Durante la primavera e percorrendo i boschi, penetriamo in un’atmosfera satura delle spore dei funghi, delle felci, dei muschi e dei licheni. A questi microscopici corpuscoli vegetali, si aggiungono i pollini delle piante con fiori che popolano la campagna ancora naturale: alberi, arbusti, erbe.
Le alberature urbane ornate con tigli, platani e ippocastani, partecipano con un altrettanto copioso apporto di pollini. Spore e pollini sono la carta d’identità di ogni singolo vegetale, in quanto le loro strutture e il loro colore sono l’espressione del patrimonio morfologico e genetico di ogni singola specie, secondo la classificazione botanica. E ogni primavera è immancabile il ripetersi di quella affezione nota da vecchia data come «febbre da fieno», in quanto la sua insorgenza si collega con i pollini generati dalla fioritura delle graminacee dei prati da sfalcio. Affezione che colpisce numerose persone allergiche a queste produzioni vegetali.
Durante molti secoli, i pareri sulla causa di questa patologia erano innumerevoli e discordanti. Anche i medici dell’epoca si perdevano in un mare di supposizioni, pregiudizi e dicerie, spesso assurde. Oltre mille anni or sono, un erudito e polivalente personaggio del mondo culturale arabo-persiano intuiva che l’origine di alcuni malesseri di natura allergica dovesse farsi risalire al mondo vegetale.
Rhazes-Rey (865-930) scriveva un trattato sull’argomento, intitolato Sulla ragione per cui la testa delle persone si gonfia al momento della fioritura delle rose e produce catarro. Dopo circa un millennio, un eccentrico medico omeopata inglese: Charles Harrison Brackley (1820-1890) intraprende una serrata e testarda sperimentazione, con l’intento di trovare le cause concrete delle allergie provocate dall’inalazione di sostanze irritanti per l’organismo umano attraverso la respirazione. Brackley si arma di molta pazienza e determinazione, e grazie a una meticolosa sperimentazione quasi maniacale durante qualche decennio, elimina progressivamente le possibili cause allora conclamate dell’allergia. Innanzitutto nota che nell’Inghilterra dell’Ottocento non sono soltanto le classi socialmente agiate a essere affette dalla malattia. E nemmeno che gli occidentali di pelle bianca ne fossero maggiormente affetti, come si credeva all’epoca. Inoltre osserva realisticamente che il popolo delle campagne quasi ignorava il problema delle «febbri da fieno», forse in virtù di un più efficiente e collaudato sistema immunitario.
Brackley prova su se stesso gli effetti dell’acido benzoico, dell’ozono, e persino con l’inalazione dei vapori di decotti di camomilla! Si può affermare che, per giungere a una conclusione probante e definitiva del problema, il bravo medico inglese le aveva provate tutte. Brackley è stato il riscopritore in epoca moderna delle cause delle «febbri da fieno»: i pollini e le spore di molti vegetali. Ignaro che Abu Bakr Muhammad Ibn Zakariya al-Razi (noto con il nome di Rhazes – 865-925) di Rey lo avesse preceduto nell’intuizione molto tempo addietro.
La palinologia è la scienza che tratta dei pollini e delle spore. Oltreché degli aspetti attinenti la medicina, essa aiuta anche nella ricostruzione degli ambienti naturali del passato, e delle relative condizioni climatiche durante un definito periodo di tempo (cronostratigrafia dei sedimenti). La crescente diffusione degli studi palinologici è dovuta al fatto che i pollini e le spore non sono rari. Sono ovunque e hanno immense possibilità di trasporto con il vento e con l’acqua.
