Quanta vita può contenere al suo interno un semplice acquitrino, uno stagno, un biotopo? Un microcosmo liquido, un’infinità di uova, di larve, di anfibi, in perfetto equilibrio fra loro e il loro ambiente. Cercando molto bene, potremmo anche scovare gli elusivi tritoni, che solitamente se ne stanno ben nascosti fra la vegetazione acquatica.
L’Ichthyosaura alpestris, comunemente noto come tritone alpino, è un piccolo anfibio, una specie montana che normalmente vive nelle zone collinari e montuose europee, prevalentemente ad altitudini comprese tra 500 e 2000 m/ slm. Essendo robusto, riesce a popolare anche zone umide sopra la fascia alpina, oltre i 2500 m. Il maschio non supera i nove centimetri di lunghezza, coda compresa, e nel periodo riproduttivo si trasforma in modo strabiliante: la coda si allarga a bandiera; il dorso si orna di una vistosa cresta dai margini frastagliati che lo rende simile a un drago in miniatura; il ventre color ocra/arancione maculato intensifica la colorazione; la sottile linea blu scuro che separa il dorso dal ventre si ampia e crea una larga fascia turchese punteggiata di nero. La femmina è di dimensioni maggiori del compagno (può raggiungere i 12 cm di lunghezza) e ha una colorazione meno appariscente; il manto è uniforme variabile dal beige/marrone al verdognolo/nero, con il ventre color arancione pallido ed è priva sia della cresta dorsale, sia della fascia longitudinale.
Nel periodo dell’accoppiamento, che va da aprile a giugno, il tritone alpino popola acque stagnanti o con lentissimo deflusso, e ricche di rigogliosa vegetazione subacquea, come torbiere, stagni, abbeveratoi, ove si nutre di macroinvertebrati acquatici, di uova e larve di altri anfibi; mostra pure una tendenza al cannibalismo, cibandosi anche di giovani della propria specie. Per il resto dell’anno si nasconde solitamente in tronchi marcescenti, sotto pietre o in piccole fessure, dalle quali esce nelle ore notturne delle giornate più umide per nutrirsi di insetti e invertebrati.
Terminato il periodo degli amori, il bellissimo drago in miniatura si trasforma nuovamente e veste livree dai colori più tenui, bruni; la pelle si ispessisce, diventa più ruvida e idrorepellente, perde i colori iridescenti e scompare la cresta dorsale.
Le parate nuziali dei maschi sono un vero e proprio spettacolo della natura, che vede questi piccoli draghi acquatici compiere movimenti rituali che hanno come obiettivo quello di stimolare la femmina prescelta all’accoppiamento, con segnali odorosi (feromoni) e visivi.
Recentemente i tritoni sono balzati agli onori della cronaca per una caratteristica che sembrerebbe essere unica nel regno animale: una doppia capacità di rigenerazione di organi, tessuti e arti, che spalanca nuovi percorsi di ricerca nel campo della medicina rigenerativa, cioè quella branca innovativa che studia come riparare organi adulti danneggiati restituendo loro le funzioni e le strutture originarie degli organi sani.
Lo studio, pubblicato sulla rivista «Nature Communications», è stato condotto da Chikafumi Chiba, dell’università giapponese di Tsukuba, e da Panagiotis Tsonis, dell’università americana di Dayton.
I tritoni e le salamandre sono in grado di ricostruire ogni organo del proprio corpo andato distrutto, sia durante la loro fase larvale, sia durante la vita adulta, mentre nell’uomo e negli altri vertebrati adulti gli organi non si rigenerano e sono pertanto soggetti sia alle malattie degenerative, sia alla totale perdita in caso di incidenti o malattie gravi.
L’arto di un tritone, tranne la dimensione e la forma, non differisce molto da quello umano: è composto principalmente da pelle, derma, scheletro osseo, muscoli, legamenti, tendini, nervi e vasi sanguigni. Una grande quantità di cellule chiamate fibroblasti contribuiscono a creare la forma dell’arto. Tuttavia i tritoni e le salamandre adulti riescono a rigenerare un arto andato perduto, a prescindere da quante volte e in quale punto esso venga amputato; alcuni anfibi, come le rane, allo stadio larvale (girini) riescono a rigenerare gli organi, ma ne diventano incapaci in età adulta; tutti gli altri vertebrati ne sono incapaci. Alcuni mammiferi allo stadio embrionale riescono a rigenerare alcuni tessuti degli arti, ma perdono questa capacità innata ben prima di nascere.
La primissima risposta dei mammiferi conseguente all’amputazione di un arto non è molto diversa, sia che si tratti di tritoni, sia che si tratti di persone. Tuttavia i tessuti dei mammiferi proseguono creando una serie di impulsi rigenerativi errati che terminano con una cicatrice, mentre quelli dei tritoni e delle salamandre ricostruiscono l’arto amputato.
I ricercatori hanno anche scoperto che l’abilità ricostruttiva dei tritoni è diversa da quella delle salamandre. Alcuni embrioni di tritone sono stati fatti sviluppare fino allo stadio di larva (tre mesi), altri fino all’età adulta (16 mesi) e a tutti è stato rimosso un arto. Monitorando la ricrescita dei tessuti, grazie a una proteina fluorescente, è stato scoperto che le larve e gli adulti hanno meccanismi di rigenerazione diversi. Nel tritone in fase larvale i nuovi tessuti sono nati a partire da cellule staminali progenitrici dei muscoli, delle quali esiste ancora una nutrita scorta in quella età, che però si assottiglia notevolmente dopo la metamorfosi. Negli esemplari adulti invece vengono attivate le cellule (adulte) delle fibre muscolo-scheletriche, le quali regrediscono temporaneamente a uno stato meno differenziato e si moltiplicano creando cellule che successivamente si differenziano e si tramutano nei componenti dell’arto mancante.
I mammiferi non sono in grado di rigenerare un arto amputato perché i processi rigenerativi hanno perso efficienza. Tuttavia riusciamo ad attivarli: nel processo di guarigione, in base al tipo di ferita, la funzionalità nel punto del taglio viene ripristinata entro alcune settimane. Nella zona dell’amputazione chiamata blastema, si formano delle cellule che derivano dal de-differenziamento di tessuti, le quali sono in grado di retrocedere a uno stadio antecedente. L’incapacità di sollecitare la formazione del blastema è uno degli elementi che ci differenzia dalle specie animali che rigenerano. Nella zona dell’amputazione si forma una sorta di tappo di chiusura che isola la ferita; questo coagulo è formato da uno strato di cellule epidermiche ed è la condizione essenziale per la formazione del blastema. Se si blocca con una garza la ferita e si impedisce alle cellule di ricoprire la zona dell’amputazione, il blastema non si forma. Subito dopo la formazione dello strato di cellule epidermiche, avvengono tutti i meccanismi di de-differenziamento. Sono state avanzate tre teorie principali per spiegare la formazione del blastema; tutte e tre si basano sul fatto che le cellule differenziate retrocedono a uno stadio antecedente, si de-differenziano.
Queste recenti scoperte e l’impulso dato alla ricerca nel campo della medicina rigenerativa fanno ben sperare per il futuro di persone soggette a malattie degenerative, a quelle colpite da infarto miocardico, ai grandi ustionati, a tutti coloro che subiscono traumi. Grazie allo studio dei draghi in miniatura.