Sono usciti negli ultimi anni alcuni molto utili volumetti per lodevoli scelte degli editori Dadò di Locarno e del Casagrande di Bellinzona: nulla so circa la diffusione di questi volumetti (che segnalerò fra poco, brevissimamente) presso il pubblico ticinese. Confesso di avere più di un timore in proposito. L’amore per un paese, come l’amore per una persona, è fondato in gran parte sulla conoscenza soda che si ha di quel paese, di quella persona. La conoscenza si nutre in buona parte dalla conoscenza storica. Penso alla diffusione ai giorni nostri.
Uno dei volumetti che segnalo appena, quello di Emilio Motta, Come rimanesse svizzero il Ticino nel 1798, a c. di Silvano Gilardoni, è stato ristampato nel 1992, con l’avvertenza che «Questo scritto, che fu pressoché ignorato alla sua uscita, (1888 e, rifacimento, 1898) e che anche la ricerca storica del nostro tempo tende a dimenticare...». Una curiosità che probabilmente molti ticinesi ignorano: Basilea fu prima nel rinunciare alla sovranità sulle terre ticinesi.
Il 13 febbraio 1798, «Basilea offriva a Lugano ed alle altre prefetture, libertà, fratellanza ed amicizia; libertà per scegliersi un governo democratico; fratellanza per vederle unite in confederazione colla nuova Elvezia». «Inutile avvertire – prosegue Emilio Motta, p. 87 – che questo atto di Basilea promosse la definitiva adesione di Lugano alla Svizzera».
Più recenti sono quattro volumetti editi dal Dadò (2013 e 2014). In Incanto e disincanto del Ticino del 2013, di Hermann Hesse, prevalgono ricordi e considerazioni di un letterato; molto per il villaggio dove Hesse visse parecchi anni, e morì il 9 agosto del 1962. Ecco cosa dice di sé uno che ha pazientemente imparato a guardare bene, ma bene davvero, le cose che deve dipingere o descrivere: «Anno dopo anno, durante le passeggiate e le soste, nel tempo dedicato alla pittura, in ozio o al lavoro, ho imparato a conoscere piuttosto bene questa bella regione di cui gli stranieri, durante i loro stupidi e inutili viaggi del turismo di massa, non vedono altro che la facciata da cartolina...» (p. 129)
Pure del 2013, di Orazio Martinetti Fare il Ticino: Economia e società tra otto e Novecento, con una Premessa di Andrea Ghiringhelli. Il Martinetti aveva già pubblicato (il titolo è eloquente!) La matrigna e il monello; Confederazione e Ticino tra dialogo e silenzi. Qui poche righe da un episodio tragico legato allo scavo del San Gottardo ferroviario (pp. 98-99): «Le condizioni di vita e di lavoro generarono tensioni e conflitti. Il più grave scontro avvenne a Göschenen nel luglio del 1875, allorché una milizia frettolosamente adunata dal governo urano uccise quattro scioperanti. Quattro operai italiani, quattro “regnicoli” come si diceva allora, giunti a Göschenen per partecipare all’impresa del secolo: un lavoro sfibrante e malsano, che la manodopera indigena preferiva lasciare agli immigrati, ai nerboruti operai del Nord Italia, adusi a lavorare nelle miniere di mezza Europa».
Altro libro del Dadò è, di Jean-Marie Roland De La Platière, La Svizzera nel Settecento, pubblicato nel 2014. Il Roland è anche autore di Lettere dalla Svizzera, Italia, Sicilia e Malta; «venerate, dice la quarta di copertina, da Stendhal, Michelet e SainteBeuve». Anche qui, nel volumetto Dadò, notizie curiose e altre meravigliose come questa (p. 146): «Solamente il baliaggio della Valmaggia è ricoperto da montagne».» Ma è un caso isolato.
Pure nel ’14 è uscito, di Heinrich Zschokke, 1771-1848, La guerra civile nella Svizzera italiana. Segnalo appena il capitoletto 2, pp. 98-99 per l’Ospizio dei Cappuccini sul San Gottardo, con una vivace descrizione del cüss (- c prepalatale schiacciata, caratteristica del leventinese): «... un vento tempestoso, che getta contro di loro (forestieri di passaggio) nugoli di neve, cancellando ogni traccia del sentiero, accecando loro gli occhi, finché, impotenti, essi non possono più andare avanti né tornare indietro fra gli abissi avvolti dalla neve...».
Ma voglio tornare un attimo al volumetto di Hesse perché contiene un violento saggio di Sandro Bianconi che ha per titolo Un amico scomodo. È qui che il lettore trova una spietata voce contro (non già contro il lodato Hesse, ma contro gli «sviluppi abnormi che hanno cambiato, in peggio, il Ticino, pagine 241-251). In particolare la 242, da cui tolgo qualche legnata: «Oggi Hesse fuggirebbe inorridito di fronte alle brutture che hanno stravolto... Non ritroverebbe nulla del paesaggio e della gente che lo avevano affascinato e convinto a vivere in Ticino. Il Ticino è diventato territorio di conquista (a ritmo vertiginoso), vittima della mancanza di consapevolezza culturale... logica del profitto a ogni costo... paesaggio aggredito e violentato».
Ma leggano i ticinesi il resto, fino alle pagine finali: «L’autenticità del vecchio mondo si contrappone all’artificio “autentico” del nuovo: un tempo l’autenticità non era un’esigenza perché tutto lo era, ogni pecora era in effetti una pecora autentica e dava lana autentica. Oggi invece...». (p. 250).
«Ottantacinque anni or sono il nostro scomodo amico aveva già chiuso in modo lucido e disilluso il discorso sul cambiamento, che noi non abbiamo saputo gestire in alcun modo». (p. 251)