Questione di sopravvivenza

Reportage - I cambiamenti climatici influenzano anche gli ecosistemi marini artici, ciò che mette in difficoltà la fauna delle zone glaciali nei periodi di riproduzione
/ 05.03.2018
di Sabrina Belloni

L’Artico è sicuramente uno dei luoghi al mondo più inospitali. Eppure, sorprendentemente, durante i mesi estivi numerose specie di uccelli marini, balene, pinnipedi e altri animali, percorrono migliaia di chilometri migrando dalle zone temperate alle acque glaciali, ove trovano abbondanza di cibo e condizioni idonee a riprodursi.

Tuttavia, anche gli ecosistemi marini artici si stanno lentamente modificando in risposta al riscaldamento globale. All’aumentare delle temperature dell’aria e dell’acqua, la direzione e l’intensità dei venti predominanti cambiano. Di conseguenza varia la dinamica delle formazioni di ghiaccio, la loro circolazione idrografica, lo scioglimento, la salinità dell’acqua, la penetrazione della luce nell’ambiente oceanico e i nutrienti disponibili. I ricercatori stanno riscontrando un progressivo spostamento da un sistema di acqua gelida con abbondanza di biomassa nella comunità bentonica (a stretto contatto con i fondali o con supporti solidi), a un sistema di acqua più temperata con biomassa distribuita nella colonna d’acqua, e stanno analizzando gli effetti a lungo termine che tale mutamento sta producendo e la risposta della fauna selvatica.

A causa dell’aumento delle temperature, della minore superficie ghiacciata, dell’assottigliamento della banchisa e della conseguente maggiore penetrazione della luce solare, l’annuale produzione di alghe è aumentata del 47 per cento fra il 1997 ed il 2015, e inoltre questo fenomeno inizia precocemente ogni anno. Le alghe aderiscono alle superfici immerse degli iceberg e della banchisa e vengono trasportate lungo le loro rotte finché il ghiaccio si scioglie e sono liberate nella colonna d’acqua. Esse sono alla base della catena alimentare artica: vengono ingerite dal krill e dai copepodi (zooplancton), che a loro volta nutrono sia balene sia molluschi mitili e altri invertebrati, i quali sono predati dagli uccelli marini e dai pinnipedi, che vengono cacciati dai mammiferi (prevalentemente volpi artiche e orsi polari).

Un caso curioso riguarda gli uccelli marini, e in particolare l’interazione fra gli edredoni comuni (Somateria mollissima, la più grande anatra dell’emisfero settentrionale), i gabbiani e le volpi artiche. Durante la stagione degli amori, gli edredoni formano coppie e migrano verso i territori artici di riproduzione, dove si nutrono tuffandosi sino a 20 m di profondità, alla ricerca di molluschi e mitili di cui sono ghiotti. Giungono in Artico a primavera, ma attendono lo scioglimento del ghiaccio per costruire il nido sulla terraferma e sulle scogliere. All’inizio dell’incubazione, i maschi abbandonano le femmine e si riuniscono in gruppi, lasciando alle partner tutti gli obblighi parentali di cura e difesa dei pulcini dai predatori. Il nido è rivestito prima con detriti vegetali e poi imbottito scrupolosamente dalla edredone femmina con le soffici piume che cadono dal petto e che hanno una caratteristica unica di fortissima coesione fra loro, per riparare le uova dalle sferzate dei venti artici.

La femmina depone una media di 4/6 uova e inizia l’incubazione, che dura mediamente 25 giorni. Come strategia di sopravvivenza, le edredoni si riuniscono in grandi colonie, che possono comprendere sino a 10-15mila individui, ove collaborano per dissuadere i predatori, riducendo l’area di esposizione e pertanto il rischio per i pulcini di essere predati dai gabbiani e dalle volpi artiche. I gabbiani agiscono d’astuzia: mentre un paio di esemplari attaccano la femmina edredone per farle abbandonare il nido, altri gabbiani irrompono sulle uova rompendone il guscio, oppure sui pulcini indifesi alla schiusa. Le volpi artiche invece attendono che la femmina si allontani per saccheggiare il nido e assicurarsi le calorie necessarie alla propria sopravvivenza. Spesso le volpi nascondono le uova in anfratti del terreno per conservarle e cibarsene durante l’inverno.

In passato, le uova degli edredoni venivano raccolte abbondantemente anche dagli abitanti della Groenlandia e dell’Islanda, oltre che dai balenieri, dove queste grandi anatre costituiscono ancora oggi delle vaste colonie. Recentemente in Islanda, è stata predisposta una delle zone di cova più grandi al mondo, riuscendo perfettamente a integrare e promuovere l’equilibrio riproduttivo delle anatre con la tradizionale raccolta del piumaggio dai nidi, la quale oggi avviene sotto il controllo delle autorità, dopo che i nidi vengono abbandonati dalla femmina e i pulcini sono in grado di volare.

I piccoli degli uccelli si possono suddividere in due grandi tipologie: nidifughi (o precoci) e nidicoli (o inetti). Solitamente le specie precoci si riproducono in condizioni ambientali più ostili alla sopravvivenza, e gli edredoni appartengono a questa categoria. Il tempo di cova è più lungo, i pulcini nascono molto evoluti, con gli occhi aperti e sono già ricoperti di un piumaggio abbastanza sviluppato, che in poche ore asciuga e che li tiene sufficientemente caldi senza che debbano essere costantemente scaldati dalla madre. Ciò consente loro di abbandonare il nido poche ore dopo la schiusa delle uova. Nelle specie «inette» invece, i pulcini vengono al mondo senza piumaggio, ciechi e incapaci di camminare. Per queste caratteristiche, devono rimanere nel nido e sono totalmente dipendenti dai loro genitori.

Il 50 per cento circa delle specie di uccelli artici rientrano nella categoria precoce, rimangono nelle uova 3 o 4 settimane. Il maggior periodo di incubazione richiede che la madre deponga le uova il più presto possibile, quando il clima è ancora molto freddo. All’interno delle uova, gli embrioni si alimentano con i grassi e le proteine ivi contenuti, e quindi i pulcini usciranno già capaci di camminare e allontanarsi dal nido, seguendo la madre e non separandosene nei primi giorni di vita. Gli anatroccoli appena nati sono naturalmente predisposti a seguire il primo soggetto in movimento, che nella maggior parte dei casi è la madre: se vengono separati dalla figura materna dopo aver acquisito questo imprinting, essi la cercano attivamente, emettendo richiami.

I vantaggi delle specie precoci diventano evidenti quando le uova si schiudono. I pulcini possono camminare e correre, i componenti di una famiglia si disperdono in diverse direzioni quando un predatore si avvicina, in modo che nel peggiore dei casi il predatore riuscirà a fare solo una vittima. I predatori più comuni sono le volpi artiche, ermellini, stercorari e gabbiani. Tuttavia è pericoloso per i pulcini continuare a correre. Per un pulcino, la miglior tecnica di sopravvivenza è quella di fermarsi e rimanere immobile, diventando invisibile. Le specie che eccellono in questo comportamento hanno minore probabilità di essere catturate come altri piccoli e colorati animali tipo lemmi o altri roditori, che invece corrono tra l’erba per scappare dal pericolo. Questi ultimi non hanno l’istinto di bloccarsi e rimanere immobili.

Sparpagliandosi in diverse direzioni, inoltre, i pulcini delle specie precoci non competono tra loro per il cibo.