La rinuncia, l’azione volontaria del rinunciare, non gode più di buona fama. A sentirla, vien da scrollare la testa. Sembra una parola pauperistica, rinunciataria appunto, con cui si annuncia un rifiuto. Lo dice l’origine del termine, dal latino re-nunziare, annunciare che ci si ritrae. Anche come parola verde «rinuncia» non piace tanto, fa arricciare il naso. Bisogna affrontare la crisi ecologica e climatica con mezzi possenti e adeguati, pensano in molti, con tutta la tecnologia a nostra disposizione, non rinunciando al benessere e alle comodità.
Eppure nel passato l’idea e la pratica della rinuncia godevano di grande reputazione: il fatto è che oggi prevale il volto negativo della rinuncia, la sua faccia oscura, che evoca perdita, diminuzione, sacrificio. Ma è possibile vedere nella rinuncia un volto positivo, attraente? Farne una virtù, un’arte umana? Noi ci proviamo, nelle nostre poche righe, con l’aiuto del libro fresco di stampa di un filosofo tedesco, Otfried Höffe: Die höhe Kunst des Verzichts. Kleine Philosophie der Selbstbeschränkung (La nobile arte della rinuncia. Piccola filosofia dell’autolimitazione), München, Beck, 2023.
A ben pensarci, tutta la vita in società si basa su una rinuncia: quella alla soddisfazione immediata dei propri bisogni e degli egoismi personali tramite il cosiddetto diritto del più forte. È la famosa idea del «contratto sociale», articolata dal ginevrino Jean-Jacques Rousseau in una formula semplice quanto geniale: «Ciascuno mette in comune la sua persona e ogni suo potere sotto la suprema direzione della volontà generale; e noi tutti in corpo riceviamo ogni membro come parte inseparabile del tutto» (1762). Dov’è qui la rinuncia? Rousseau lo spiega subito dopo: mettendosi insieme ad altri uomini l’uomo perde molti vantaggi, soprattutto la possibilità naturale e illimitata di prendere tutto ciò che lo tenta e che può raggiungere; grandi sono però i vantaggi che guadagna, soprattutto la libertà civile e la libertà morale. Inoltre i suoi sentimenti si elevano, la sua anima si innalza, da animale stupido e deficiente diventa un essere intelligente e un uomo. Siamo insomma di fronte a una rinuncia che porta felicità, eudaimonia, come dicevano gli antichi Greci: la vita buona. Persino il filosofo e filologo Friedrich Nietzsche, apprezza la rinuncia come qualcosa che, grazie alla nascita della morale, porta a superare la bestia che vive nell’uomo.
Visti sotto l’aspetto della rinuncia, alcuni comportamenti acquistano nuova luce. La tolleranza, per esempio, possiamo leggerla come rinuncia a imporre ad altri le nostre visioni della vita e della religione. E il lavoro? Certo, il provvedere personalmente alla propria sussistenza senza delegarla ad altri, quando possibile, richiede rinunce, giacché l’impegno del lavoro è faticoso. Eppure chi la pensa così non si accorge forse di rinunciare anche a un enorme potenziale di libertà e di sviluppo della personalità.
E ora come la mettiamo con la rinuncia di parte delle comodità e del benessere individuali in nome della salvezza del pianeta? È chiaro che rinunce imposte dall’alto e non sufficientemente giustificate umiliano i cittadini degradandoli al ruolo di sudditi obbedienti. E se invece tali rinunce venissero dal basso, non solo, ma non venissero nemmeno vissute come tali? O se addirittura la rinuncia potesse trasformarsi in un piacere particolare, il piacere di essere diversi e sottrarsi alla schiavitù dei gusti della massa?