Bibliografia

- Valerio Giacomini e Luigi Fenaroli, 1958, La Flora. Conosci l’Italia, Vol. II, Touring Club Italiano (Milano), 272 pp.
- Senza autore, 1999, La faune et les hommes: reflets des glaciations et des interglaciaires, pp. 165-191. In Jean Riser (coordinateur), Le Quaternaire. Géologie et milieux naturels, Dunod Editeur (Parigi), 320 pp.
- Elias Landolt et al., 2015, Notre flore alpine, Editions du Club Alpin Suisse (Berna), 359 pp. + 136 tavole a colori.


Il mondo degli alpeggi

Biodiversità - Dai pascoli alpini alle marcite della Lombardia – Prima parte
/ 14.05.2018
di Alessandro Focarile

«Usciamo dall’ombra della foresta e della tormentata vegetazione degli arbusti contorti verso paesaggi più aperti, luminosi e pacificamente distesi: le praterie» (Giacomini, 1958). E possiamo aggiungere: dove ci attende un concerto di campanacci delle vacche e il latrare dei cani. 

Riflettendo, è opportuno fare qualche considerazione. Siamo di fronte a un ambiente d’alta quota che è stato modificato e gestito attraverso i secoli grazie alle fatiche umane. Come ebbe a scrivere Carlo Cattaneo (1801-1869): «La terra è una immensa miniera di fatiche». Spesso l’acqua dei pascoli non scorre disordinatamente lungo i pendii, ma è razionalmente incanalata. La superficie dei pascoli è stata privata dai sassi, in virtù di una faticosa opera di spietramento per aumentare le superfici erbose, e i mucchi di pietrame di tutte le dimensioni lo testimoniano tutt’oggi ai nostri occhi, ricordandoci che in passato non esistevano mezzi meccanici che potessero alleviare le fatiche.

Qualche annosa ceppaia superstite testimonia una passata presenza del bosco fino ad alte quote, rispetto a oggi. Il latrare dei cani ci dice che, senza questi preziosi ausiliari – addomesticati da oltre 12mila anni (Riser, 1999) – la pastorizia non sarebbe possibile. L’incombenza altrettanto faticosa di ragazzini e fanciullette consisteva invece nell’eliminazione dei cespugli e delle male erbe non appetite dal bestiame, e che ricrescevano inesorabili ogni anno. Un’incessante bonifica e cura dei pascoli stanziali si sono succedute attraverso i secoli sulle Alpi.

A 2913 metri nell’alta Valpelline (Valle d’Aosta) e ai confini con il Cantone Vallese, sono tuttora visibili i ruderi del più elevato insediamento di pastori di pecore conosciuto sulle Alpi. Si tratta dell’Alpe (tza) di Tzan. Nel patois valdostano: l’alpe di Tzan = Tzuan, Giovanni. Più in basso si trova Prarayé (2000 metri), ovvero il prato solcato dai canaletti di irrigazione dove si coltivava un tempo la segale e l’orzo. Più in basso ancora, è collocato il villaggio di Oyace (1370 metri). Un toponimo di chiara derivazione araba, significando «luogo dove si radunano le pecore». Ayace è ripetuto anche nel Canton Vaud e in Corsica (Ajaccio). La Cima «Jazzi» (3804 metri) domina i pascoli dell’alta Valle Anzasca (Monte Rosa). Altri numerosi toponimi della stessa origine, conservati e tramandati dopo più di mille anni, documentano la presenza araba sulle Alpi occidentali. 

Ricordiamo che intorno all’anno Mille, popolazioni saracene provenienti dai paesi del Maghreb, pastori e nel contempo briganti, sbarcati con le loro pecore sulle coste del Midi francese, risalirono le vallate del Rodano e della Durance, stanziandosi in tutte le Alpi occidentali, dalla Provenza alla Valle d’Aosta fino al Vallese, riuscendo ad assediare persino l’Abbazia di San Gallo! Durante questa epoca storica, caratterizzata dall’optimum termico medievale (con temperature superiori alle attuali, ma con precipitazioni minori, e quindi con vistosi deficit idrici, che giustificavano la costruzione delle «bisses» nel Vallese, dei «rus» in Valle d’Aosta), i saraceni erano presenti con le loro greggi al Colle del Gran San Bernardo (2478 metri), ingaggiati dall’allora Duca d’Aosta, padrone e signore di quelle alte terre, per riscuotere tributi e gabelle (da spartire). E, all’occasione, per vessare e depredare viandanti e pastori. Ecco come i toponimi possano documentare la storia plurisecolare – in massima parte non scritta – dei popolamenti alpini tributari e resi possibili grazie alla pastorizia. 

