A inizio anno, in Svizzera le riserve di sangue scarseggiavano, in particolare quelle del gruppo zero negativo (quello dei donatori universali). I media ticinesi ne hanno riportato l’appello, poi rassicurati da Mauro Borri, direttore operativo del Servizio Trasfusionale della Croce Rossa Svizzera, che ha affermato come nel nostro Cantone «non si tratta di una vera e propria emergenza, ma di una mancanza di questo gruppo a causa delle scarse riserve, per cui abbiamo chiesto ad alcuni donatori di sangue di venire a donare».
Questa volta il Ticino non ha vissuto una vera criticità, sebbene gli appelli alla donazione in certi periodi dell’anno indichino la sporadica mancanza di tali riserve. «Dobbiamo prendere atto che con l’incremento dell’età della popolazione si riduce il numero dei giovani possibili donatori di sangue, e aumentano i pazienti con comorbidità e maggiori necessità, pure trasfusionali. Se il trend della vera emergenza denunciato dall’OMS si confermasse, già nei prossimi anni non ci sarà più sufficiente sangue disponibile per soddisfare il fabbisogno. A fronte di ciò, sembra vi siano ancora grossi sprechi di prodotti emoderivati che vengono ancora somministrati con insufficiente valutazione di rischi e benefici».
Alla premessa del dottor Andrea Saporito, primario di anestesiologia all’Ospedale Regionale Bellinzona e Valli (ORBV), fa eco il nefrologo e Capo Area Medica EOC, professor Paolo Ferrari, che parla della trasfusione di sangue, analizzandone rischi e benefici sui quali oggi più che mai bisogna chinarsi, pure sulla base di evidenze scientifiche e delle chiare linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): «L’uso della trasfusione di sangue deve essere ponderato e limitato, secondo le circostanze, non solo per la paventata scarsità di emoderivati, ma per i diversi effetti collaterali potenzialmente nocivi che una trasfusione può comportare. Non dimentichiamo che essa si rende necessaria per compensare un deficit di globuli rossi, ma è pur sempre un trapianto. Dunque, anche se pare naturale, bisogna considerare le eventuali relative reazioni avverse o gli effetti secondari. È necessario ponderare bene rischi e benefici, in relazione a nuovi parametri dei livelli di fascia di norma dell’emoglobina nella circolazione che può variare individualmente da paziente a paziente».
A questo proposito, con gli obiettivi di migliorare i risultati clinici, prevenire trasfusioni evitabili e ridurre i costi di gestione, l’OMS dal 2010 invita caldamente all’adozione di programmi di Patient Blood Management (PBM): una strategia multidisciplinare e multimodale che mette al centro la salute e la sicurezza del paziente, e migliora i risultati clinici basandosi sulla risorsa sangue dei pazienti stessi.
«Il concetto di PBM non è focalizzato su una specifica patologia, ma mira a gestire la risorsa di sangue del paziente che, quindi, insieme al suo medico di famiglia, acquista un ruolo centrale e prioritario», chiarisce Saporito sulla stessa linea esplicitata nella definizione di PBM secondo la Society for Advancement of Blood Management per la quale per PBM si intende «l’applicazione tempestiva di principi medici e chirurgici basati sull’evidenza, concepiti e progettati per il mantenimento della concentrazione di emoglobina, l’ottimizzazione dell’emostasi e la minimizzazione della perdita di sangue, tutto con lo scopo di migliorare gli esiti dei pazienti».
Da un lato l’applicazione del PBM nell’uso appropriato delle trasfusioni di sangue comporta la loro riduzione fino al 20%, unitamente al risparmio economico e, soprattutto, ai relativi benefici di cui il paziente può godere. Lo dimostrano i dati pubblicati dalla rivista «Transfusion», risultati di un programma PBM completato in cinque anni in Australia, dove peraltro ha pure operato il professor Paolo Ferrari fino al 2018, quando è rientrato in Ticino dove ha portato queste esperienze, forte della sua rappresentanza per EOC nel gruppo di lavoro OMS per l’implementazione internazionale del PBM: «Nei pazienti aderenti al PBM, i risultati su 605’046 pazienti ricoverati nei maggiori ospedali per adulti dell’Australia occidentale mostrano una riduzione del 28% della mortalità ospedaliera, una riduzione del 15% della degenza media in ospedale, una diminuzione del 21% delle infezioni acquisite in ospedale (ndr: i pazienti trasfusi sono più soggetti alle infezioni), e una diminuzione del 31% di infarto o ictus. L’uso di prodotti del sangue è stato ridotto del 41%, raggiungendo significativi benefici per il paziente e un notevole risparmio sui costi sanitari». Coinvolgere i medici di famiglia e i professionisti della salute in questo cambiamento di paradigma, è quanto l’EOC mette in atto da qualche anno, come ci spiega Saporito: «Al netto degli interventi in emergenza, un paziente su tre arriva anemico in sala operatoria quando deve affrontare gli interventi di chirurgia maggiore programmata (ad esempio: cardiochirurgia, protesi all’anca…)».
Adottare il Patient Blood Management ottimizza la gestione della risorsa sangue del paziente e migliora gli esiti clinici: «L’obiettivo primario è quello di informare correttamente professionisti e pazienti sui presupposti scientifici della trasfusione evitabile, ovvero: un’attenta valutazione multidisciplinare del singolo paziente, dei rischi e dei benefici connessi alla trasfusione, e delle strategie, farmacologiche e non, che possono essere impiegate in alternativa a esse».
In pratica, Ferrari ricorda l’importanza di promuovere una presa a carico standard ragionata, prima dell’intervento chirurgico: «Curare l’anemia pre-operatoria e stabilizzare il quadro clinico del paziente prima dell’intervento chirurgico garantisce un notevole vantaggio per la sua salute, riduce la necessità di una terapia trasfusionale evitabile, minimizza i rischi (infezione, reazioni avverse) e riduce i tempi di degenza».
La standardizzazione di questo programma PBM è un fiore all’occhiello di EOC e della sanità ticinese, con benefici per i pazienti e risultati che parlano da sé, concludono gli specialisti: «Lo screening mirato sull’emoglobina di pazienti prima di un intervento chirurgico elettivo, in collaborazione coi medici del territorio, un programma standardizzato di controllo dei parametri, l’individualizzazione della soglia sotto la quale il paziente necessita di una trasfusione, la definizione di appropriatezza trasfusionale, la cartella informatizzata che riporta dati di alert: dal 2020 a oggi, questo programma ha visto una diminuzione del 13,2% delle trasfusioni inappropriate».
Ricordiamo che evitare o ridurre le trasfusioni inappropriate significa: «Tempi di degenza post-operatoria più brevi, minore incidenza di infezioni, ripresa più rapida del paziente e risparmio di risorse economiche». Tutto nell’ottica di una strategia (PBM), raccomandata dall’OMS, che mette al centro salute e sicurezza del paziente, migliorandone i risultati clinici e chirurgici.