Le regioni elevate delle Alpi rivestono una cruciale importanza strategica per la vita umana. Ad esempio per la costituzione e conservazione delle riserve idriche (che producono energia elettrica), per non parlare del cruciale problema neve per le strategie connesse all’industria degli sport invernali. Industria generatrice di elevati flussi economici, con un andamento irregolare e aleatorio da un inverno all’altro nelle differenti regioni alpine, e questo fatto, che molto preoccupa, ostacola la programmazione tecnico-finanziaria sul lungo periodo.
Da questa constatazione deriva la necessità di acquisire un bagaglio di conoscenze numeriche sullo svolgimento di molti fenomeni fisici e biologici. Conoscenze dalle quali derivano le applicazioni pratiche perseguite dalle attività umane. In quanto gli interventi sul piano tecnico devono rispondere come detto a interessi economici e sociali finalizzati all’ottenimento di risultati il più possibile ottimali, che non sempre possono raggiungere il successo auspicato poiché intervengono fattori naturali (come il clima) che esulano dall’intervento umano a scala locale. Molti problemi di carattere pratico sono strettamente connessi con la conoscenza di precisi dati numerici.
A tal proposito ci vengono in aiuto i logger, sofisticati strumenti di dimensioni ridotte che consentono elevate prestazioni tecnologiche con l’ausilio del computer. Essi possono testimoniare ed elaborare le temperature. Nel quadro di un programma internazionale, che ha coinvolto le istituzioni scientifiche di ben undici Paesi europei, i logger sono stati collocati a dieci centimetri di profondità in diciotto località poste al limite superiore della vegetazione e precisamente tra 900 e 2530 metri d’altitudine in funzione della latitudine. Dalla Scandinavia settentrionale (Finlandia, Svezia e Norvegia) al 69° parallelo Nord, fino alla Scozia, alle Alpi vallesane (Passo della Furka), all’Etna e alla Sierra Nevada (Spagna), al 37° parallelo Nord.
Gli strumenti hanno registrato le temperature massime e minime con cadenza oraria nel corso di uno o più anni, elaborando anche le temperature medie. Siamo stupiti davanti a queste avveniristiche prestazioni tecniche, che consentono l’attuazione di ricerche impensabili fino a qualche decennio fa. E pensiamo con ammirazione e profonda gratitudine all’opera di Umberto Mònterin, il famoso scienziato del Monte Rosa, che saliva periodicamente ai 4552 metri della Capanna Margherita per il controllo e la lettura diretta degli strumenti ivi collocati. Lo strenuo lavoro scientifico comportò anche un notevole sforzo fisico che compromise la salute dello scienziato, deceduto a 53 anni.
I cambiamenti climatici, particolarmente accentuati sulle Alpi, generano complessi fenomeni dinamici in permanente evoluzione, e che vanno numerizzati. Alcuni esempi. Il fenomeno delle valanghe è meglio compreso grazie alla conoscenza, prolungata nel tempo, delle temperature della neve nei differenti strati che costituiscono il manto nevoso a seguito delle successive nevicate. Dall’indagine fatta con i logger su scala europea si è venuto a conoscere un altro dato interessante. Gli strumenti collocati al limite degli alberi (tree-line) hanno registrato generalmente temperature inferiori di quelle su terreno scoperto (steppa alpina). Quest’ultimo riceve più calore rispetto alle superfici più o meno coperte dagli alberi. E questa constatazione ha una notevole importanza pratica ai fini forestali.
Si delinea la sequenza dei due fenomeni: l’aumento della temperatura in atto provoca l’innalzamento in quota del bosco, generando una più efficace protezione alle valanghe ove esse hanno origine. L’innalzamento del limite superiore degli alberi è un fenomeno già accaduto in passato durante l’optimum termico medievale (900-1300 anni or sono) quando gli alberi risalivano fino a 2400-2600 metri di altitudine, come è stato documentato dalle analisi polliniche in numerose torbiere alpine e dalle cronache che narrano le vicende dei passaggi degli alti colli alpini.
