Cuore di elefante

Mondoanimale - Per provare veri sentimenti bisogna avere la consapevolezza di sé, che forse anche gli animali posseggono
/ 12.03.2018
di Maria Grazia Buletti

Washoe perse il suo piccolo di due mesi, Sequoya, a causa di una polmonite. Come tutte le madri, fu enormemente abbattuta da quel lutto che non le dava pace. Washoe era un esemplare femmina di scimpanzé che visse gran parte della sua vita nell’Università del Nevada e divenne celebre in tutto il mondo per essere stata al centro di una serie di esperimenti di linguaggio animale: aveva appreso l’uso di alcune espressioni del linguaggio dei segni e con questi comunicava con gli esseri umani. Quando perse il suo cucciolo era inconsolabile e allora i suoi studiosi decisero di annunciarle, sempre con il linguaggio dei segni, che le avrebbero portato un piccolo da adottare. Washoe ne fu enormemente felice e con i segni disse: «Il mio cucciolo». Un paio di giorni dopo arrivò finalmente il neonato che però Washoe si rifiutò di prendere in braccio e tornò a stare in pena: agli scienziati era evidente che aveva sperato di riavere il «suo» piccolo e ci volle un po’ di tempo prima che la scimpanzé accettasse la piccola Loulis di cui poi si prese cura amorevolmente, trasmettendole anche la conoscenza di alcuni dei gesti che aveva imparato in vita. 

L’esempio di questo episodio legato alla sfera emotiva animale ci permette di chiederci se essi provino dunque emozioni e sentimenti complessi come la compassione e la speranza. «Gli animali provano emozioni, proprio come noi. Ma i sentimenti veri e propri nascono dalla consapevolezza delle emozioni provate e questo secondo passo è ancora lontano negli animali, perché richiede l’uso dei simboli. Non abbiamo però dubbi sul fatto che alcune specie si avvicinano molto in alcuni comportamenti a quello che noi comunemente chiamiamo sentimento», è il pensiero dell’etologo e docente di Biologia applicata all’Università di Parma che nelle sue lezioni non perde occasione per confutare l’idea che la capacità di provare emozioni sia un’esclusiva ad appannaggio dell’uomo, come si riteneva fino a pochi decenni fa. 

Egli sottolinea come altruismo, affetto per un compagno o per la prole, fino alla consapevolezza della morte, siano emozioni più accentuate nei mammiferi e negli uccelli: «Questo è osservabile soprattutto nelle specie sociali, che in natura vivono in branchi o stormi». Una teoria avallata da parecchi etologi secondo i quali questi animali hanno sviluppato tre strategie essenziali per la vita in comunità: la cura del più debole (individui più deboli o feriti), sentimenti di equità e reciprocità (per potersi fidare gli uni degli altri) e rispetto dell’autorità e delle leggi. 

A conferma di questa linea si sono osservati i cuccioli di coyote che venivano addirittura castigati per non aver giocato fra di loro in modo equo. Altro esempio è dato dall’osservazione dei macachi rhesus che vengono puniti se non emettono grida dopo aver scoperto un luogo dove si possa trovare del buon cibo. Sull’autorità e il rispetto delle regole si è scomodato pure il re per antonomasia: infatti i maschi adulti di leone che non si sottomettono all’autorità del capo vengono allontanati dalle femmine. Queste caratteristiche descritte negli animali presi ad esempio, rispecchiano perfettamente quelle presenti nella società degli esseri umani, gli Homo Sapiens

Pare che gli animali siano in grado di osservare e imparare gli uni dalle esperienze degli altri. A questo proposito, l’etologa Joyce Poole ne descrive un esempio nel suo libro Coming of Age with Elephants: «Ho visto un elefante trasalire vedendo un proprio simile allungare la proboscide verso la recinzione elettrica». Anche sui ratti sono stati fatti studi che portano a conclusioni simili: vi sono esperimenti che hanno dimostrato che i ratti smettono di premere una leva per ricevere cibo se, ogni volta che la premono, un altro ratto riceve una scossa. Non è dato di sapere se ciò avviene per altruismo o perché vedere un altro ratto che riceve la scossa è sgradevole, ma i ricercatori sono giunti alla conclusione che in fondo tra le due ipotesi non vi è differenza. 

La scimpanzé Washoe, con l’evento che abbiamo riportato, spiega come gli animali sociali siano in grado di affezionarsi fra loro. L’uomo, naturalmente, beneficia di questa tendenza istintiva, ad esempio, quando vivono con un cane, non a caso definito come il nostro «migliore amico» per le sue doti di devozione e affetto totali nei nostri confronti. Non solo provano emozioni, ma gli animali sociali sono persino in grado di leggerle e anticipare le intenzioni altrui, come spiega la filosofa canadese Patricia Churchland nel suo libro Neurobiologia della morale, aggiungendo che: «Persino gli animali più solitari possono diventare più socievoli quando l’abbondanza di risorse riduce la competizione. A dimostrazione di ciò, disponiamo di video che mostrano un orso polare, allo stato naturale, che gioca amichevolmente con un cane husky». 

Provano emozioni, sanno distinguere le basi morali del vivere sociale e sono in grado di adeguarvisi, interpretano le emozioni e le intenzioni dell’altro. «Questione di chimica del cervello che si è evoluta nello stesso modo in molti animali sociali e che “premia” con sensazioni di benessere i comportamenti di cura ed empatia», conclude la Churchland. È un dato di fatto che per provare veri sentimenti bisogna essere consapevoli di sé e dai risultati delle differenti osservazioni degli studiosi possiamo desumere con certezza che alcune specie animali quasi lo sono. 

Quel «quasi» è spiegato da Parmigiani: «Quando guardo negli occhi il mio cane mi rifiuto di pensare che in lui non ci sia un qualche grado di autoconsapevolezza. Da scienziato, però, so che il riconoscimento del sé, la coscienza di esistere, al momento può essere attribuita solo a poche specie di scimmie antropomorfe, ai delfini e forse agli elefanti». Anche a questi ultimi è di fatto riconosciuta una certa intelligenza emotiva, della quale in generale ancora poco si sa per quanto attiene al mondo animale. Parmigiani osserva: «Del resto, l’intelligenza emotiva è meno studiata di quella razionale». Anche nell’essere umano.