Nel corso dei secoli la pastorizia in montagna ha conosciuto, fino a un recente passato, profonde trasformazioni: dal nomadismo generato dalle pecore, alla sedentarietà degli insediamenti obbligati dalle vacche. La sedentarietà era mascherata attraverso una forma di transumanza locale e stagionale: dal villaggio in fondovalle ai monti (maggenghi) e agli alpi più elevati. Con una conseguente e obbligatoria gestione dei pascoli montani, in quanto il manto erboso andava curato per ottenere da esso la migliore resa economica. Uomo, animali, suolo, vegetazione sono stati (e sono tuttora) tributari del clima stagionale che, in epoca storica ha subito mutamenti ostili o favorevoli per la presenza umana. 

I cambiamenti climatici che subiamo attualmente (e in particolare l’aumento della temperatura) hanno come risultato, tra i differenti fattori, un precoce invecchiamento stagionale della flora erbacea, con conseguenze negative sulla crescita del bestiame, che vede depauperarsi precocemente le sue fonti di alimentazione. Nel territorio del Parco Nazionale del Gran Paradiso (Valle d’Aosta), dove è proibito il pascolo ovino e caprino, sono state controllate conseguenze negative sui ritmi di accrescimento dei giovani ungulati: stambecchi e camosci, e una decrescita delle popolazioni di marmotte. 

Gli erbivori, vertebrati domestici e selvatici, e le cavallette, attraverso la loro alimentazione, provocano una selezione della biodiversità vegetale. In quanto non consumano le specie tossiche (come i ranuncoli, i veratri, gli aconiti, le ginestre), aromatiche (come il timo e i ginepri), spinose (come i cardi). Infine, quelle eccessivamente ricche di cellulosa (come l’erba cervina, Nardus stricta). Interi territori alpini possono trasformarsi in pascoli inappetibili per il bestiame, a causa della dominante presenza di queste erbe, alle quali si aggiungono a quote più basse, infestanti narcisi, botton d’oro, crochi. Con il conseguente deprezzamento economico dei territori stessi. È un eloquente esempio di come la copertura vegetale possa avere una determinante preminenza nell’utilizzo, o meno, dei pascoli di montagna. Altro fattore negativo, in merito all’utilizzo, è costituito dall’eccessivo apporto di azoto, attraverso l’accumulo del letame, vera barriera chimica per la possibilità di impianto di una flora che non sia quella «nitrofila, ammoniacale».

Sul piano umano, le mutate situazioni ambientali e socio-economiche sulla montagna europea hanno avuto come conseguenza una profonda trasformazione delle pratiche pastorali, e la radicale e irreversibile dinamica dei suoi attori: animali e uomini. 

Per secoli la pastorizia in montagna è stata parte preponderante della vita umana, attraverso una complicata codificazione di regole che ne consentivano la gestione. Regole, calendari, diritti di proprietà e/o di usufrutto per l’uso dei pascoli. Attualmente, ferme restando molte di queste consuetudini, la conduzione materiale della pastorizia alpina in vasti territori è possibile unicamente grazie alla presenza e all’attività di personale non locale, o addirittura straniero. Macedoni, montenegrini, rumeni negli Appennini, portoghesi e serbi in Ticino, marocchini in Valle d’Aosta. Senza la preziosa e spesso misconosciuta attività di questi «ospiti per lavoro» non potremmo gustare il pecorino, le tome, i formaggi dell’alpe, compresa la fontina. La preziosa e decisiva presenza di questa manovalanza silenziosa (ancora per quanto tempo?) assicura l’attività agricola e pastorale sulla montagna. È un fenomeno sociale nuovo, ma anche politico ed economico, con vaste e impensabili implicazioni: argomento che, finora, non è stato oggetto di una doverosa, accurata e quantificata analisi.