Alle soglie del Natale spuntano ovunque sacre rappresentazioni che evocano i brani evangelici della nascita di Gesù. Ma, passate le feste, si smontano i presepi e le immagini della natività restano negli altari laterali delle chiese. Esistono però anche in Ticino chiese e cappelle che sono dedicate esclusivamente al Natale. Noi ve ne presentiamo una particolarmente bella: quella di Villa Coldrerio.
Nel luglio del 599 Gregorio Magno in una lettera a Sereno, vescovo di Marsiglia, scrive che «la pittura è adoperata nelle chiese perché gli analfabeti, almeno guardando sulle pareti, leggano, leggano ciò che non sono capaci di decifrare sui codici». Siamo nel pieno della controversia iconoclasta e il Papa dà un senso alle immagini sacre che vediamo nelle chiese. Insomma, un dipinto racconta molto e la vita di Gesù va tramandata. Per sempre.
Questo perché, a parte pochissimi privilegiati, la maggior parte della popolazione era analfabeta. Un dato ufficiale: in Italia il primo censimento del 1861 rileva che il 74,68% della popolazione era analfabeta. Nel 1921 si scende al 32%. Se incrociamo questi dati con l’aspettativa di vita scopriamo che nella Roma imperiale era di 25 anni, nell’Inghilterra medievale di 33; saliva nel 1500 a 35 e negli Stati Uniti nel 1800 a 49 anni. Naturalmente si tratta di una media, il che non significa che si moriva a 25 anni ma che, se si sopravviveva i primi anni alle malattie e alla fame, poi alle guerre e altro, era possibile vivere anche molto più a lungo.
Analfabetismo, esistenze brevi, fame: i dipinti nelle chiese sono estasi e meraviglie.
In Ticino sono parecchi gli esempi di cicli pittorici legati alla vita di Cristo da vedere soprattutto in prossimità delle feste di Natale. Ne citiamo solo uno del 1515 circa, situato nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Bellinzona e ascrivibile alla Bottega degli Scotti. Una grande Crocifissione incorniciata da quindici riquadri su tre registri. Quattro invece, per tornare al nostro tema, gli spazi religiosi intitolati alla Natività di Gesù: le cappelle di Lamone e Orselina e gli oratori di Cevio-Bignasco e di Villa Coldrerio. Quest’ultimo è un vero e proprio gioiellino ristrutturato recentemente. Nato come oratorio privato dei Beccaria è situato proprio di fronte alla casa di famiglia. I Beccaria sono dei capomastri emigrati a Roma all’inizio del Seicento.
Giacomo Beccaria (1598-1671), dopo una vita operosa, a settant’anni ritorna a Villa e lascia per testamento tutti i suoi beni al fratello Carlo che due anni dopo inizia la costruzione dell’Oratorio. Carlo (1604-1695) si trasferisce a Roma da giovanissimo e lavora come capomastro per la famiglia Chigi, si dedica anche alla realizzazione del Convento di Sant’Agostino, di Castel Gandolfo e alla Collegiata di Ariccia. Alcuni documenti, trascritti da Gabriella e Giuseppe Solcà, riportano il testo firmato da Gian Lorenzo Bernini nel 1664 che contiene le disposizioni date allo scalpellino Ambrogio Appiani e al muratore Giacomo Beccaria. Giacomo e Carlo sono invece nominati nel conto dei Beccaria siglato da Gian Lorenzo Bernini e Mattia de Rossi nel 1665.
L’Oratorio dedicato a Gesù viene edificato nel 1674. La facciata è decorata con «lesene, trabeazioni e cornici di mattoncino» seguendo un modello tardo-manieristico: pulita, essenziale. L’interno è tipicamente barocco e s’ispira a San Carlo alle 4 fontane del bissonese Francesco Borromini. La navata presenta una volta a botte e il presbiterio a vela. Francesco Frigerio in Conoscenza religiosa del 1975 annota che l’edificio e gli affreschi hanno un rapporto costante di 4:3; quadrato e triangolo. Quest’ultimo simboleggia la divinità e il quadrato il Verbo (il Verbo, cioè Dio stesso che diventa uomo e si fa carne proprio a Natale).
