Bibliografia

Daniele Piccini, Per la cruna, Crocetti editore, Milano, 2022.


Di chi sono le spine della rosa?

Una raccolta lirica che solleva interrogazioni e ci parla di colori e dove le pagine somigliano a frame in movimento
/ 03.04.2023
di Guido Monti

Nel libro nero della storia, lo sappiamo, veniamo sfogliando da sempre le sue agghiaccianti crudeltà e queste dell’oggi non sono altro che quelle di prima e alcuna nemesi risolutoria sembra materializzarsi per lo scempio che naviga nei secoli dei secoli. E proprio in questo tempo arriva, chissà quanto per caso, il libro di Daniele Piccini Per la cruna a dir di no a tutto questo con i suoi metafisici accenti; come un leggero ramo d’ulivo sospinto da un alito, sembra ammantare le ricorrenti pagine nefaste, iscritte con caratteri sempre più involuti e parlarci invece di significati altri e sottesi al tempo secolare: «… / Ti prego, lasciami tornare dove / si sospese il meriggio / e la sua adolescenza e quella mia / intrecciavano fili / di un disegno terreno, / una biacca castissima. / Quell’ostia luminosa nel silenzio / fa’ che non sia perduta e che riprenda, / ch’io riprenda da lì, / il filo della vita /».

E certo dalla cruna, termine di origine simbolica plurimillenaria, può passare l’uomo ma prima e chissà per quanto ancora, eccolo di qua, navigare nel quadro d’ombra, in quei colori andanti in tenebra; una tela diremmo che occupa, non solo lo spazio innanzi ai suoi occhi ma anche quello che è a lui dietro e di sotto. Ognuno vi galleggia ma taluni per grazia, sono più vicini a quel piccolo pertugio anzidetto, rispetto ad altri così lontani invece. Allora, avverso al libro nero, atono, afono dell’oggi, Piccini oppone il libro della fonè, della voce, che ricercando gli altri, incontra se stessa ed ancor di più della koinè, intesa come comunità di donne e uomini, che si sente tale perché fragile, ontologicamente mancante: «Presto di me non resteranno altro / che ipotesi insicure: / termometri non sapranno più dire / la febbre, né le analisi / misurare, saremo / al riparo dai rovi delle more / così importuni e dolci a fine agosto. /…». Somigliano talvolta le pagine, a frame in movimento; tutto, dalla natura all’uomo che ne è parte, sembra partecipe di questo continuo, cieco accadere, ma sottotraccia ad esso ecco camminare, se si legge bene, un’attesa e nel libro vi sono molti messaggeri di questo tempo nuovo. Angeli dai lineamenti duri ma come comprensivi, quanto quelli rilkiani, sembrano oltrepassare la cruna all’inverso, aleggiando nelle nere e grevi nuvole di qua, non sempre rassicuranti. Hanno visi pieni d’interrogazione, che caricano ancor più d’apprensione gli interlocutori su una salvezza tutt’altro che vicina: «… / Ebbi la folle assenza di speranza / della Furia che agita le braccia, / … / Vienimi a prendere – gli dissi – / il petto si sconforta fino a farsi / essenza che desidera esser niente. / Anche l’angelo piano lacrimava / senza parlare, fisso con lo sguardo / nel punto inconoscibile del cosmo /».

Certo, potremmo chiamare questo libro, il libro delle interrogazioni: sulla natura, col suo parlare per enigmi e crudeltà, sull’essere stato rispetto al non essere mai stato, sulla luce che verrà, visibile secondo il puro e sconvolgente messaggio evangelico, più a colui che ha penuria che a quello che ha. E poi l’immensa riflessione sui morti, quasi distesi luzianamente, sull’orizzonte celeste. Ed allora anche in questo tetro teatro umano, ci suggerisce Piccini, sprazzi di quella luce a venire, possono essere captati, se davvero si è attenti ad ascoltare il mondo. Eccoli inverarsi in alcune memorabili forme, come quelle della fanciullezza, che è purezza o dell’amore vero e fortunato, che sente oltre ogni possibile egoismo ed egotismo o anche della discendenza, che è retaggio dalle forme da cui si viene ma al tempo anche estrema possibilità di non più appartenervi, per tentare la libertà di uno spazio altro. Tutto si disegna nei versi come in un geroglifico lontano: la volta celeste e il movimento di sotto dei volatili, che è passaggio di un tempo celeste più che terreno, bruciano negli occhi del lettore rendendolo così sgomento ma anche testimone di una epifania, che come dice il poeta, attende ancora il suo compimento.

Ma questo è anche e soprattutto il libro dei colori: ecco i toni della speranza inverarsi nel lapislazzulo, nel blu, nel celeste e turchese, quasi nello zaffiro dantesco e poi giù a far da contraltare, il buio dell’ampio sottosuolo, che sa di smorto grigio, sino al nero oltre tenebra. Ecco forse condensarsi in questa raccolta, la prova più acuta di Daniele Piccini, poiché in essa sembra traboccare un amore remoto e primitivo, non filtrato, non edulcorato dalle culture sempre in movimento di ogni tempo; granitico, aspetta e guarda e sembra più avvicinarsi nelle pagine, così spoglio ma anche fragile, alle cose umili e povere del creato, vicine prima delle altre, a quell’orizzonte destinale che è lì ad attenderci: «/ Nella stanza in penombra si quietava / il respiro a fatica dell’anziana, / che riposava in mezzo a campi gialli / di un’estate sbiadita. / … / Di chi sono le spine della rosa, / fiorita anni lontano, evi fuori / da lì, da quella casa / che si fa ancor più piccola a pensarla? / un’arca con gatti e le creature, / alla deriva, nel tempo che viene… /». Sì, questo del poeta è un lungo vento amoroso che spira incessante e testardo anche sulla tenebra, sulla speranza talvolta rattrappita di ognuno, quasi voglia appunto di questi tanti amori così profondamente toccati ed esperiti nelle pagine, dedurne uno e darne testimonianza e sospirare infine.