Bibliografia
- Umberto Mònterin, Il clima delle Alpi ha mutato in epoca storica? Le antiche vie di comunicazione attraverso gli elevati valichi alpini, Consiglio Nazionale della Ricerca (Roma), 1938, 309-358.
- Franco Rasetti, I fiori delle Alpi, Accademia Nazionale dei Lincei (Roma), 1980, 316 pp. + 572 fotocolor.
- Elias Landolt et al., Notre flore alpine, Editions du Club Alpin Suisse (Berne), 2015, 359 pp. + 138 planches en coleurs.

Silene acaulis, diametro del cuscinetto: 26 centimetri (Alina Focarile)

Quel che resta dopo il ritiro dei ghiacciai alpini

Biodiversità - Dopo diversi secoli tornano i fiori al Colle del Teòdulo, 3317 metri sul Monte Rosa
/ 12.06.2017
di Alessandro Focarile

Come tutti i colli alpini oltre i tremila metri, fino a un recente passato coperti da calotte glaciali (testimonianza di antiche transfluenze da un’alta valle all’altra), anche il Colle Teòdulo (tra la conca del Breuil e Zermatt), con l’attuale affioramento roccioso a 3317 metri ha perso dieci metri di ghiaccio rispetto alla quota indicata nelle carte di 80 anni or sono.

Con il progressivo e imponente ritiro in atto dei ghiacciai alpini, nuove terre si stanno scoprendo, permettendo il ritorno della vita vegetale e animale, condizione ambientale che le Alpi avevano conosciuto durante l’optimum termico medievale tra l’anno Mille e il 1350-1400. Nell’ambito del permanente pendolo climatico che conosce la Terra, vi è stato un periodo storico durato dal 1500 al 1870 circa, durante il quale si è sviluppato un considerevole aumento del glacialismo sulle Alpi: la cosiddetta «piccola era glaciale». Una recrudescenza delle temperature e un forte incremento delle precipitazioni invernali, sono stati fenomeni climatici che hanno influenzato in misura incisiva, e drammatica, anche le vite umane.

Prima del 1300, l’uomo occupava le alte terre alpine grazie a un clima benigno durante lunghi decenni. Ricordando il precedente «optimum termico di epoca romana». A Prarayer nell’alta Valpelline in Valle d’Aosta, a 2000 metri si coltivava l’orzo e la segale, macinati nel prossimo Place Moulin. E il villaggio era abitato durante tutto l’anno. Il limite superiore del bosco giungeva a oltre 400 metri rispetto alle quote attuali. All’Alpe di Tza de Tzan, sempre in Valpelline, a 2760 metri vi sono tuttora i ruderi del più elevato insediamento pastorale conosciuto sulle Alpi. Diversi colli oltre i 3000 metri tra Valle d’Aosta e il Vallese erano frequentati da mercanti, ecclesiastici, reggitori d’affari pubblici, e pastori che utilizzavano i pascoli di altitudine. 

Erano logiche vie di transito da una valle all’altra, senza essere obbligati a scendere in basso e risalire, onde evitare pedaggi e angherie dei signorotti locali. «Non erano rare carovane di 25-30 muli, che passavano dalla Valle di Gressoney (la valle di mercanti = Kramer-Tal) attraverso la Bettaforca, il colle delle Cime Bianche e il Teòdulo per portarsi a Praborna, l’attuale Zermatt» (Mònterin 1938). Tutte testimonianze inconfondibili dell’assenza di ghiacciai lungo il percorso. Avvalorate anche con i ritrovamenti di punte di lancia in bronzo, di ferri da cavallo e di monete, offerte votive dei viandanti per propiziarsi la benevolenza del dio Pen, il nume tutelare delle Alpi Pennine.

Umberto Mònterin, il grande scienziato di Gressoney-la Trinité in Valle d’Aosta, al quale dobbiamo basilari conoscenze sulla climatologia e la glaciologia del massiccio del Monte Rosa (versante italiano), aveva organizzato e assicurato il funzionamento di una rete meteorologica scaglionata da 1800 metri a D’Ejola (Gressoney-la Trinité), attraverso il Col d’Olen (2900 metri) fino alla Capanna Margherita, 4554 metri, il più elevato rifugio alpino d’Europa.

Risultato: 400mila preziosi dati ottenuti al prezzo di un eroico lavoro di oltre 15 anni! Grazie allo studio delle fonti bibliografiche e di documenti d’archivio, Mònterin acquisiva tangibili prove sulla parallela diminuzione dei ghiacciai in epoca medievale; e la concommitante facilità di transito degli alti colli delle Alpi Pennine: dalla Valle d’Aosta al Vallese e viceversa.

Oltre alle alghe e ai licheni, in alta montagna le prime manifestazioni di vita vegetale sono offerte dalla presenza di piante superiori munite di fiori, che si insediano nelle fessure e negli anfratti delle rocce, creando «rupi fiorite». Esse spiccano con un tocco di vivaci colori tra la dominanza del mondo minerale circostante.

Sono i vistosi cuscinetti di diverse specie di sassifraghe, di andròsaci, di minuarzie e di sileni che possono raggiungere anche i 60 centimetri di diametro oltre i 3500 metri, come sul Naso del Lyskamm nell’alta Valle d’Ayas.

Sono tutti fiori che hanno realizzato, nel corso della loro lunga storia evolutiva, un efficiente e razionale meccanismo per vivere, che li ha messi al riparo dai possibili concorrenti per lo spazio. Questi fiori, che si sviluppano a cuscinetto, utilizzano i positivi effetti fisici di una micro-serra, entro la quale si creano elevate temperature, grazie anche al colore verde-oliva scuro dei serpentini e delle pietre verdi, il motivo dominante della litologia del Monte Rosa. Le radici sono a diretto contatto con la roccia circostante che le ingloba.Si aggiunge una sufficiente conservazione dell’acqua (dalla pioggia, e dallo scioglimento della neve), che si deposita e si conserva nelle fessure. 

Nel corso di diversi decenni, la radice principale può raggiungere fino a due centimetri di diametro. Il cuscinetto crea l’inizio di uno strato di terriccio sul quale si formerà progressivamente una cotica erbosa. Inoltre, il cuscinetto funge da collettore di tutta la massa di nutrimento organico (pollini, semi, detriti vegetali, insetti) convogliata dalle correnti ascensionali di aria calda, fino alle quote più elevate. La pianta «a cuscinetto» è un organismo vegetale ottimale, che assorbe molto calore, e conserva l’acqua dove è intensa la traspirazione a causa della secchezza dell’aria in alta montagna, e dove tutto intorno non c’è che la nuda e inospitale roccia. Un vero successo biologico.

Anche Umberto Mònterin, sensibile alle espressioni della Natura alpina, sarebbe gradevolmente stupito nell’apprendere che sono ricomparsi i fiori sul Teòdulo dopo tanti anni.