Gli affreschi del presbiterio sono i più natalizi con le scene della Natività, l’Adorazione dei Magi e la Circoncisione. In alto, sulla volta, Dio invia a Maria la colomba dell’Annunciazione. Quelli della navata raccontano invece la vita di Cristo adulto con a destra la rappresentazione della Pentecoste e dell’Ascensione e a sinistra, quasi illeggibili, quelle della Deposizione e della Crocifissione.
Paolo Vanoli nell’Archivio storico ticinese n. 161 del 2017 avanza un’attribuzione per gli affreschi e fa il nome del pittore Giovan Paolo Recchi (1606-1686). Nell’immagine centrale dell’Adorazione dei Magi alcune figure sono sovrapponibili a due affreschi con lo stesso soggetto eseguiti dalla bottega dei Recchi. Come a dire che provengono dallo stesso cartone. Gli artisti più dotati eseguono il disegno direttamente sull’intonaco fresco con della terra rossa, la cosiddetta sinopia, e poi procedono a colorire. Se il lavoro è grande e si prevedono molti esecutori secondari, si procede allo spolvero: si bucherella la carta lungo il disegno e poi si tampona sull’intonaco con del carbone. In seguito si diffonde l’uso del cartone dove la traccia del disegno avviene per calco. L’uso dei cartoni spiega anche come sia possibile che molti affreschi risultino simili fra loro: facilitano le copie e il lavoro degli artisti meno dotati.
Recchi, un pittore conservatore, è stato scelto perché esperto in affresco a differenza, per esempio, dei più dotati Torriani che eseguono solo oli su tela.
Soffermiamoci sulla Natività – siamo nel periodo giusto – posta al centro del coro e sopra l’altare in marmo di Arzo (nella foto). In mezzo troviamo Gesù circondato da un alone luminoso, il sole della salvezza e della giustizia, posizionato su di un canestro di vimini.
Nell’evangelo secondo Giovanni Gesù dice (Gv 8, 12): «Io sono la luce del mondo, chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita». Insomma Egli è il sole della salvezza e della giustizia. In questo contesto il vecchio carattere circolare del tempo appare superato da uno lineare che ha per fine la salvezza eterna. Cristo emana una luce che illumina le persone circostanti. Un po’ come Helios, somma divinità pagana. La sua è la luce del tempo e lui ne è l’ordinatore. In questo senso viene rappresentato come Cristo cronocratore (che regna sul tempo) emanando la luce (vedi il Giudizio universale di Michelangelo) e a volte avvolto in una mandorla luminosa.
Il bambinello ha entrambe le braccia aperte. Dante nel Paradiso scrive: «E come fantolin, che’in ver la mamma / Tende le braccia, poi che’l latte prese / per l’animo, che’n fin di fuor s’infiamma». Ai lati la Madonna e Giuseppe illuminati dalla grazia divina. Giuseppe è rappresentato con una lunga barba bianca che lo rende «riguardevole e di riverenza degno», come scrive Giovanni Bonifacio nel suo L’arte dei cenni. I vestiti dei due sono rossi e azzurri, L’azzurro rappresenta genericamente il Cielo e più specificatamente, secondo la tradizione cristiana, il Figlio, mentre il rosso la Terra e, per i cristiani, lo Spirito Santo. Sono seduti, ma si può notare che hanno entrambi il piede destro avanti e ciò secondo i pagani è «indicio di prospero successo». In alto tre angeli messaggeri che reggono un cartiglio con la scritta «Gloria in excelsis deo». Essi sono i mediatori fra Dio e il mondo. Sotto, seminascosti nel buio, troviamo il bue e l’asinello, citati per la prima volta dal Vangelo dello Pseudo-Matteo, probabilmente dell’VIII-IX secolo, fonte di ispirazione per artisti e poeti nei secoli successivi. Anche se i due animali sono il frutto di un errore di traduzione: il testo greco dice che Gesù è «in mezzo a due età», tradotto poi «in mezzo a due animali». Il primo rappresenta il Popolo eletto, il secondo i pagani. Infine notiamo due pastori, uno dei quali in atto riverente: si toglie il cappello a dimostrare che «dobbiamo humiliandoci levar del cuore ogni fasto».
In basso a sinistra un basto e una sacca da viaggio con bastone. L’affresco è attorniato da una cornice lignea a imitazione di un dipinto su tela.
Generalmente l’oratorio di Villa Coldrerio è chiuso; ma se volete vederlo in tutto il suo splendore potete approfittare delle feste per recarvi alla messa di Natale del 25 dicembre alle ore 8.00.