Loro come noi?

Mondoanimale - Dal regalo inopportuno all’umanizzazione: il nostro rapporto con gli animali esige equilibrio
/ 18.12.2017
di Maria Grazia Buletti

Gli animali sporcano. Fanno danni. Mangiano. Possono ammalarsi. Gli animali non si regalano. Non si regalano perché nessuno può essere certo che un regalo simile sarebbe davvero gradito. Non si regalano ai bambini, perché averli sentiti dire «come sono carini i cuccioli» non è condizione sufficiente perché li possa candidare a proprietari modello o per lo meno consapevoli. Gli animali non si regalano perché adottarne uno comporta spese e soprattutto una responsabilità che dura tutta la vita di quel particolare regalo «vivente». Eppure, malgrado le implicazioni di una simile scelta, in prossimità delle feste si intensificano gli acquisti di animali da regalare. 

«È bene prendere con sé un animale, o regalarlo per Natale, solo dopo essere certi dell’effettiva disponibilità ad accudirlo per tutta la vita, e magari andare a cercare qualche trovatello nei rifugi che ospitano quattro zampe ansiosi di trovare o ritrovare una famiglia», Emanuele Besomi ha raccolto dal padre il testimone di presidente della Società protezione animali di Bellinzona (Spab) e ribadisce un concetto che ogni anno bisogna ricordare. Malgrado queste puntuali raccomandazioni, tutti gli anni, dopo le festività, non si contano i casi di rifiuto o di rinuncia a tenere il cagnolino o il gattino donatogli, soprattutto da parte di chi lo ha ricevuto senza preavviso. 

Per contro, l’umanizzazione sempre più dilagante degli animali domestici rappresenta l’altro lato di questa stessa medaglia. «Lui mi dice quando vuole mangiare. Lui decide dove stare, se in cuccia o sul divano. Non posso sedermi sul divano perché lo occupa il mio cane. Il mio gatto mangia solo questo tipo di cibo. Non sono un etologo, ma è facile capire che queste affermazioni sono segnali del fatto che la persona sta proiettando se stessa nell’animale e nascondono una pericolosa sottomissione in cui l’alfa del gruppo cede il proprio posto al suo animale domestico», spiega Besomi che da un lato non nega la simpatia di certi aneddoti, ma non si esime di rendere attenti sui pericoli che comportano questi atteggiamenti di umanizzazione dei nostri animali. 

Se cane e gatto sono i più colpiti dalle interpretazioni tutte umane del loro comportamento animale, non fanno eccezione gli animali esotici: «Parliamo ad esempio di pappagalli che le persone ospitano in gabbiette colorate, con giochini d’ogni genere (che appagano più l’umano che non il bisogno ludico del pappagallo stesso), tutto magari poco funzionale per l’animale in questione che potrebbe addirittura trovarsi in una situazione di disagio, ma assolutamente appaganti per il proprietario».

Riconosciamo la grande esperienza accumulata dal presidente della Spab e per questo gli chiediamo quali sono le conseguenze che l’umanizzazione, magari involontaria, dei nostri animali domestici può provocare: «Un esempio concreto è quello di cani o gatti a cui si insegna a sporcare addirittura nel gabinetto di casa. Ora, se di primo acchito questo può sembrare qualcosa di positivo, pensiamo a quell’animale che quando uscirà fuori non saprà bene come comportarsi, mentre dovrebbe semplicemente alzare la zampetta come l’istinto della specie gli indica».

I cani sono cani, i gatti sono gatti e via dicendo: «Dovremmo amarli per quello che sono: diversi da noi; e dovremmo riuscire a fare un passo indietro quando stiamo interpretando e attribuendo loro un’indole che appartiene solo a noi esseri umani». Un altro esempio portato da Besomi riguarda le unghie incarnate dei cani: «Non le consumano perché non possono scavare o andare a passeggio a sufficienza (e nel peggiore dei casi, per non farli sporcare, vengono tenuti in braccio e appoggiati sull’erba solo per i bisogni), o ancora i cani obesi perché non praticano sufficiente attività fisica, mentre dovrebbero poter correre e muoversi per scaricare la loro energia. Per non parlare del tagliare le unghie al gatto perché altrimenti gratterebbe il divano!». 

In sintesi, umanizzare un animale significa perdere di vista le sue necessità e le sue inclinazioni. Ma stare attenti a non interpretare l’animale con il nostro metro non significa affatto smettere di coccolarlo: «Anche i cani, per fare un esempio comune, si scambiano effusioni e affetto, ma lo fanno con il gergo proprio della loro specie. Sarebbe dunque opportuno imparare il loro linguaggio. Il riconoscimento, la carezza, fa piacere a tutti, ma non dobbiamo incappare nell’errore di pensare che tutto quanto fa piacere a noi debba per forza far piacere al nostro animale».

Un esempio: «Durante il mio lavoro di macchinista, una volta a Chiasso ho visto una signora che doveva prendere il treno ed era in difficoltà con un passeggino. Mi sono precipitato ad aiutarla, e con grande disappunto ho visto che dentro non c’era un bambino, ma parecchi gatti». Il nostro interlocutore elenca poi: «Cani nelle borsette o abbigliati con i vestitini della stessa marca della proprietaria, unghie pitturate (manco a dirlo) come la loro umana, persone che non lasciano camminare il proprio cagnolino perché si sporcherebbe le zampette: situazioni assurde che fanno ben comprendere come questi proprietari non abbiano capito con chi hanno a che fare». Parlando dell’antropomorfizzazione come il «maltrattamento del 2000», Besomi invita a riflettere sulla dignità dell’animale che in questo modo non viene rispettata. A noi preme un ultimo quesito, ammettiamo un po’ retorico: un gatto dovrebbe fare vita da gatto o essere portato a spasso nel passeggino?