuato ad amarlo dopo la decisione di passare al romanzo, balzo che non sempre riesce: Il giardino di cemento, Espiazione o L’amore fatale. Abbiamo continuato, in anni più recenti – un titolo tra tutti, il molto sopravvalutato Chesil Beach – a prendere in mano i suoi libri per inerzia, senza grandi entusiasmi, come ogni tanto si telefona a un vecchio amico che ripete le stesse cose. Li abbiamo cominciati, abbiamo letto qualche capitolo, non possiamo giurare di averli letti fino in fondo.

Nel guscio, l’ultimo romanzo appena uscito da Einaudi, è servito a fare pace. Protagonista: un bambino ancora nella pancia della mamma, a testa in giù perché qualcosa sta per accadere. Spiega di avere appena scartato «il dono della coscienza dal dorato involucro in cui era avvolta», e comincia a sospettare che si tratti di un regalo avvelenato.

Ha già le sue nostalgie: prima fluttuava nel palloncino, ora sta stretto nel suo alloggiamento, e come se non bastasse attorno a lui c’è spesso trambusto. Mamma Trudy e un certo Claude (che poi scopriremo essere lo zio del piccino, di mestiere agente immobiliare, sprovvisto di senso dell’umorismo e dedito ai beveroni che secondo lui allungano la vita) si agitano tra le lenzuola, brevemente ma intensamente.

Il pupo che sta per nascere non ha ancora un nome, ma è curioso di tutto. Ascolta i notiziari e i programmi culturali che piacciono alla madre, oltre a orecchiare le conversazioni attorno a lui (sennò l’unica distrazione sarebbe il cordone ombelicale con cui giocare). La mamma e lo zio parlano di un piano, ma spesso lo fanno sotto la doccia e non tutte le parole sono chiare. C’è anche un padre, tale John Cairncross, titolare di una minuscola e raffinata impresa editoriale che pubblica solo libri di poesie, perlopiù invenduti.

Un piano congegnato lontano da orecchie indiscrete, una famiglia nido di vipere, una frase di William Shakespeare in apertura di romanzo: «Potrei essere confinato in un guscio di noce e sentirmi il re di uno spazio infinito – se non fosse per i brutti sogni». Ma certo, è Amleto, anche gli altri dettagli vanno al loro posto. I nomi (Trudy sta per Gertrude) e soprattutto il dilemma «essere o non essere», mai stato tanto cruciale. Ian McEwan riscrive Amleto e si diverte parecchio, come mai in letteratura gli era capitato. Era tetro in gioventù, serio e a tratti solenne nella maturità, scanzonato ora che è in vista dei 70 anni.

Circondati come siamo da adulti che si comportano come bambini capricciosi, duecento pagine in compagnia di un nascituro dotato di buon senso sono un magnifico regalo. Il nostro ha capito che vivrà in un angolo privilegiato del pianeta, fornito di acqua corrente calda e fredda, vacanze, anestetici, lampade da tavolo. Apprezza il fatto che l’umanità non sia mai stata tanto ricca, sana, longeva. Ricorda al lettore distratto – e ai politicamente corretti che hanno annesso d’ufficio Ian McEwan al loro partito – che oggi sono di uso comune lussi che gli imperatori di epoche passate potevano solo sognare.

Ai tempi di Shakespeare, per restare dentro la famiglia letteraria di riferimento, le donne non calcavano i palcoscenici e Giulietta era un baldo giovane in abiti femminili. In piazza combattevano gli orsi e gli assassini venivano impiccati (entrambi con grande successo di pubblico). È vero, ammette il non ancora nato: forse abbiamo costruito un mondo troppo complicato per governarlo. Ma nessuna persona sana di mente farebbe cambio con l’armonioso mondo contadino che esiste solo nei film di Ermanno Olmi (dove si sacrifica un albero intero per ricavarne due zoccoli).

Oltre a Shakespeare, Ian McEwan strizza l’occhio a Laurence Sterne e a Tristram Shandy, altro personaggio romanzesco che racconta i fatti suoi prima ancora di nascere. Addirittura prima di essere concepito: ogni domenica il genitore caricava la pendola e si dedicava ai doveri coniugali, la madre sul più bello chiede se la pendola ha avuto la sua carica. «Per questo sono venuto su un po’ strano», spiega Tristram.

L’Amletino di McEwan ha invece fatto sua la frase di Re Lear: la maturità è tutto.