Dove e quando

Stützen der Gesellschaft, in cartellone al Luzerner Theater fino al 2 giugno.

www.luzernertheater.ch


I Pilastri della società di Ibsen

Il dramma in cartellone a Lucerna
/ 08.05.2023
di Marinella Polli

I Pilastri della società è un dramma di Henrik Ibsen, oggi raramente messo in scena. Oltre a colpire profondamente il pubblico nel 1877, si rivela sempre di grande attualità, in quanto fotografa attitudini e situazioni tipiche di ogni tempo. Un duro, feroce dramma che, se confrontato con opere antecedenti, costituisce un cambiamento determinante nel teatro ibseniano. Unitamente a immensi capolavori come per esempio Casa di Bambola (1879), Spettri (1881), L’Anitra selvatica (1884) e Hedda Gabler (1890), questo è il primo di una proficua stagione creativa cosiddetta più sociale del grande autore norvegese e di quel suo tipico realismo borghese. Evidenziando come disonestà e falsità, ipocrisia e Lebenslüge non risiedano tanto nelle istituzioni, bensì nell’individuo, anche questo complesso lavoro indaga segreti, pregiudizi e ipocrisie dei personaggi, al punto da farli diventare i veri protagonisti in scena: i pilastri, appunto, su cui poggia la società. Perfetto rappresentante di tale società dalla superficie levigata ma meschina e corrotta, è il console Karsten Bernick, ricco armatore a cui la città intera deve ogni possibilità di lavoro e di benessere. Katja Langenbach, regista dell’attuale produzione in cartellone al Luzerner Theater (in un’elaborazione curata da Eva Böhmer) sposta l’azione ai giorni nostri, muovendo da una concezione che, pur ossequiando il messaggio di Ibsen, sfocia però spesso nella caricatura. La scenografia multicolor di Hella Prokoph, i costumi luccicanti di Julia Ströder, i molti accenni ai social (video di Rebecca Stofer), insomma effetti esagerati, rivelano poco del contrasto fra l’ostentato perbenismo e moralismo e il vero messaggio ibseniano su verità e libertà individuale.

Riguardo alla recitazione, impeccabile Christian Baumbach nei panni di Karstens Bernick, solo di facciata uomo integerrimo, e con tutto un impero costruito sulla menzogna. Gli si contrappone Tini Prüfert nei panni dell’aggressiva, emancipata, spregiudicata Lona, che la regista vuole enfaticamente americana. Obbedienti ai dettami della Langenbach anche Hanna Binder nel ruolo di Betty la moglie di Bernick, da lui sposata solo perché ricca, Amélie Louise Hug in quelli di Oda (in questa messinscena al posto di Olaf del testo originale). Caricaturale anche il monologo finale, con Bernick che si rivolge alla città rivelando la verità a lungo inconfessata, ma così garantendosi per giunta comprensione, perdono e ammirazione.

Ricordiamo ancora che, prima dell’inizio della rappresentazione, il pubblico viene invitato dall’onnipresente life coach di Bernick (ruolo aggiunto interpretato con entusiasmo da Christian Baus) a farsi fotografare sul sofà di casa Bernick. Al termine delle due ore di spettacolo, applausi assai calorosi all’indirizzo di tutti gli attori e del team registico.