Biografia

Johannes Kühn è nato a Bergweiler/Saar il 3 febbraio 1934 e vive a Hasborn/Saar. Dal 1963 al 1973 lavora come manovale nella ditta del fratello e scrive drammi, poesie, favole. La sua prima raccolta poetica è del 1957, a cui ne faranno seguito altre due nel 1958 e nel 1970. Ma è dal 1984 che le sue poesie vengono pubblicate con continuità e in rapida successione, quasi sempre dalla casa editrice Hanser e grazie all’attenta e affettuosa cura degli amici Irmgard e Benno Rech e dello scrittore Ludwig Harig. Le poesie qui presentate mi sono state gentilmente inviate dall’autore, attraverso l’amico Edoardo Costadura, docente all’università di Jena, studioso e traduttore di Johannes Kühn.


Due poesie inedite

La grazia inattesa del poeta tedesco Johannes Kühn
/ 02.01.2017
di Franco Facchini

Lo sbalordito inganno di esserci davvero

Era una serata nevosa, a Weimar, forse dieci anni fa, o poco più. Ricordo un albero. Ricordo che vedevo un albero. Lo vedevo nella figura di un uomo col cappelluccio calato sulla testa, immerso in un qualche pensiero o nella sua assenza. Beveva una bevanda calda. Non parlava, ma guardava negli occhi con una intensità smarrita, che, invece di mettermi in imbarazzo, mi faceva sentire a mio agio. La ragione precisa non la conosco, ma credo che nascesse dalla percezione che avevo in quel momento di quello sguardo, di quel silenzio che emanava quello sguardo, in mezzo al brusìo delle voci nel bar.

È forse banale dirlo, ma quel silenzio mi parlava e mi diceva di più di qualsiasi parola, di qualsiasi frase, di qualsiasi geniale intuizione o intelligente pensiero. E non sapevo cosa mi dicesse. Non conoscevo di lui quasi niente, salvo le poche cose che mi erano state raccontate. Sapevo che si chiamava Johannes Kühn, che scriveva poesie, e poesie che, un po’ tardivamente, erano state riconosciute e apprezzate. Ma nient’altro.

Non lo conoscevo, ma ero anche certo di non poterlo conoscere, di non doverlo conoscere. E sempre di più lo vedevo come un albero, chiuso in sé stesso e aperto con i suoi molteplici rami allo sfondo di un cielo blu, di un cielo grigio, a raccogliere il sentimento delle cose, a disperdere ogni illusione.

Il perché di quell’albero che diventava uomo e l’uomo che mutava le sue sembianze in quelle di un albero, davvero non lo riesco ancora a capire. Era così: l’immagine di un momento, di una occasione, come spesso capita, ma l’immagine di qualcosa che mi sfuggiva pur percorrendo il mio pensiero insistentemente, l’occasione per non fermarmi a quello che vedevo, o che mi sembrava di vedere.

Aveva un sorriso appena accennato, ma dolce, e che pareva non fosse rivolto solo a me o a Irmgard e Benno Rech, suoi inseparabili amici, e all’amico Edoardo Costadura, mentre si beveva tutti insieme qualcosa per riscaldarci, visto il freddo pungente: avevo l’impressione che fosse un sorriso dedicato a tutto quello che aleggiava attorno a lui, attorno a noi, un sorriso che dispensava gentilezza e una specie di fraterno annuncio di vicinanza.

Mi venne a salutare alla stazione, il giorno dopo. Aveva ancora quel sorriso piccolino, quel silenzioso sguardo, la gentilezza appesa a ogni fiocco di neve che cadeva: la sua mano che faceva un cenno di saluto, mentre il treno partiva. Ora, a distanza di così tanti anni, e dopo aver letto alcuni dei suoi libri, l’impressione di allora non è mutata, e lo ricordo come allora mi sembrava di vederlo: in forma di albero, un albero che in sé accoglie esperienza e pensiero per elargirne il senso dove si muovono altre esistenze.

