La neve alpina

Climatologia - Un problema che diviene sempre più acuto – Prima parte
/ 19.02.2018
di Alessandro Focarile

Alle 12.15 (ora solare) del 24 ottobre scorso sono stati misurati sul Monte Creya (Cogne, Valle d’Aosta, 3015 metri slm) ben 6 gradi positivi a 10 centimetri di profondità – livello delle radici della sparsa vegetazione erbacea d’altitudine – testimoniando il nuovo record termico del mese di ottobre 2017: 3 gradi sopra la media pluridecennale. Una conferma che verrà anche da Luca Mercalli («La Stampa», 26 ottobre 2017): «L’alta pressione che da oggi determina temperature da fine estate sui rilievi, con 20°C a 1500 metri...». E dopo pochi giorni la prima spolverata di neve della stagione era ricevuta da un suolo caldo, seguita dal föhn (favonio), che dava poco a sperare per la sua tenuta al suolo. Un ulteriore evento nuovo, in quanto conferma l’attuarsi di una tendenza climatica che inizia a caratterizzare, con una certa regolarità, l’andamento del regime nivometrico nelle Alpi centro-occidentali sul loro versante interno, cioè quello padano. 

La neve è un importante componente del clima in tutta l’area della Terra oltre una certa latitudine e altitudine. Essa è fra i più complessi e leggeri materiali esistenti e, come tale, può essere dislocata dal vento e intercettata dalla vegetazione arborea. È il risultato di un complicato e aleatorio matrimonio tra masse di aria tiepida e marittima, e correnti di aria fredda e asciutta di origine continentale. Per quanto riguarda l’emisfero settentrionale, la neve può cadere su territori che comprendono intere aree continentali a settentrione del 45° parallelo nord: il parallelo di Torino, di Belgrado, della Crimea e della Mongolia. Durante diversi mesi dell’anno copre milioni di chilometri quadrati del Nord America e dell’Eurasia. Gli oceani Atlantico e Pacifico, imponenti serbatoi di energia, originano la sua formazione e quantificano la sua più o meno lunga persistenza al suolo tra ottobre e maggio. 

Il tipo di copertura nevosa è molto differenziato a seconda delle regioni continentali prese in considerazione. E gli abitanti di tali regioni possono avere molte sorprese scoprendo un paesaggio con la neve, oppure privo di essa a seconda dei casi. Per gli stessi abitanti della zona climaticamente temperata, la neve è associata alla sensazione di freddo. Ma le più abbondanti nevicate derivano da freddi molto poco accentuati: soltanto qualche grado centigrado intorno allo zero. E le regioni più fredde della Terra boreale non sono le più nevose. Per esempio in Russia e nell’Asia temperata le basse temperature ivi persistenti durante l’inverno, sono all’ordine di un modesto strato di neve farinosa: appena 20-30 centimetri quale risultato di qualche isolata nevicata di cristalli di ghiaccio. 

Ma dove nevica e perché? L’innevamento di una località e la sua durata al suolo sono condizionati innanzitutto dalla posizione geografica. La disposizione delle maggiori vallate alpine crea i presupposti per una «canalizzazione» delle correnti atmosferiche che sono orientate secondo precise e permanenti traiettorie. Tipico è il caso della Valle d’Aosta e della Valle Bedretto in Ticino. Nelle Alpi del versante meridionale si configurano tre grandi sub-regioni ai fini della nostra trattazione: 1) Le Alpi occidentali si trovano sotto il dominio delle correnti atlantiche umide e tiepide (carta), che si scaricano principalmente sul versante francese, secondariamente su quelli piemontese e valdostano. 2) Le Alpi centrali sono alimentate da correnti altrettanto umide e tiepide, che si irradiano (dopo aver scavalcato l’ostacolo orografico dell’Appennino) dal Mare Tirreno (golfo di Genova). Verso nord fino al Cantone Ticino, al Lago di Garda, e al Trentino-Alto Adige. 3) Infine, le Alpi orientali sono alimentate dal mare Adriatico, che genera copiose nevicate sul Veneto, Friuli-Venezia Giulia, la Slovenia e la Stiria-Carinzia. Modificate, per le caratteristiche della neve, grazie all’apporto dei venti freddi orientali: Russia, Balcani. Per quanto riguarda più in particolare il Cantone Ticino, i primi rilievi a ridosso della Padania (Generoso, Lema, Tamaro, Pizzo Camoghé, Caval Drossa) ricevono negli ultimi decenni nevicate sempre più scarse e aleatorie da un anno all’altro, poiché non è assicurato l’equilibrio favorevole per la formazione della neve, tra apporti di aria umida e tiepida da Sud, e aria fredda e asciutta da Nord. 

È stato sintomatico, a questo proposito, il mutamento di orientamento turistico della stazione del Monte Tamaro: da località concepita per gli sport invernali si è convertita a quella estiva. Più verso nord (Pizzo di Vogorno, Cardada-Cimetta, Cima dell’Uomo sopra Bellinzona) sono tutti versanti alimentati dall’apporto di aria umida dal Lago Maggiore, (permanente serbatoio) che risale verso Nord da una parte fino all’alta Valle Maggia e Verzasca e all’Ossola, dall’altra verso la Mesolcina, la Riviera e la Leventina. Ancora più verso settentrione è collocata la privilegiata località di Bosco Gurin, che gode anche dell’apporto delle residue correnti atlantiche risalenti dal Vallese (Valle del Rodano), e che tracimano verso est. 

