Il benessere in un ambiente diverso dal nostro può essere misurato in molti modi. L’Obiettivo numero 11 dell’Agenda 2030 promossa dall’ONU e alla quale aderisce fattivamente anche la Svizzera si intitola «Città e comunità sostenibili». La forte urbanizzazione da tempo costituisce un problema e sarà particolarmente significativa in questo secolo. Si stima che oltre i due terzi della popolazione mondiale andrà a vivere in città entro il 2050.
Per questo l’Agenda 2030 si pone, tra gli altri, anche l’obiettivo di rendere le città vivibili per tutti, inclusive, sostenibili, sicure e resilienti. Le città sono il motore delle economie locali e nazionali e sono anche il centro focale di ogni cambiamento. Oggi, però, vivere in città non è sinonimo di vivere bene. Più di 800 milioni di persone (circa il 30 per cento della popolazione urbana) vivono ancora nelle baraccopoli. Si sa che il forte esodo dalle zone rurali ha fatto ingigantire gli spazi urbani, che non sono in grado di garantire un alloggio dignitoso ai poveri che arrivano dalle campagne. La gente si adatta a situazioni precarie, pur di restare attaccata a quella città che pensa possa darle un’opportunità in più per migliorare la propria qualità di vita.
A questa situazione contribuiscono la globalizzazione e i mezzi di comunicazione di massa: oggi quasi tutti, anche gli abitanti delle zone più discoste, possono vedere come è fatto il mondo. Nei Paesi in via di sviluppo molti possiedono un telefono cellulare, seguono le immagini televisive, confrontano la loro situazione con i miraggi di benessere che vedono nei Paesi più sviluppati e fortunati. Chi può e se la sente emigra, ma la maggior parte resta in patria e affolla le città. Per chi ha a cuore quello che una volta si chiamava il Terzo Mondo le sfide da vincere sono molteplici.
Tra le numerose misure necessarie per raggiungere l’Obiettivo n° 11 dell’Agenda 2030 ce n’è una che invita a potenziare gli sforzi per proteggere e salvaguardare il patrimonio culturale e naturale del mondo, nella sua diversità, nelle sue peculiarità nazionali e regionali. Con questo aspetto, anche se non era il loro obiettivo principale, si sono confrontati recentemente 15 allievi della nostra Supsi. Dal 22 marzo all’8 aprile hanno partecipato al «Workshop Africa», un’esperienza didattica che fa parte della loro formazione nella scuola universitaria professionale.
Dieci studenti di architettura e cinque di ingegneria del Dipartimento ambiente costruzioni e design sono stati impegnati nella progettazione e costruzione di una sala polivalente ad Hawassa, in Etiopia, sul lago omonimo, a circa 270 km da Addis Abeba. Hanno dovuto operare utilizzando materiali e tecniche locali. Erano accompagnati dall’architetto Paola Canonica, docente e responsabile del progetto, assistita dall’architetto Valentina Luvini. Sul posto si sono valsi dell’aiuto di un altro architetto, Lorenzo Fontana, che da una decina d’anni vive e lavora in Etiopia.
È stata un’esperienza che li ha lasciati entusiasti e arricchiti dal confronto con una realtà molto diversa dalla nostra. Tanto più che al progetto hanno pure partecipato dodici studenti della facoltà di architettura dell’Università di Hawassa. Lo scambio e il confronto si è quindi giocato su due piani: quello professionale e quello sociale, col contatto interpersonale.
Si è trattato di costruire un edificio, che sostituiva ex-novo uno preesistente distrutto in pochi anni per un errore costruttivo iniziale, mantenendone solo la platea circolare del diametro di 12 metri. Il progetto è stato preparato con cura nei mesi precedenti, con regolari scambi tra le università di informazioni, di disegni, schizzi e modellini. Ne è scaturito un progetto finale condiviso e rispettoso delle necessità del committente, una Ong che opera in Etiopia. Si è deciso di mantenere la forma di capanna con tetto a tronco di cono della tradizione costruttiva locale. Nelle positive esperienze dei workshop degli anni scorsi gli studenti si erano impegnati con costruzioni di terra cruda e strutture in bambù. Quest’anno oltre al bambù l’ha fatta da padrone il legno d’eucalipto. Legno molto rigido e denso. Quanto fosse duro da segare a mano, lo hanno sperimentato direttamente gli studenti. Con l’eucalipto si sono fatti tutti i pilastri portanti dell’edificio circolare, anzi del doppio edificio, perché era composto da due cerchi concentrici: un edificio principale centrale chiuso, contornato da un porticato più basso, aperto verso l’esterno.
La vecchia costruzione si reggeva su un grosso palo centrale, divorato dalle termiti e dagli insetti, ed era deperita velocemente per le intemperie e l’acqua che non veniva eliminata convenientemente. La nuova scelta ha eliminato questo palo, lasciando completamente vuoto l’interno, e quindi lavorando sul perimetro con 12 pilastri portanti di eucalipto. Anche i correnti del tetto che partono dai pilastri sono stati fatti di eucalipto, montati con la tecnica del giunto reciproco, dove ogni elemento poggia su un altro e alla fine si sorreggono a vicenda. La struttura sale a cono e alla fine si presenta con un foro circolare centrale. Per la struttura secondaria, con gli elementi di listonatura orizzontale, si è utilizzato il bambù. Anche alcuni pilastri di eucalipto sono stati rinforzati col bambù. Il giunto reciproco non lo conoscevano sul posto ed è stata una proposta della Supsi che è piaciuta molto. Efficace e facile da montare. Anche il bambù è stata una proposta Supsi: sul posto abbonda, ma inspiegabilmente viene poco usato.
Il bambù è più leggero degli altri legni e staticamente funziona benissimo: in altre culture si fanno edifici in bambù da millenni. Far riscoprire alle popolazioni locali dei materiali e delle tecniche che ben si legano alle risorse di cui dispongono è un vero aiuto alla sostenibilità. Anche l’uso del mattone crudo andrebbe incentivato nelle zone rurali. Va benissimo per quei luoghi e ha costi energetici decisamente inferiori al mattone cotto o al mattone di cemento BKS.
In città il discorso può essere diverso. Quanto alla coltivazione dell’eucalipto, che ha il vantaggio di crescere in fretta, va sottolineata la controindicazione di spogliare il terreno, sottraendolo a una più utile ed ecologica funzione agricola. La strada di uno sviluppo nel rispetto dell’ambiente non è mai facile.