Quando lo faceva Jonathan Franzen, artigianalmente, lo accusavano di essere antico (e di cattivo carattere: si dice sempre quando qualcuno fa cose che non approviamo). Ora è di gran moda, Jonathan Franzen dovrebbe approfittare del suo cattivo carattere per una pernacchia. Per scrivere Libertà – il suo secondo libro da leggere, quelli scritti prima di Le correzioni non contano, e del resto lui scriveva saggi per dimostrare che non si può avere insieme un grande successo di critica e un grande successo di pubblico – aveva sigillato con la colla la presa ethernet del computer.
Per i nativi digitali che hanno visto solo il wi-fi: la presa per collegarsi a internet, sparita nei portatili di ultima generazione assieme al lettore CD (prossimo passo: la sparizione dei fili negli auricolari). Jonathan Franzen aveva chiuso il collegamento a internet perché navigare lo sconcentrava e gli rubava un sacco di tempo. Alle tentazioni non sapeva resistere, quindi le face sparire dall’orizzonte. Missione compiuta: dopo Libertà ha scritto un altro romanzo bellissimo intitolato Purity (e ora non ha più bisogno della colla, basta spegnere il wi-fi).
Non è un problema moderno. Dicono che Vittorio Alfieri – morto nel 1803 – avesse lo stesso problema, per questo si facesse legare alla sedia. Ma va riconosciuto che il cicalino del messaggio in entrata, o della notifica su Facebook, è più allettante di qualsiasi cosa avesse a disposizione l’Alfieri per distrarsi, fossero donne o viaggi di pubbliche relazioni (Ippolito Pindemonte a Venezia, Giuseppe Parini e Pietro Verri a Milano). E già prima che la parola d’ordine fosse «digital detox» decine e decine di app nella categoria «produttività» cercavano di darci una mano nella gestione delle email, per esempio. O nel mettere in ordine gli impegni.
Problema arduo, per esempio per noi che quando scriviamo un pezzo in anticipo poi lo dobbiamo cambiare perché qualcosa è successo: la dichiarazione di un regista, una notizia dell’ultimo momento, una lunghezza modificata dall’impaginato, un disastro che occupa tutte le pagine del quotidiano (e certi pezzi dopo tre giorni scadono). Il problema delle email, a nostro modestissimo parere, si potrebbe agevolmente risolvere se le persone non mandassero email inutili – molte sono spedite solo per «lasciare traccia», si potrebbe fare prima parlandosi al telefono – e se non spedissero ogni email con copia a gente che ne potrebbe fare a meno. Ma noi siamo dilettanti, e convinti sostenitori del buon senso, che servirebbe a togliere di mezzo parecchie seccature.
Gli esperti non hanno niente da dire sulla proliferazione delle email. Insegnano piuttosto a non guardarle ogni cinque minuti – ma come si fa, poi ne trovi due e nella seconda scrivono «non ero sicuro che avessi visto l’email», magari ti mandano anche un sms o un whatsapp con scritto «mail». E consigliano di svuotare la casella «posta in arrivo» ogni sera. Ridete? Anche noi, abbiamo conservato gelosamente lettere di insulto ricevute dieci anni fa. (Vanno stampate e messe in archivio, dicono gli esperti: già ma poi chi le ritrova?). Se guardiamo la posta ogni cinque minuti, solo per concentrarci e tornare al lavoro vanno sprecate otto ore a settimana.
La distanza con lo spennacchiato Jonathan Franzen (ma che sarà mai la concentrazione, bisogna immergersi nel mondo e nei social…) si misura leggendo l’articolo di copertina sull’ultimo «New Yorker», intitolato Put Down Your Phone. Se una cosa la scrive il «New Yorker», non è come il gazzettino locale. E la firma di Andrew Sullivan è una garanzia: giornalista e attivista gay, cattolico e conservatore, fu uno dei primi ad aprire il suo blog, il primo a farselo ospitare sul sito di «Time», il primo a diventare indipendente chiedendo ai lettori un contributo di 20 dollari (dato, per la cronaca).
È stato anche il primo a ritirarsi dalla blogosfera, e adesso sappiamo perché. La vertigine dei 100 mila lettori era pagata dalla connessione continua, l’unico luogo di tranquillità era la doccia (per poco, i prossimi smartphone possono prendere l’acqua senza morire all’istante). L’articolo racconta la sua disintossicazione, in un apposito istituto nel Massachusetts: quando gli hanno chiesto di consegnare il cellulare all’entrata si è sentito svenire. Il primo giorno senza schermi, notizie, video, tweet, è stato durissimo. Ma il dottore era stato chiaro: «Non sei sopravvissuto all’AIDS per morire di internet».