È stato calcolato che nelle foreste di abete rosso della Svezia sono prodotte ogni anno ben 72mila tonnellate di pollini. In campioni di ghiaccio raccolti sul Colle Gnifetti (4500 metri, Monte Rosa) sono stati trovati (tra l’altro) pollini di castagno e di eucalipto perfettamente conservati e identificabili. Grazie al loro riconoscimento è possibile risalire ai vegetali di appartenenza. In base ai loro chiari caratteri morfologici che consentono di visualizzare l’appartenenza a ogni singola specie vegetale (foto), è possibile ricostruire i climi del passato (fino a 40-50mila anni da oggi), la loro datazione assoluta con l’impiego della tecnica del radio-carbonio (C14). Infine, stabilire le correlazioni di interesse paleo-geografico anche in territori differenti. Le analisi polliniche (un recente sviluppo dell’archeologia) hanno consentito di ricostruire anche la storia dei popolamenti umani nel territorio, dopo il ritiro dei ghiacciai alpini.
La coltivazione dei cereali, della vite, del castagno e del noce, della canapa e del lino, e la presenza eventuale di ortiche, lavazze (rumici) e artemisie – tutte piante nitrofile che prosperano sulle deiezioni – hanno testimoniato l’allevamento degli animali addomesticati, come i bovini, le pecore e le capre.
Conosciamo alberi che producono pollini che non si conservano, come nel caso dei larici. Altri alberi hanno una sovraproduzione di pollini, come i faggi. Oppure una debole produzione, come i tigli e i frassini. Questi fattori possono condurre a una errata interpretazione dei dati nel corso della costruzione di un diagramma pollinico (illustrazione), documentazione grafica dei dati elaborati. Con apposite trivelle (foto) si ottengono dai sedimenti da analizzare, campioni detti «carote», che contengono anche pollini e spore in varia misura e di differente natura.
La successiva identificazione tassonomica (e cioè a quali specie vegetali appartengono i reperti) e in quale quantità questi siano rappresentati in ogni livello investigato, consente di elaborare il diagramma, che evidenzia la percentuale dei differenti pollini appartenenti alle specie vegetali in funzione dell’epoca di sedimentazione nella torba, nel limo, oppure nel suolo.
I pollini e le spore, eccellenti archivi del passato, documentano le alternanze del clima (caldo, freddo, umido, secco) che hanno condizionato la presenza delle differenti specie arboree nel corso del tempo, in funzione delle loro esigenze ecologiche durante gli ultimi 18mila anni per quanto riguarda le Alpi.
Nella cerchia alpina da Nizza alla Slovenia, sono state fatte finora analisi polliniche in oltre 400 località, a cura di numerosi studiosi specialisti della materia. È stato così possibile riunire un’imponente documentazione che copre la storia forestale e illumina sulle modalità dell’occupazione umana del territorio alpino.
Le Alpi hanno conosciuto la presenza e la frequentazione di renne e di mammut, prima che i cacciatori-esploratori si affacciassero su questi vasti territori. Ai primi radi boschi di betulle e pini silvestri – espressione di un clima secco e freddo – nel corso del tempo è seguito l’arrivo delle conifere boreali dall’Asia: larici, abeti rossi, diverse specie di pini tra le quali il cembro. A basse quote, un clima più mite e umido consentiva l’impianto del querceto misto, con farnie e roveri, tigli, aceri, ontani e frassini. Nelle bassure più umide i pioppi e i salici. E l’abbondanza (relativa) dei pollini di noce e di castagno, ci documenta l’arrivo dell’uomo, il nostro antenato del neolitico: l’epoca di Oetzi, 5400 anni da oggi.
In questa lunga storia, pollini e spore costituiscono una preziosa documentazione, grazie all’intuizione di un famoso botanico Svedese, De Vries. Pollini, spore, febbre e starnuti: la primavera ci attende.
Bibliografia
- Stefano Mancuso, Uomini che amano le piante. Storie di scienziati del mondo vegetale, Giunti editore (Firenze, Milano), 2014, 139 pp.
- Josette Renault-Miskovsky & Michel Petzold. Spores et Pollen, Delachaux et Niestlé (Lausanne) 1992, 360 pp.
- Heinrich Walter & Herbert Straka, Arealkunde, Verlag Eugen Ulmer (Stuttgart), 1970, 478 pp.