Se prendiamo in esame la situazione nivometrica delle località della media Leventina (Carì, Dalpe, Prato) e della Valle di Blenio (Nara, Campra, Campo Blenio), notiamo che queste località si trovano in una posizione climaticamente marginale e svantaggiata in quanto esse sono situate in un territorio che ospita le code, già meno intense, delle correnti atlantiche da Ovest (Vallese), e di quelle mediterranee risalenti da Sud (Lago Maggiore, Piana di Bellinzona, Riviera). Per ultime sono da esaminare le località dell’alta Leventina (Airolo, Bedretto), che sono collocate sulla traiettoria delle prevalenti correnti atlantiche da ovest (Vallese, Passo della Novena). Tutti territori montani che conoscono considerevoli accumuli di neve, dando origine al drammatico fenomeno di frequenti valanghe, e ricordando il funesto episodio del gennaio 1951, narrato da Giovanni Orelli in L’anno della valanga.

Importante è anche considerare il regime delle nevicate. I climatologi definiscono «regime» di un elemento climatico (temperatura, precipitazioni solide e liquide, vento, insolazione, pressione barometrica) le variazioni normali di ciascun elemento. Nel nostro caso: quando nevica. Il regime alpino delle nevicate è definito da Péguy (1952) per la sua forte irregolarità da un inverno all’altro. Un regime nivometrico che, negli ultimi anni, vede spostarsi i massimi dal periodo invernale a quello tardo-invernale e primaverile. La valanga di Mogno in Valle Verzasca è caduta il 15-16 aprile 1986. E negli stessi giorni la cabina della teleferica che sale a Robiei (regione del Basodino) strisciava su una coltre di sei metri di neve fresca! In quota, oltre i 2500 metri, il massimo delle nevicate è in aprile al Breuil-Cervinia (Valle d’Aosta). Sul Monte Bianco, oltre i 4000 metri, il massimo (20-30 metri, Péguy 1952) è in giugno, il mese più piovoso dell’anno a Charmonix (Francia) ai piedi del gigante.

L’afflusso di aria settentrionale e orientale (asciutta e fredda) che si insedia in una regione alpina, incontra masse d’aria atlantica e mediterranea (umida e tiepida): le condizioni fisiche favorevoli che permettono le nevicate. Il fenomeno si concretizza entro lo scarto, molto limitato dal punto di vista termico, di qualche grado °C: sotto zero è neve, sopra lo zero è nevischio o pioggia. A tal fine è molto importante conoscere (quando è strumentalmente possibile) la temperatura dello strato di aria ove ha origine la formazione dei cristalli di neve. Cadendo al suolo la neve può incontrare temperature più basse oppure più elevate, e questo cruciale fattore fisico è all’origine di una differente struttura della neve, oppure di formazione della pioggia.

Dai dati disponibili (CIPRA 2009), apprendiamo che dalle Alpi francesi fino alla Slovenia sono attrezzati per gli sport invernali 933 chilometri quadrati del territorio alpino, dei quali 234 con impianti di innevamento artificiale. Per l’esercizio di questi ultimi si consumano 25mila chilowattora per ettaro, con una spesa annua di 3 miliardi di Euro per la sola energia elettrica. Vasti settori della catena alpina sono avviluppati in una fitta ragnatela di cavi, tralicci, strutture portanti, tubature per l’adduzione dell’acqua dai bacini di accumulo ai cannoni da neve. 

L’innevamento artificiale ha anche degli aspetti negativi. Consuma acqua (che comincia a scarseggiare), energia elettrica, ambiente. Modifica la qualità dei suoli e quindi della vegetazione, rendendo potenzialmente improduttivi i pascoli. Con l’ausilio di additivi chimici è possibile ottenere quattro differenti tipi di neve, da quella leggera e farinosa a quella granulosa. Il tutto è costipato con potenti macchinari («gatti delle nevi») attivi giorno e notte per la gioia degli sciatori. Con il risultato di ottenere superfici perfettamente levigate e prive di ostacoli, soggette al gelo notturno, che aumenta la velocità di discesa lungo i pendii, e favorisce un incremento degli infortuni: 60mila incidenti a vari livelli di gravità (SUVA 2011). 

Sarebbe opportuno riflettere sul fatto che tutto questo si basa sulla possibilità attuale di produrre neve artificiale. Per ottenere quest’ultima occorrono almeno 4°C sotto zero, e l’acqua impiegata non deve superare i +2°C. Questo significa che, a causa degli attuali cambiamenti climatici (particolarmente accentuati nella regione alpina), la produzione deve essere spostata a quote sempre più elevate. A ogni aumento di 1°C corrisponde un innalzamento di 150 metri dello zero termico. E stazioni poste sotto i 1600-1800 metri vanno incontro a un prossimo futuro molto incerto. 

Nel frattempo, il Consiglio di Stato ticinese ha proposto lo stanziamento di 2’400’000 di franchi per il periodo 2017-2021 quale contributo per la gestione ordinaria dei principali impianti di risalita del Cantone. A giustificazione, è stato considerato che gli sport invernali costituiscono un settore turistico ed economico strategico per il Ticino. Secondo i dati statistici elaborati «...le stazioni sciistiche ticinesi generano 19,6 milioni di franchi di produzione lorda e un valore aggiunto di 8,7 milioni, oltre a garantire più di 100 posti di lavoro a tempo pieno.» (Roveda, «TuttoTicino», no. 45, 2017).

Bibliografia

- Renato Cresta. Neve. Compedio di nivologia. Editore Mulatero (Cuorgné, TO), 2014, 206 pp.

- H.G. Jones et al. Snow Ecology. An Interdisciplinary Examination of Snow – Covered Ecosystem. Cambridge University Press (Cambridge, UK), 2001, 378 pp.