Alzi la mano chi non conosce il dipinto La Dama con l’ermellino: una tavola di pressappoco cinquanta centimetri quadrati del grande Leonardo da Vinci che rappresenta la quindicenne Cecilia Gallerani, allora concubina di Ludovico Sforza, che tiene in braccio proprio questo simpatico animaletto. Databile al 1488-1490, il dipinto è oggi esposto a Cracovia ed è ritornato alle cronache qualche anno fa, quando si è scoperto che in realtà gli ermellini erano due, non uno: il primo lo si vede a occhio nudo, mentre l’altro, appena sotto il bianco dell’animale, è invisibile anche ai raggi X, agli infrarossi e alla fluorescenza.
Lo ha rivelato un’attenta analisi che ha fatto capo a una particolare tecnica (Layer Amplification Method) messa a punto nel 1998 dall’ingegnere ottico francese Pascal Cotte. Gli storici dell’arte hanno trovato le loro spiegazioni ai tre rimaneggiamenti che il grande Leonardo ha apportato al suo quadro nel quale pare che l’ermellino non figurasse affatto, almeno nella prima versione. Fu per volere del Duca Ludovico Maria Sforza, riconosciuto dal Re di Napoli nel 1488 come membro dell’ordine dell’ermellino, a far apparire l’animale nel quadro. Infine, la presenza dei due ermellini si spiega con li fatto che nella terza e ultima versione il nostro mustelide diventa più grande, sempre a causa dell’ambizione del Duca di Sforza che voleva ben rappresentato questo suo simbolo di forza e potere.
Arrivando ai giorni nostri, e alle nostre latitudini, scriviamo una nuova storia e diamo nuova luce all’ermellino, stavolta eletto animale dell’anno da Pro Natura: «Scegliendo questo piccolo mustelide come animale del 2018, lanciamo un appello a favore di paesaggi rurali interconnessi e ricchi di strutture che vanno a vantaggio di numerose specie animali e vegetali, non solo del piccolo predatore». In questo modo, l’associazione porta avanti progetti di «rimessa in rete» degli ambienti e nelle sue riserve naturali crea le condizioni ideali per quel cacciatore che è, per l’appunto, l’ermellino (Mustela erminea).
Slanciato, dal peso medio di appena 300 grammi per una lunghezza di 30 centimetri, è uno dei più piccoli predatori indigeni della Svizzera che per sopravvivere necessita di un ambiente molto variegato. Abile cacciatore di topi, se non dispone di corridoi costellati di strutture in cui nascondersi dai nemici, esso diventa facile preda di parecchi nemici naturali fra i quali la volpe, la cicogna, l’airone cenerino e parecchi altri rapaci fra cui gufo e poiana, per i quali è un boccone prelibato.
Predatore e preda al tempo stesso, questo piccolo carnivoro in Svizzera si è specializzato in arvicole terrestri: paffuti topolini che vivono e scavano cunicoli sotto i prati, costellandoli di mucchietti di terra. «Per gli agricoltori l’ermellino, che si nutre in media di un roditore al giorno, è un prezioso alleato, mentre se il suo cibo scarseggia non disdegna la caccia di altri roditori, uccelli e insetti o persino qualche spuntino vegetariano».
È un animale territoriale e conduce un’esistenza solitaria oppure in famiglie matriarcali. Parlando di habitat e dell’importanza della sua diversificazione, Pro Natura ne sottolinea le peculiarità: «Vive in un paesaggio aperto e ricco di piccole strutture ben connesse tra di loro, in modo da offrire moltissimi nascondigli, territori di caccia e assi di migrazione. L’ermellino si procura il cibo nei prati, mentre i piccoli sono partoriti al riparo di cataste di legna o mucchi di pietre. Siepi, strisce erbose o rive di ruscelli semplificano al maschio la lunga e spesso pericolosa ricerca di una femmina disposta ad accoppiarsi».
Sebbene in Svizzera, fuori dagli insediamenti e dai boschi, l’animale dell’anno 2018 sia presente quasi ovunque dai fondovalle fino ai 3000 metri di quota, in Ticino lo si trova attualmente solo in altitudine. Il territorio di un individuo può raggiungere i 40 ettari e viene strenuamente difeso dagli invasori dello stesso sesso. Malgrado ciò, la popolazione risulta variabile: «A intervalli irregolari, si verificano delle annate favorevoli ai topi, durante le quali l’arvicola terrestre si riproduce con maggiore frequenza. L’ermellino reagisce a quest’abbondanza di cibo con una riproduzione altrettanto potenziata. Dunque: negli anni normali una femmina partorisce da 4 a 6 cuccioli, mentre in quelli con molte prede i piccoli possono arrivare fino a 13».
Con l’aumento della popolazione, l’ermellino torna anche nelle zone dalle quali era sparito, bloccando in tal modo l’esplosiva diffusione dei topi. L’incremento demografico di questi animaletti è tuttavia di breve durata: «Almeno la metà dei piccoli muore già durante il primo inverno, mentre la sua età media in natura è comunque di soli uno o due anni, anche se in cattività può raggiungere gli 8».
In inverno la sua livrea è candida, mentre d’estate è marrone sul dorso e bianca sul ventre, ciò che può farlo confondere con la donnola (Mustela nivalis): «Sono due specie indigene molto simili di aspetto, per distinguere le quali bisogna osservare la coda: quella dell’ermellino ha sempre l’estremità nera, quella della donnola è interamente marrone. Inoltre, in inverno il mantello della donnola non diventa bianco come quello dell’ermellino che risulta essere comunque imparentato anche con faina, martora, puzzola, lontra e tasso». Vuoi vedere che il gossip leonardesco dei giorni nostri, secondo cui l’ermellino tenuto in braccio dalla Dama in realtà è un furetto, sia dovuto a questa grande famiglia allargata?