Fra i libri

Marco Gervasoni, La Francia in nero, Marsilio, 2017
/ 10.04.2017
di Paolo A.Dossena

«Forse è prematuro e smisurato parlare di fine dell’ordine liberale e di tramonto della globalizzazione». Con questo pronostico incomincia e si conclude questa storia dell’estrema destra francese fino al Front national (Fn) di Marine Le Pen, che, secondo Marco Gervasoni, sarà probabilmente sconfitta al 2. turno delle elezioni presidenziali di questa primavera.

Per il Fn la facile e generica etichetta di «populismo» è inattendibile, dovremmo piuttosto parlare di «nazionalismo economico». Diversamente da destre e populismi degli altri paesi, l’Fn, radicato nel sistema politico francese da almeno trent’anni, ha infatti mantenuto una forte continuità di fondo fin dalle origini. 

Altra erronea semplificazione: immaginare che esista un filone politico che lega l’abate Barruel (con le sue teorie cospirative sui massoni del 1789) a Marine Le Pen, passando per il cesarismo di Napoleone III, il boulangismo, il nazionalismo radicale di Barrès e Maurras, la Repubblica di Vichy del maresciallo Pétain, il poujadismo e l’Algeria francese.

La verità è che il pur esistente filone controrivoluzionario che incomincia con il 1789 è discontinuo. Per esempio il nazionalismo nasce a sinistra e, scrive Gervasoni, «l’estrema destra francese lo sposa solo a partire dalla fine del XIX secolo, quando adotta un sentimento, il culto dell’appartenenza etnico-storica al suolo, la cui paternità era fino a quel momento accreditata ai giacobini e alla gauche».

Lo stesso scrive Rene Rémond: «La nazione, come fatto e come sentimento, è una realtà nata dalla rivoluzione… ormai l’adesione va alla nazione e non più alla corona, e questo è un fenomeno capitale, paragonabile al trasferimento di sovranità… Il simbolo di questo trasferimento è la battaglia di Valmy, in cui per la prima volta, i soldati francesi si battono al grido di “Viva la nazione”. È la vittoria della nazione sul vecchio lealismo monarchico… Questo nazionalismo di nuovo genere, questo sentimento moderno, rimane legato per molto tempo alla rivoluzione. Per quasi un secolo, fino alle grandi crisi del boulangismo e dell’affare Dreyfus, il nazionalismo è un sentimento piuttosto di sinistra, legato alle forze popolari e all’opera della rivoluzione.» (Introduzione alla storia contemporanea», Rizzoli-BUR., Milano, 2° ed. 1984). Anche Sergio Romano scrive: «La “nation” a cui Kellermann lancia i suoi evviva dalla collina di Valmy è una nazione “ideologica”». (Disegno della storia d’Europa, Longanesi &C., Milano, 1991).

E che dire del legame del lepenismo con la religione? La controrivoluzione, dal 1789, è molto cattolica, ma, scrive Gervasoni, «dopo la Grande Guerra il clericalismo si indebolisce, fino ad arrivare negli anni Settanta del Novecento al neopaganesimo della nouvelle droite e, più recentemente, alla Laicité républicaine rivendicata da Marine Le Pen». La quale non è nemmeno ostile alla democrazia liberale. Cosa, allora, collega il Fn alle vecchie, varie destre francesi del filone controrivoluzionario che comincia nel 1789? Il rifiuto nazional-populista della modernità (mercato, globalizzazione, libera circolazione di merci e persone) e dell’emancipazione dell’individuo (attraverso l’uso della ragione) dalla comunità. Con il Fn «finanzieri» ed «ebrei» sono tornati ad essere il nemico.