L’architettura diventa partecipata

Incontri – Un modo di progettare che coinvolga anche l’utente finale: ce ne parla l’architetta Sophie Maffioli
/ 16.03.2020
di Valentina Grignoli

«La libertà non è star sopra un albero, non è neanche un gesto o un’invenzione, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione». Così cantava Giorgio Gaber in Libertà, bellissima canzone scritta nel 1972 con Luporini. Si parlava di democrazia, di libertà intesa come partecipazione sociale, e per una qualche ragione osmotica, continuo a canticchiarla da quando ho iniziato ad interessarmi a questo nuovo mondo in evoluzione che è l’architettura partecipata. Di che cosa si tratta? Le parole parlano da sole: un modo di progettare che coinvolga, oltre all’architetto e al committente, l’utente finale, colui che beneficerà realmente del progetto e che soprattutto conosce meglio di chiunque altro i propri bisogni. Sembra scontato, idealmente, ma sulla carta sappiamo benissimo che non è così. Accade infatti che l’architettura appaia fredda e distante, come se tra l’estetica e la comodità ci fosse un abisso, se non incolmabile di sicuro valicabile solo muniti di compromessi ed elasticità.

In generale si può affermare che l’architettura partecipata sia una maniera di approcciarsi al tema dello spazio che preveda un coinvolgimento attivo dei partecipanti portatori di interesse e che questa inclusione nel processo favorisca lo sviluppo di spazi più adatti ai reali bisogni, funzionali ed estetici.Gli utenti finali diventano così specialisti dei loro bisogni e invitati ad avere un rapporto di scambio equo con i progettisti e i committenti, anche se questo comporta inevitabilmente una redifinizione di ruoli. Sarà necessario e fondamentale trovare un linguaggio comune comprensibile a tutti, e soprattutto avvalersi di strumenti per gestire processi democratici che coinvolgano i numeri e… il gusto.Insomma, significa per gli architetti imbarcarsi in un viaggio per nulla scontato e in continua evoluzione. Ma la meta è sicuramente attrattiva: oltre a garantire infatti la qualità spaziale, l’architettura partecipata avrà un impatto positivo sulla socialità dei partecipanti, sulla loro educazione civica e sulla loro educazione allo spazio, all’estetica. Quasi una missione quindi per i professionisti.

Ho incontrato l’architetta Sophie Maffioli, che nel 2016 ha fondato insieme a Paola Tallarico lo studio It’s a Lugano, che si occupa anche di architettura partecipata e mediazione di progetto. Sul nostro territorio è una delle poche realtà di questo tipo.

Come mai si è interessata a questo ambito particolare?
Seguivo i corsi di Architettura d’Interni alla Supsi quando abbiamo affrontato un progetto che consisteva nel riattivare il tessuto urbano attraverso degli interventi micro-architettonici, installazioni effimere: ho scoperto la dimensione sociale del mio mestiere! Ho capito che fare architettura è anche pensare uno spazio pubblico, con una dimensione sociale forte. Ho quindi deciso di fare un master che andasse in quella direzione, a Basilea. In Svizzera per ora non c’è un master specifico in architettura partecipata, anche se le scuole di architettura si interessano al tema dedicandogli degli approfondimenti.

Quali sono i punti forti di questo tipo di approccio?
Trovo di interessante il fatto che si riesca a garantire uno spazio che corrisponde al desiderio di chi poi lo userà.L’architetto deve mettersi un po’ da parte, essere meno dominante. Questo tipo di processo è un esercizio democratico e utilissimo. È concreto: non solo un dialogo, ma anche il prodotto di un processo partecipato, è tangibile perché lo costruisci. C’è infatti da parte di tutti una presa di coscienza: come si prendono decisioni insieme? In architettura c’è però sempre il problema dell’estetica: è difficile da discutere, non è qualcosa che si può cambiare. Non bisogna quindi dimenticarsi la questione qualitativa, e qui rientrano le conoscenze e l’esperienza dell’architetto.

Arriviamo quindi a scoprire i limiti…
Il nostro rischio è arrivare a una scelta in cui nessuno è felice. Il gusto è importante. Un altro è il tempo, l’investimento. È un processo molto più lento, quando inizi il progetto ci sono delle condizioni che col tempo possono cambiare. Insomma, parti e non sai dove arriverai, questa cosa non è facile da spiegare e da accettare, soprattutto per il committente! Anche se è indispensabile che alcune cose siano già decise a priori, altrimenti senza limiti non si va da nessuna parte. E in realtà, come architetto, sai benissimo dove vuoi andare.

Com’è la situazione nel mondo e in Svizzera?
Le realtà attive nei campi dell’architettura partecipativa in Europa e nel mondo sono davvero tante e molto diverse tra loro. Posso citare come esempio molto valido Die Baupiloten a Berlino. In Svizzera mi sembra meno sviluppato, forse per una questione di numeri, perché l’esercizio democratico qui è già presente, o perché le città sono piccole e quindi anche i progetti. L’architettura partecipata è spesso un metodo per informare un grande pubblico riguardo grandi progetti. Da noi le problematiche sociali sono inoltre piuttosto contenute, e spesso questo tipo di architettura è volto a contribuire alla socialità e al vivere insieme. In Ticino l’approccio partecipativo è praticamente inesistente, forse anche per mancanza di conoscenza della pratica. In quest’ambito nel 2017 abbiamo realizzato per la Città di Lugano dei laboratori di urbanismo partecipativo con i bambini dei quartieri di Pregassona e Molino Nuovo. Attualmente ci stiamo occupando della «Casa di Progetto», promossa dall’Università della Svizzera italiana e dalla Città, un accompagnamento per la popolazione alla creazione del nuovo campus Usi Supsi, che inaugura in Ticino un nuovo modo di affrontare i grandi progetti urbanistici (www.studioits.ch).

Come altra esperienza simile in Ticino scopro il progetto con-i-cittadini di Lugano promosso dallo studio consultati SA in vista del nuovo piano regolatore per Lugano Brè e Aldesago. In Svizzera, a Ginevra, sono diverse le realtà di questo tipo, segnalo una su tutte Aidec (www.aidec.ch). Si tratta di un’associazione che riunisce diverse competenze, un geografo urbanista – Diego Rigamonti, un architetto, un carpentiere antropologo, con lo scopo di sviluppare pratiche partecipative sul territorio, lavorando coi cittadini per sviluppare il mobilio urbano e gli spazi pubblici in maniera intelligente. I progetti sono vari, molto interessante quello web di cartografia partecipativa. «A Ginevra ci sono dei progetti, con associazioni piccole, – ci racconta Diego Rigamonti – bisogna trovarsi le occasioni, crearsi gli spazi per progetti del genere, basta volerlo. Con l’architettura partecipata si scoprono delle piccole nuances nei progetti che li rendono interessanti e piacciono alla gente. Ci si incontra, e lavorare insieme offre un’intelligenza collettiva. Certo, è una sorta di militantismo, per riuscire a farsi finanziare, ma è una realtà che prende sempre più piede».Del resto, scriveva già l’architetto teorico Giancarlo De Carlo: «l’architettura è troppo importante per essere lasciata agli architetti» (L’architettura della partecipazione, 1972).