I figli della morte

In ricordo di Primo Levi, nel trentennale della scomparsa
/ 10.04.2017
di Daniele Bernardi

Hurbinek, Henek, Peter Pavel e Kleine Kiepura: questi i nomi che mi sento di riportare, a trent’anni dal suicidio di Primo Levi (Torino, 1919-1987).

Se difficile, in generale, è pronunciarsi sul destino di uno scrittore, difficilissimo è farlo con l’autore di Se questo è un uomo (1947). Le motivazioni ovvie (un muto rispetto di fronte al rigore nella catastrofe – ma quanto suonano vuote queste parole – e la volontà di non aggiungere niente a quanto è stato perfettamente detto con dolente coraggio), presto, lasciano spazio a quelle complesse: mentre la memoria della Shoah – che, ricordiamolo, in ebraico significa «tempesta devastante» – via via diviene il racconto di un racconto, come proteggere, oggi, la memoria di un vissuto la cui paradossale mercificazione è molto più di un ipotetico rischio?

Forse, unicamente, avvicinando le pagine della Storia con la circospezione di chi si accosta a una tomba – come scrisse Giuseppe Ungaretti: «Cessate di uccidere i morti, / Non gridate più, non gridate / Se li volete ancora udire, / Se sperate di non perire. // Hanno l’impercettibile sussurro, / Non fanno più rumore / Del crescere dell’erba, / Lieta dove non passa l’uomo». Purtroppo, in questo tempo sguaiato non tutti credono ancora sacro considerare il valore del dolore pagato a carissimo prezzo e l’essere umili davanti alle macerie dell’umano. È per tale preziosa comunità che ho scelto di cogliere, dal secondo capitolo de La tregua (1963), l’immagine di quattro bambini vissuti in Auschwitz assieme a Levi quando il campo veniva abbandonato al suo destino.

Comincerò da Kleine Kiepura, «la mascotte di Buna-Mònowitz» (si tratta di una zona di lavoro). Dodicenne, «cresciuto troppo e male», era «il protetto del Lager-Kapo, il Kapo di tutti i Kapos» e i più lo guardavano con sospetto – «il suo nome», scrive Levi, «a torto, come spero, veniva sempre sussurrato nei casi più clamorosi di denunzie anonime alla Sezione politica e alle SS». Una volta che il centro di annientamento era stato evacuato, il ragazzo aveva seguito il destino di quelli che restavano e, per alcuni giorni, se ne era stato rannicchiato in un angolo «con lo sguardo fisso nel vuoto». Poi, improvvisamente, aveva rotto il silenzio e preso a sproloquiare come un computer impazzito: nel suo delirio, sosteneva di «aver fatto carriera»; di essere, finalmente, divenuto Kapo: «Non si capiva se fosse follia o un gioco puerile e sinistro», continua Levi, «senza tregua, dall’alto della sua cuccetta vicino al soffitto, il ragazzo cantava e fischiava marce di Buna, i ritmi brutali che scandivano i nostri passi stanchi ogni mattina e ogni sera; e vociferava in tedesco imperiosi comandi ad uno stuolo di schiavi inesistenti».

Il secondo bimbo si chiamava Peter Pavel. A non più di cinque anni era divenuto capobanda di quel branco di «animaletti selvaggi e giudiziosi» che era il clan dei piccoli. Autonomo, taciturno, indipendente, era «biondo e robusto, dal viso intelligente e impassibile». Sapeva badare a se stesso e non chiedeva aiuti di alcun genere. Spariva dalle prime ore del giorno e si presentava solo per reclamare la zuppa e rimettersi a letto senza cambiare posizione sino al mattino seguente.

Viene poi il turno del sagace Henek. Transilvano, quattordicenne, «di piccola statura e di aspetto mite» ma con un’insolita «muscolatura d’atleta», il suo nomignolo – in realtà si chiamava König – gli era stato dato da due ragazze che nutrivano un’ambigua simpatia nei suoi confronti. Il «mulino da ossa» del Lager era stato per lui «una buona scuola»: presto aveva appreso a mentire e dichiaratosi maggiorenne all’ingresso del mattatoio (dove la sua famiglia era stata sterminata all’istante) era scampato alla morte divenendo Kapo del Block dei bambini. Fin da piccolo, raccontava, assieme a suo padre aveva imparato a sparare ai rumeni lungo il confine e ad andare a caccia nei boschi. Mentre gli altri bimbi sostavano a Birkenau «come uccelli di passo», Henek «aveva subito capito la situazione»: grazie alle relazioni che aveva saputo intessere era sopravvissuto sino alla liberazione, selezionando personalmente le piccole vittime da mandare al gas.

Ma fra tutte le creature, personalmente, quella che più lascia senza fiato è l’innocente Hurbinek. «Era un nulla», scrive Levi, «un figlio della morte, un figlio di Auschwitz». Muto, senza nome e privo di storia – quell’appellativo era stato inventato da chi aveva tentato di interpretare i suoni inarticolati che emetteva – «era paralizzato dalle reni in giù, ed aveva le gambe atrofiche, sottili come stecchi; ma i suoi occhi, persi nel viso triangolare e smunto, saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, di asserzione, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba del mutismo». «La parola che gli mancava», prosegue Levi, «che nessuno si era curato di insegnargli, il bisogno della parola, premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva: era uno sguardo selvaggio e umano ad un tempo, anzi maturo e giudice, che nessuno fra noi sapeva sostenere». Alla liberazione, proprio di Hurbinek – «che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero» – con cure materne si occupò lo stesso Henek: lo accudiva, gli dava da mangiare, lo ripuliva dalle lordure della miseria e, sempre, gli si rivolgeva «con voce lenta e paziente».

Ancora su Hurbinek, Levi, con quella forza morale che gli è propria, dice «nulla resta di lui: egli testimonia attraverso queste mie parole». Ed è forse per questo che, oggi, nel rammentare il valore dello scrittore scomparso, non posso fare altro che tornare al ricordo di queste vite sbranate, poiché la loro immagine, che non sorge dalle trasfigurazioni di Ágota Kristóf o dalle fantasie di William Goldin, è il segno del tempo più vicino, del resto atroce di una realtà che non deve smettere di ammutolire.