Evento

Martedì 25 ottobre, alle 18.30, avrà luogo una conferenza pubblica virtuale, con i dottori Andrea Cardìa e Andrea Gallina. Vedi link: https://bit.ly/3EHDGGu


Saranno i robot a operarci?

Chirurgia - In divenire la rilevanza della robotica medica in sala operatoria
/ 24.10.2022
di Maria Grazia Buletti

I robot sono stati utilizzati in medicina a partire dagli anni Novanta e da allora si sono costantemente evoluti. «Se i primi dispositivi potevano essere d’aiuto negli interventi chirurgici, oggi riuscirebbero a mantenere a malapena il passo con i sistemi odierni». A parlare è il dottor Andrea Cardìa (primario di neurochirurgia del Neurocentro Svizzera italiana EOC) con il quale concorda il primario di urologia ORL Andrea Gallina, aggiungendo che «il robot rappresenta il più raffinato strumento attualmente disponibile in chirurgia perché grazie a un computer e a un sistema di manipolazione a distanza, il chirurgo è in grado di riprodurre i movimenti della mano umana all’interno del campo operatorio, tutto ciò con una aumentata precisione del gesto chirurgico».

Sono le premesse con cui ci addentriamo nel mondo di questa innovativa tecnica ausiliaria entrata di recente in uso sanitario, ma che sta indubbiamente segnando un grande progresso nell’ambito specifico della chirurgia. È subito chiaro che l’introduzione di questi sofisticati macchinari non debba spaventare nessuno, ribadiscono all’unisono i due medici: «I robot non agiscono in autonomia e sono controllati interamente dal chirurgo che decide come e quando intervenire: in questo modo, non solo facilitano gli interventi chirurgici più difficili, ma in futuro permetteranno di eseguire operazioni sempre più complesse».

Rispetto alla chirurgia tradizionale, l’uso della robotica presenta alcune differenze importanti così riassunte dal dottor Gallina: «Negli interventi di urologia, il chirurgo non è fisicamente sul campo operatorio ma siede a una consolle adiacente dotata di un monitor, dalla quale comanda il movimento dei bracci robotici per mezzo di un sistema complesso. A fianco del paziente troviamo l’infermiera strumentista e un medico che funge da assistente al primo operatore passando i fili o cambiando gli strumenti robotici. L’impiego dei bracci meccanici, unito al vantaggio di una visione tridimensionale e magnificata dei dettagli anatomici, permette un incremento della precisione della chirurgia».

Cardìa osserva che sono lontani i tempi in cui l’anatomia si studiava sui libri e perciò era spesso oggettivamente difficile da trasporre alla realtà del corpo umano: «Grazie alla robotica, oggi la si acquisisce sempre meglio in corso d’opera e in tre dimensioni». Apprendiamo che i robot per gli interventi di urologia differiscono da quelli d’uso in neurochirurgia. «Si utilizzano due differenti tipi di robotizzazione: in urologia l’intervento è svolto da remoto: si opera sul paziente ma il chirurgo non è sterile ed è davanti allo schermo da dove manovra i bracci del robot», spiega l’urologo che sottolinea come l’operazione non differisca da quella tradizionale, ma favorisce la visione e la manualità chirurgica togliendo la fatica di ore al tavolo operatorio, con il vantaggio di essere molto meno invasiva perché evita un grosso taglio al paziente.

Per quanto attiene il campo neurochirurgico, Cardìa ne riassume l’istoriato: «Dal microscopio degli anni Ottanta si è giunti ai sistemi di navigazione degli anni Novanta che si sono a loro volta sempre più evoluti, soprattutto per la colonna vertebrale sempre più di competenza neurochirurgica: la TAC intraoperatoria e la possibilità di informatizzazione robotica hanno portato alla realtà aumentata di una chirurgia di precisione assoluta, ad esempio, nell’inserzione delle viti. Ciò porta a diminuire il margine di errore dal 17 per cento all’1-2 per cento». Inoltre: «Con l’ausilio del robot, diversi neurochirurghi sono in grado di eseguire l’intervento con la stessa precisione».

La tecnologia comporta altresì costi, in termini di apparecchiature e di presa a carico. «Il grande investimento sta nell’acquisto di questi robot: oggi quello neurochirurgico costa circa un milione di franchi e non necessita di una spesa fissa per ogni intervento come invece succede per il robot urologico. Quindi, i costi aggiuntivi sono molto ponderati». Così si esprime il dottor Cardìa che però ne sottolinea i vantaggi: «Non bisogna trascurare i benefici insindacabili di cui può godere il paziente: sebbene l’operazione con l’ausilio della robotica abbia costi superiori a quella tradizionale, bisogna considerare la riduzione dei tempi di degenza ospedaliera e dei connessi costi, senza tralasciare il miglioramento sostanziale della qualità interventistica, con i relativi benefici di recupero post-operatorio».

Dal canto suo, il dottor Gallina spiega che questa differenza economica risulta meno evidente in urologia, per quanto attiene alla laparoscopia con l’ausilio del robot. Il processo di robotizzazione è avviato e la sua evoluzione è oramai inevitabile: «Andremo sempre più verso una realtà virtuale che ci sarà di grande aiuto in sala operatoria, grazie alla sovrapposizione anatomica delle immagini, ai filtri che ci permetteranno di riconoscere masse tumorali e via dicendo».

Possiamo ipotizzare che in un futuro prossimo la chirurgia robotica consentirà il diffondersi delle apparecchiature e il miglioramento dei sistemi in modo da poter operare a distanze sempre maggiori. D’altronde, oggi nei centri spaziali è possibile azionare dei robot inviati sulla luna o ancora più lontano. Ciò potrebbe portare a pensare che un giorno sarà usuale operare da una parte all’altra della terra, mettendo a disposizione di tutti le migliori e più specifiche professionalità ed eccellenze sanitarie.

Quel che resta da chiedersi è se in un futuro, anche lontano, alcuni interventi potranno essere eseguiti interamente da un robot. A questo proposito, i due medici hanno risposta unanime che «è quantomeno ambizioso pensare a un intervento robotico privo di fattore umano. Quest’ultimo è sempre necessario perché è vero che l’uomo può programmare il robot insegnandogli a reagire a un grande ventaglio di variabili cui il chirurgo si può trovare mentre opera, ed è appurato che la macchina impara a reagire secondo miliardi di combinazioni possibili. Ma il chirurgo rimane il fattore umano imprescindibile, perché la scelta delle variabili e delle complicanze che si possono verificare in corso d’opera, e in tempo reale, non sono risolvibili dal robot… a meno che, un giorno, non si crei un cosiddetto “alter ego umano”, ma quest’ipotesi la lasciamo alla fantascienza».