Il suo paesaggio, quello della Saar, lo ha accompagnato nei suoi vagabondaggi a piedi, e si è trasformato in acquisizione, linguaggio che attraversa la lingua materna e la percuote con un piccolo martelletto fatto di foglie e la rasserena, con un profondo senso dello sguardo e di quello che riesce a preservare, per poi mutarlo in una lingua speciale: attraverso il ritmo dei versi, con le immagini e le parole che quei versi innervano, attraendo le cose e le cose a noi rimandando: attraverso lo sguardo, privo di moralistici propositi, e il pensiero che vi si inarca costituendosi in universo esclusivo del sentire. Il sodalizio con la sua terra e con tutto quello che esprime e che anima è un’impronta lasciata nel suo pensiero. Piante, animali, persone e la loro strana verità, permeano la sua poesia e la rendono parte di ogni esistenza.

Sembra che ogni cosa che viene raggiunta nel meditare poetico, seppure intoccata, rispecchi l’intera esistenza e si stacchi dalla semplice e inarrivabile realtà delle cose, la cui percezione, senza alcun bisogno di essere approfondita, approfondisce, così, naturalmente, creando una lingua che attraversa i significati e li conduce alla radice del loro brulichìo, a un senso che si protrae nell’aria, sospinto da una leggera brezza, dallo sbalordito inganno di esserci davvero. 

 

Spaß, auf dem Rücken zu liegen

Hochauf den Blick! Den Hals, 
den Rücken, das Hinterhaupt 
im Gras
seh ich das große Firmament 
des Himmels
bei der Mittagsruh
in friedvoller Wiese,
heimgekehrt, da sie nah an der Straße
liegt,
in der ich wohne.

O blaues Tuch von Horizont
zu Horizont.
O Wolken, die aneinanderstoßen
ganz ohne Laut!
O Sonne, voll Weissagung,
wie sie mit ihrer Kraft,
wie sie mit ihrer Macht,
wie sie mit ihrem Licht
erweckt in Fluren Erntezeit.

Mich hält Wärme wohl,
als ständen rot Kamine um mich hin,
hell glutende. Wer Bedauern für mich
hat,
da ich so liegend auf dem Rücken,
vielleicht das Todsein übend,
ein Dummkopf wär,
den lach ich an,
den lach ich aus.

Divertimento di starsene disteso sulla schiena

Su con lo sguardo! col collo, la schiena,
la nuca nell’erba
vedo il grande firmamento del cielo
nella quiete pomeridiana
su un prato tranquillo
ormai in paese, poiché si trova
a due passi dalla via
dov’è casa mia.

O telo blu steso da orizzonte
a orizzonte!
O nuvole che si scontrano
senza far rumore!
O sole! così colmo di profezia
con la sua forza,
con la sua potenza,
con la sua luce
come ridesta nelle campagne il tempo
del raccolto.

A me dà giovamento il caldo,
come se mi stessero attorno, rossi,
dei camini
arroventati. A colui che mi compatisce
perché a starmene disteso così,
sulla schiena,
magari esercitandomi ad esser morto,
sarei uno stolto,
a quello rido in faccia,
anzi, lo derido.

(Traduzione dal tedesco di Edoardo Costadura)

 

Ein braunes Blatt

Ans Fenster flog ein braunes Blatt,
flach kam es an und klebt nun 
an der Scheibe,
das sieht aus
so wie die Hand des Herbstes.
Rillen sind darin,
zarte Pflanzenfäden,
und es könnte ein Gemälde werden.
Sein Name?
Gedanke in braun.
Abgespelltes Herz.
Trauergruß von einer Frau.
Großartig die Lappalie am Fenster,
daß ein Herbstblatt anflog.
Ist es vielleicht nicht eine Landkart,
mit Straßen drauf in einer Landschaft,
die ich endlos hinwandern soll,
einsam und unerlöst?

Una foglia marrone

Contro la finestra è volata una foglia
marrone,
s’è posata con la superficie piatta
e ora è incollata al vetro,
sembra di vedere
la mano dell’autunno.
Dentro ci sono delle gore,
delicati fili di pianta,
e potrebbe venirne fuori un quadro.
Il titolo?
Pensiero in tinta marrone.
Cuore rescisso.
Saluto luttuoso di una donna.
Grandiosa quest’inezia alla finestra,
che sia venuta a volo una foglia 
d’autunno.
Non è forse una carta geografica
con un paesaggio in cui s’addentrano
strade
che devo interminabilmente 
percorrere,
solo e senza redenzione?

(Traduzione dal tedesco di Edoardo Costadura)