A 2500 metri di altitudine (foto), nello strato superficiale di un suolo alpino, le temperature estreme sono risultate alquanto benigne, essendo comprese tra +22°C e –2°C. Questi valori sono stati registrati in Valle Ferret, Monte Bianco (ndr. rilevamenti effettuati dall’autore dell’articolo, Alessandro Focarile, tra il 1997 e il 1998), avendo finalità molto più modeste e impiegando strumenti ben più semplici dei logger. Sono temperature che testimoniano come la vegetazione erbacea e il mondo minuto (principalmente insetti e acari) possano vivere anche in alta montagna, soprattutto grazie al manto nevoso isolante. Considerata la quota in Valle Ferret, la neve è già presente all’inizio dell’autunno, e la sua presenza si protrae fino a maggio-giugno.
In campo biologico, a quali basse temperature possono vivere molti invertebrati alto-alpini durante la stagione invernale? I logger hanno documentato la soglia termica alla quale tanti minuti esseri sono in grado di popolare gli strati superficiali del suolo anche in condizioni estreme, fino a restare inglobati indenni nel substrato gelato a diversi gradi sotto zero e durante lunghi mesi. Un brillante successo fisiologico, in quanto le proteine antigelo da essi prodotte consentono notevoli soglie termiche di tolleranza.
Da questo impegnativo studio bioclimatico, realizzato lungo 3600 chilometri nell’Europa occidentale grazie all’impiego dei logger, sono emersi dei dati molto significativi e che hanno una vasta valenza pratica.
1. Il risultato più importante di questo studio a scala europea è stato quello di testimoniare la somiglianza di molte misurazioni, senza una sostanziale variazione legata al fattore latitudine. Per contro, le variazioni delle temperature minime sono da associarsi all’entità e alla durata della copertura nevosa nelle differenti località. Tuttavia, tutti i siti possono conoscere un inverno senza un congelamento del suolo a dieci centimetri di profondità.
2. Molte località mostrano un picco termico estivo interno ai +20°C.
3. Valori registrati dai logger sono variati entro un ambito termico compreso tra –12°C e +20°C, con un’escursione di 32°C dalla Scandinavia al Mediterraneo.
4. La oceanicità (e cioè la maggiore umidità, come in Scozia) e il clima regionale sembrano essere importanti fattori quanto lo è la latitudine, anche nel determinare il regime della temperatura regionale della località dove sono stati collocati gli strumenti.
5. Alle alte latitudini, come in Scandinavia, la maggiore lunghezza delle ore di sole assicura un maggiore flusso di calore nel suolo e riduce il raffreddamento notturno. La lunghezza delle ore di sole in estate (luglio-agosto) è pari a 24 ore verso il Circolo polare artico. Mentre nelle Alpi è di 16 ore. La somma delle temperature positive è di circa 1300-2000°C a sud del 44° parallelo nord, confrontato con 800-900°C nell’estremo nord.
È molto probabile che la ricca documentazione, raccolta grazie all’impiego dei logger, possa contribuire a ridimensionare molte teorie dogmatiche sulla climatologia e la biodiversità alpina. Detto altrimenti, possono venir messe in discussioni alcune teorie accademiche secondo cui per esempio durante le glaciazioni la fauna sarebbe andata tutta distrutta, e che il freddo glaciale abbia fatto morire ogni forma di vita vegetale. Potrebbero venir rielaborate le teorie sulle trasformazioni strutturali della vegetazione erbacea e arborea quale conseguenza dei cambiamenti climatici così come la dinamica dei suoli alpini permanentemente gelati (permafrost).
Bibliografia
L. Nagy, G. Grabherr, Ch. Körner, D.B.A. Thompson (Editors), Alpine Biodiversity in Europe, 2003, Springer Verlag (Berlin, New York, Tokyo), 477 pp.