La signora degli abissi conosce il mare. Si è immersa nel fondo degli oceani per seimila ore, ha esplorato, scoperto, studiato, nuotato con balene, delfini e squali. Sylvia Earle, oceanografa di fama mondiale, non si lascia fermare nemmeno dall’età: a 82 anni continua a entrare in acqua e ad andare in giro per il mondo per portare il suo messaggio ecologista. In molte interviste spiega che i mari sono in pericolo. Le barriere coralline spariscono, i ghiacci polari si sciolgono, i mammiferi muoiono. Sotto accusa l’inquinamento e la pesca industriale.
«Con Google Earth potete vederli al lavoro in Cina, nel Mare del Nord, nel Golfo del Messico, che scuotono le fondamenta del nostro sistema di supporto vitale, lasciandosi dietro scie di morte. Per ogni chilo di pesce venduto al mercato, più di dieci chili, a volte anche cento, vengono rigettati come scarto. È questa la conseguenza del nostro ignorare che ci sono limiti a ciò che possiamo prelevare dal mare. Nell’arco della mia vita, il novanta per cento dei pesci di grossa taglia sono stati sterminati. La maggior parte di testuggini, squali, tonni e balene sono state drasticamente decimate».
«Sua profondità», come è stata chiamata dal «New Yorker» e dal «New York Times», è la protagonista di un libro appena pubblicato, scritto da Chiara Carminati, vincitrice del Premio Strega ragazze e ragazzi 2016, e illustrato da Mariachiara di Giorgio, intitolato La signora degli abissi. Il testo ripercorre la vita della scienziata ed esploratrice da quando, ancora bambina, trascorreva giornate intere intenta a osservare e a catalogare la natura, alle prime immersioni e dopo la laurea, non ancora trentenne, partiva per una spedizione nell’Oceano Indiano, unica donna tra settanta uomini.
Dopo il dottorato, la partecipazione al progetto Tektite II, a capo della spedizione di un equipaggio tutto al femminile: con altre quattro scienziate, abitò per due settimane in uno speciale studio sottomarino, a 15 metri di profondità. Finita la missione, le ricercatrici vennero accolte come eroine: era la prima volta che delle donne prendevano parte a un progetto simile. L’eccessiva attenzione al loro genere di appartenenza – la stampa usava appellativi come «casalinghe, sirenette, pescioline, acquablu» – infastidiva la scienziata perché sapeva che «non sarebbe stato riservato lo stesso trattamento ai suoi colleghi uomini».
Cercò però di approfittare dell’impatto sul grande pubblico per far conoscere al mondo l’importanza della ricerca e quanto la sopravvivenza della vita sulla terra fosse legata alla buona salute degli oceani: il cuore blu del pianeta, come lei stessa ama definirlo, va rispettato, e c’è ancora tantissimo da scoprire, solo il cinque per cento degli abissi è stato esplorato. Qualche anno dopo riuscì a fare «una passeggiata» sottomarina a 400 metri di profondità, mentre negli anni Ottanta raggiunse i 900 metri di profondità grazie a uno speciale sommergibile monoposto, che progettò lei stessa con un collega ingegnere.
Durante le sue incursioni ha ascoltato lo scricchiolio dei pesci pagliaccio sul corallo, lo scatto dei gamberetti, il grugnito della cernia, il chiacchiericcio dei pesci scoiattolo. «Vivere sott’acqua è un’esperienza eccezionale. Io augurerei a tutti di poterlo fare almeno una volta nella vita, anche solo per un giorno: sono convinta che l’umanità sarebbe diversa e sarebbe evidente a tutti che dal rispetto dell’universo blu dipende la nostra esistenza» dice spesso «l’eroina dei mari», come l’ha definita la rivista americana «Time».
«L’oceano è alla base del sistema ecologico della terra, è vivo. L’ossigeno è prodotto da esseri viventi che sono parte del sistema, e le catene alimentari nel mare sono alla guida di questi sistemi. Togliete gli oceani e non avremo più un pianeta che funziona. Tutte le forme di vita hanno bisogno di acqua, ma anche di ecosistemi complessi, che hanno impiegato più di quattro miliardi e mezzo di anni per essere come sono adesso, cioè adatti alla vita umana. Abbiamo un punto di vista esclusivamente terrestre su ciò che dobbiamo fare per prenderci cura del mondo, come se l’oceano non avesse importanza. Sento ripetere che i pesci sono così resistenti che non c’è modo per sterminare una specie. Stiamo vedendo che non è così».
Per riuscire a salvare il salvabile con l’Iucn, International Union for Conservation of Nature, Earle sta lavorando per aumentare il numero di Hope Spots, le aree protette istituite per preservare e ripristinare gli ecosistemi marini. Sono come dei parchi nazionali sulla terra ferma, dove le attività dannose sono limitate. Ci sono più di settanta Hope Spots e trecento nuove nomine in attesa. Tutti possono fare qualcosa per contribuire ad aumentare la consapevolezza, anche soltanto visitare il sito Mission Blue (www.mission-blue.org), organizzazione fondata da Earle.
Altri suggerimenti di «sua profondità»: ridurre il consumo di plastica, controllare da dove viene il pesce che si mangia, provare a limitarne il consumo (il miglior modo per rimettere in salute i mari è permettere che si ripopolino), scegliere cibo bio («eliminando l’uso di pesticidi evitiamo che fuoriuscite nocive entrino nei corsi d’acqua»), andare a piedi o in bicicletta, prendere i mezzi pubblici, usare il car sharing, dato che le emissioni globali di carburanti fossili sono la causa principale del riscaldamento e dell’acidificazione dei mari.
Anche se la situazione è critica, bisogna cercare di non perdere la speranza e agire, senza mai farsi scoraggiare, proprio come Earle. Quando aveva tre anni è stata risucchiata da un’onda e per un attimo non ha visto più nessuno. La corrente l’ha rigirata come un ciottolo, poi un’altra onda l’ha scaraventata sulla battigia. «Invece di spaventarmi mi sono rialzata e ridendo mi sono tuffata di nuovo. Quello è stato l’inizio del mio amore per il mare, ma anche una delle prime prove della mia tenacia: per tutta la vita, quando gli eventi mi gettavano a terra, ho avuto la forza di reagire e gettarmi con slancio nell’onda successiva».