«L’epatite virale acuta è un’infiammazione del fegato diffusa e causata da specifici virus epatotropi che usano diverse modalità di trasmissione». A parlare è l’epatologo e vicedirettore dell’Epatocentro Ticino Lorenzo Magenta che evidenzia così l’importanza di conoscere una patologia complessa per diversi aspetti: «Molti casi si risolvono spontaneamente, ma diversi altri progrediscono verso l’epatite cronica e, occasionalmente l’epatite virale acuta progredisce fino all’insufficienza epatica acuta (fulminante)». Tutto è pure complicato dal fatto che «ad oggi, sono noti ben 5 tipi di epatite virale, determinati dai cosiddetti virus epatici maggiori: A, B, C, D ed E». Dunque, le epatiti virali rappresentano ancora oggi uno dei principali problemi di sanità pubblica a livello mondiale e nel 2020 l’OMS stima che 325 milioni di persone nel mondo vivono con un’infezione cronica da epatite B o C, e 1 milione e 300 mila persone muoiono a causa delle complicazioni a livello epatico causate da infezioni.
«L’epatite A ha cause di tipo alimentare e, anche se può manifestarsi con una certa gravità, si risolve normalmente da sé; l’epatite D colpisce circa il 5 percento delle persone che hanno contratto un’infezione da epatite B, e la E è pure a trasmissione alimentare, soprattutto attraverso l’ingestione di acqua contaminata o fegato di maiale poco cotto». Il dottor Magenta spiega che è diverso il discorso per l’epatite B: «Si tratta di una delle più comuni infezioni croniche a livello mondiale, ed essendo un virus fortemente oncogenico, è la più importante causa di epatocarcinoma». Lo dimostrano i dati OMS: «Nel mondo, sono circa 257 milioni i portatori cronici che hanno un’infezione da epatite B (HVB); di questi si stima che solo il 10 per cento ne sia consapevole e l’OMS afferma che nel 2015 sono morte circa 887 mila persone a causa delle conseguenze di epatite B».
Dal canto suo, Magenta spiega che questo virus si trasmette da madre a figlio durante la nascita e il parto («purtroppo, l’80-90 per cento dei bambini che contraggono l’infezione nel primo anno di vita cronicizzano»), come pure attraverso il contatto di sangue o altri fluidi corporei, inclusi i rapporti sessuali con un partner infetto, l’uso di droghe per iniezione che comporta la condivisione di aghi e siringhe. «Africa e Asia sono Paesi con la più alta incidenza di infezioni croniche (Paesi ad alta prevalenza) con più dell’8 per cento di popolazione positiva e in cui la probabilità di contrarre l’infezione durante la vita supera il 60 per cento. L’Occidente è per contro un’area “a bassa prevalenza” perché la vaccinazione a tappeto è la migliore prevenzione di massa che si sia potuto attuare». Vaccinazione ad alta efficacia e assolutamente consigliabile, «in quanto gli attuali trattamenti e le cure fino ad oggi a disposizione permettono un ottimo controllo della malattia, ma non l’eradicazione del virus che potrebbe manifestarsi nuovamente nel corso della vita».
Se per l’epatite B esiste la potente soluzione del vaccino, non si può dire altrettanto per l’epatite C (HVC), «che è responsabile nel mondo di circa 350 mila morti per cause epatiche all’anno e più comune causa di epatite cronica, cirrosi epatica, carcinoma e trapianto epatico nei paesi occidentali». D’altra parte, con la sua campagna di sensibilizzazione lanciata a settembre dello scorso anno, Hepatitis Schweiz stigmatizza il fatto che «di questa malattia infettiva si parli poco», e conferma che l’epatite C è guaribile attraverso nuove e magnifiche terapie: «Anche se si stima che in Svizzera 32 mila persone convivano con questa patologia, fra le quali si contano 200 morti ogni anno». Le situazioni a rischio assomigliano a quelle dell’epatite B: «Parliamo di trasmissione ematica, per cui sono a maggior rischio le persone che hanno ricevuto unità di sangue in Svizzera prima del 1992 (quando si è cominciato a testare le sacche di sangue e ad escludere la presenza del virus prima della trasfusione), e chi si inietta o inala droghe in condizioni di scarsa igiene».
Poiché un tempo le infezioni erano più frequenti, il dottor Magenta fa notare che le persone nate tra i 1950 e il 1985 ne sono particolarmente colpite. Un fatto curioso riguarda gli immigrati di prima generazione provenienti dalla regione mediterranea europea: «Sono gruppi particolarmente colpiti, come ad esempio gli italiani delle regioni a sud che sono stati infettati nei loro paesi di origine attraverso le misure paramediche in auge a quei tempi: pensiamo ad esempio alla signora che passava di casa in casa a fare le iniezioni, magari in condizioni igienico sanitarie non proprio ortodosse».
A causa delle gravi conseguenze a cui una cronicizzazione dell’epatite C potrebbe condurre, il nostro interlocutore parla della strategia svizzera attuale che consiglia test HCV su iniziativa del medico, ma per ora solo nei gruppi a rischio: «Si tratta di test molto importanti, da fare soprattutto nelle fasce a rischio, perché parliamo di una patologia che si scopre spesso in fasi avanzate, quando il fegato presenta già una cirrosi o un tumore». Il vicedirettore dell’Epatocentro Ticino, attivo in prima linea su questo tema, spiega che «l’epatite C in Ticino è diventata una malattia rara proprio per questo tipo di approccio, a dimostrazione dell’importanza di vaccinarsi per l’epatite B, e di trovare l’infezione di epatite C in una fase precoce per permettere di attuare una terapia. In entrambi i casi si evita la cronicizzazione con le gravi conseguenze del caso».
Dal canto suo, l’associazione Hepatitis Schweiz coordina la rete «Strategia svizzera per l’epatite» con l’obiettivo di eliminare l’infezione di epatite virale entro il 2030: «Ciò significa una riduzione entro quell’anno del 95 per cento di nuove infezioni, morti, cancro al fegato e trapianti di fegato dovuti all’epatite virale». Allo stesso tempo, «il tasso di vaccinazione contro l’epatite B e il numero di diagnosi devono essere implementati». Questi obiettivi si basano su quelli globali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: l’eliminazione globale di queste patologie dalle possibili conseguenze che possono rivelarsi estremamente serie.