«Una copertina austera e discreta. Forse grigio e grigio. Lettere uguali un po’ spesse. Tutto qui. Come impressionismo basta e avanza». Sono i desiderata di Louis-Ferdinand Céline, inviati per iscritto all’editore Robert Denoel, per la copertina di Viaggio al termine della notte (assieme ad altre missive, colorite e minacciose – «non toccate una sillaba!» – sono raccolte nel volume curato da Martina Cardelli Lettere agli editori, Quodlibet). La prova di copertina arriva, e come capita spesso, a Céline non piace: «Fategli di grazia sopprimere lo sfumato dall’azzurrognolo al blu... orrore! un blu categorico uniforme, e le lettere del titolo tutte simili».
Jhumpa Lahiri deve avere avuto qualche volta la stessa reazione. Dopo cinque libri tradotti in molte lingue – secondo i suoi calcoli, un centinaio di volumi in tutto, ma bisogna aggiungere i tascabili – ha imparato a mascherarle meglio. Ma il dolore resta. Soprattutto per una copertina che definisce a distanza di anni «tremenda» (moriamo di curiosità, ma la tace l’editore). La scrittrice nata a Londra da genitori originari del Bengala – dopo un lungo soggiorno a Roma, ha scritto In altre parole direttamente in italiano – racconta le sue avventure e disavventure copertinesche in Il vestito dei libri. Esce da Guanda come molti altri suoi titoli, ma il merito della scoperta va a Marcos y Marcos che nel 2000 pubblicò L’interprete dei malanni.
Dai vestiti si comincia. Jhumpa Lahiri ricorda l’invidia per i cugini indiani che indossavano la divisa scolastica, e l’imbarazzo per gli abiti che la madre comprava per lei, senza curarsi delle mode. Ricorda anche i libri «nudi» – vale a dire tutti uguali – che prendeva a prestito nella biblioteca dove il padre lavorava come bibliotecario. L’equivalente della carta da pacchi marroncina in uso nella biblioteca di Bellinzona (così era, almeno, e non vogliamo sapere da quanti decenni non accade più).
Premesse necessarie, per ribadire che la scelta di una copertina è sempre un momento difficile. Non tutti hanno la fortuna di Virginia Woolf, che per i suoi romanzi pubblicati dalla casa editrice di famiglia (l’aveva fondata con il marito Leonard) poteva contare sulle copertine della sorella Vanessa Bell. Esaminando le proprie copertine, si rende conto che sempre scelgono la strada più breve e ruffiana. Quando si lamentò per l’esotismo indianeggiante di una scelta – in fondo il protagonista era nato e cresciuto negli Stati Uniti – le riportarono uno schizzo con la bandiera americana a stelle e strisce. La scrittrice provò da grande il senso di inadeguatezza provato da piccola per i vestiti sbagliati.
Ultimo incidente, made in Italy. Un editore sceglie per un altro scrittore angloindiano la copertina americana dei primi racconti di Jhumpa Lahiri, appunto L’interprete dei malanni (traduceva sintomi, quando paziente e medico erano divisi da una delle innumerevoli lingue indiane).
Capita spesso, perlomeno nell’editoria italiana. Vedere per credere il sito copertinedilibri, che li mette fianco a fianco. Silvia Ballestra (con I giorni della rotonda) e Michel Houellebecq (con Sottomissione) condividono lo sfondo scarlatto e le bestie fameliche. Lo stesso ragazzino dai capelli rossi con la maglietta a righe che guarda il mare sta sulla copertina di Alice Munro (La vista da Castle Rock) e di Neil Jordan (Aurora con mostro marino.
La signorina con la treccia vista di nuca ci ha afflitto per anni, come le copertine con gli occhi fabbricate a imitazione del best seller di Paolo Giordano La solitudine dei numeri primi. Ci fu la versione all black, per il libro di Andrea Tarabbia Un demone a Beslan. E c’è la versione «romanzo vecchio vestito di nuovo», adottata da Neri Pozza per Il male oscuro di Giuseppe Berto: un giovane che guarda fisso in direzione del lettore, coprendosi la bocca. Noi restiamo affezionati al labirinto giallo e nero della storica edizione Rizzoli, anno 1964.
Si può riproporre con le copertine il gioco che si fa con i manifesti e i titoli dei film «veritieri». Passengers, per esempio, sarebbe meglio descritto come «Fighi nello spazio»: Chris Pratt e Jennifer Lawrence sono bellissimi, lei ha un taglio di capelli incantevole, la cosa finisce lì. Dan Wilbur ha un sito intitolato «Better Book Titles». Per Guerra e pace, suggerisce: Guerra, e pace, e Russia, e Napoleone, e nomi difficili da ricordare, e ancora più difficili da ricordare, e un sacco di chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere, e neve.