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Mercoledì 30 marzo, alle 18.30, avrà luogo una conferenza pubblica virtuale con il chirurgo Dimitri Christoforidis e il dottor Gianluca Lollo; vedi link: «Prevenzione e cura del tumore colon-rettale». 


Una colonscopia può davvero salvare la vita

Medicina - È fondamentale il riconoscimento precoce del tumore colorettale, soprattutto oggi che l’evoluzione chirurgica permette una prognosi sempre migliore
/ 28.03.2022
di Maria Grazia Buletti

«In Svizzera, il cancro colorettale è il secondo tumore maligno più frequente nelle donne, e il terzo negli uomini. Ogni anno 4500 persone se ne ammalano, di cui circa 1700 ne muoiono». Queste le cifre di Swiss Cancer Screening riguardo al tumore del colon-retto che il Vice primario di chirurgia dell’Ospedale Regionale di Lugano Dimitri Christoforidis così contestualizza nel nostro Cantone: «Secondo i dati del Registro cantonale dei tumori, in Ticino il tumore colorettale colpisce circa 240 persone all’anno; si stima che per 90 di queste esso porti al decesso».

Dal canto suo, il Capo clinica del Servizio di Endoscopia e Gastroenterologia dell’Ospedale Regionale Bellinzona e Valli, Gianluca Lollo, definisce il profilo di questi pazienti: «Cinque persone su cento sviluppano il tumore nell’arco della loro vita; di queste, la metà ha meno di 70 anni. Anche se negli ultimi anni, si è visto un aumento significativo dell’incidenza di questo tipo di tumore fra i più giovani».

È un tumore maligno relativamente frequente e piuttosto subdolo, spiega Christoforidis: «Origina quasi sempre dai polipi intestinali che crescono nel tempo e, nell’arco di 5-10 anni, possono assumere caratteristiche che ne favoriscono la trasformazione in tumore maligno asintomatico. Questo, a sua volta, può penetrare nella mucosa intestinale e si può diffondere negli altri organi attraverso i vasi ematici o linfatici, formando delle metastasi».

Sono noti i fattori di rischio e predisponenti: «Possono essere legati allo stile di vita (alimentazione, sedentarietà, diabete, fumo e alcol), o a una predisposizione ad ammalarsi dovuta all’ereditarietà (il rischio di sviluppare un tumore colorettale è pari a 2-3 volte se fra i parenti di primo grado ve n’è uno affetto da polipi dell’intestino o tumore colorettale)». Infine: «Malattie infiammatorie dell’intestino come la retto-colite ulcerosa o il morbo di Crohn possono pure predisporre a questa neoplasia; come per le sindromi ereditarie, i pazienti affetti si devono sottoporre a sorveglianza personalizzata».

L’età è pure un fattore di rischio generico: «L’incidenza del tumore colorettale è 10 volte superiore tra le persone di età comprese tra i 60 e i 64 anni rispetto ai 40-44enni». Il gastroenterologo afferma che per contrastare questo tumore infausto si può agire efficacemente attraverso il programma di screening che propone un esame di colonscopia alle persone di età compresa tra i 50 e 69 anni, anche se non sono presenti i fattori di rischio sopraelencati: «La ricerca di sangue occulto nelle feci e la colonscopia sono due esami riconosciuti a livello nazionale e internazionale per lo screening del tumore colorettale, entrambi adottati nell’ambito del programma EOC di screening».

L’esame endoscopico consente di studiare colon e retto attraverso un tubo flessibile dotato di una telecamera: «È pertanto possibile visualizzare direttamente la presenza di eventuali polipi e rimuoverli seduta stante. Così si riesce a scoprire pure un tumore. Non dimentichiamo che un’analisi delle feci alla ricerca di sangue occulto (ogni paio d’anni) o una colonscopia (ogni 5-10 anni circa) effettuate nelle persone dai 50 ai 69 anni, permettono di ridurre la mortalità legata a questa patologia».

La campagna di prevenzione del tumore colorettale è, di fatto, uno dei punti cardine della strategia «Sanità 2020» da luglio del 2013, quando il Dipartimento federale dell’interno (DFI) ha deciso di inserire gli esami di riconoscimento precoce di questo tumore nel catalogo delle prestazioni dell’assicurazione obbligatoria delle cure medico sanitarie (LAMal) per le persone di questa fascia di età.

Se durante l’esame di prevenzione il gastroenterologo dovesse riscontrare un tumore: «Saranno prelevati campioni per una biopsia e, se necessario, si marcherà la zona tumorale per aiutare nella localizzazione il chirurgo che dovrà rimuoverlo». Una colonscopia può davvero salvare la vita e, spiega Christoforidis, pure le cure del tumore colorettale hanno subito una notevole evoluzione: «Oggi la prognosi generalmente buona permette di affermare che il tumore colorettale è in generale curabile».

La principale opzione terapeutica è rappresentata dalla chirurgia con intento curativo entro tempi ragionevolmente brevi: «Accertamenti radiologici per valutare la presenza di metastasi e verificare l’operabilità del tumore precedono la sua rimozione chirurgica». Il chirurgo sostiene la presa a carico individuale e globale di questi pazienti, «in particolare, per quelli con tumori del colon e del retto, le indicazioni e i percorsi terapeutici sono delineati attraverso la collaborazione continuativa e integrata di molteplici specialità, fra le quali oncologia, gastroenterologia, radiologia, radioterapia, anatomia patologica».

L’intervento della rimozione di un tumore colorettale ha lo scopo di essere quanto più radicale possibile, per questo «viene rimosso insieme a un tratto di intestino più o meno ampio, in base all’estensione della patologia e alla necessità di garantire margini di resezione liberi da malattia». Il chirurgo spiega che, secondo la situazione, «se interessati dalla malattia per contiguità o continuità, completa l’intervento la rimozione dei linfonodi prossimi al tratto di intestino interessato, sempre per permettere la completezza della chirurgia e la stadiazione tumorale, quindi l’inquadramento di un’eventuale chemioterapia. Oggi la tecnica laparoscopica mininvasiva è diventata lo standard, mentre la laparotomia tradizionale è riservata a casi particolari. Da qualche anno si può operare anche mediante piattaforma robotica, dove il robot diventa l’estensione del gesto chirurgico, ancora più preciso ed efficace».

Si tratta dunque di una presa a carico chirurgica associata a percorsi standardizzati di gestione clinica del periodo post-operatorio, con l’intento di offrire maggior sicurezza e minimizzare l’impatto della chirurgia sul paziente, ottimizzando recupero e ripresa delle sue attività abituali.

Anche i dati ticinesi dimostrano che negli ultimi anni la prognosi è molto migliorata: «Una diagnosi precoce avvicina al 90 percento la probabilità di cura, anche, in presenza di metastasi, mentre in passato la speranza di sopravvivenza si limitava a 6-12 mesi. Adesso, se tumore e metastasi possono essere rimossi chirurgicamente (o con altre tecniche coadiuvanti) circa il 50 per cento di questi pazienti sarà vivo a cinque anni dall’intervento».