Bibliografia

- Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi, Salani Editore (Milano), V ristampa 2011, (300mila copie vendute), 51 pp. 

- Luciano Santini, I roditori italiani di interesse agrario e forestale, Consiglio nazionale delle ricerche (Roma), 1983, 168 pp.  

Semi di faggio (faggiole)

Chi ha smarrito una ghianda?

Alberi - Quando lo sviluppo del bosco è favorito da molti animali veicolatori dei semi
/ 22.05.2017
di Alessandro Focarile

Ai primi accenni della primavera e fino a una certa altitudine, le pendici dei monti mostrano precoci apparenze di colori, che si stagliano isolate sullo sfondo ancora grigio e invernale. Sono i tenui gialli dei noccioli (alcuni già fioriti nel tardo dicembre!), e poi dei salici. Essi inaugurano la sinfonia cromatica, con le infinite tonalità del verde, che si ripete ogni anno nell’esprimere il rinnovarsi della vita. Nel tempo, seguono gli avori rosati dei ciliegi, e dopo alcune settimane i bianchi amenti dei castagni. 

Esiste un bosco mai piantato dall’uomo e la cui origine è facilitata da molti protagonisti abitatori delle selve. Ma per parlare di uomini e boschi è inevitabile ricordare l’epopea di Elzéard Bouffier (del racconto L’uomo che piantava gli alberi), magistralmente narrata dal famoso scrittore francese Jean Giono. L’avventura umana di un oscuro contadino-pastore del Midi. Il quale, con un lavoro durato un trentennio (1900-1930 circa) aveva avuto il coraggio e la costanza, sorretti da una profonda consapevolezza del lavoro intrapreso, di trasformare una desolata landa dell’alta Provenza battuta da un vento incessante, in un bosco! E lo fece piantando centinaia di migliaia di alberi, sperimentando innumerevoli insuccessi, ma vedendo infine coronare i suoi sogni, quando riuscì a dare nuova vita a un territorio abbandonato dall’uomo durante molti secoli: «Ma se metto in conto quanto c’è voluto di costanza nella grandezza d’animo e di accanimento, nella generosità per ottenere questo risultato, l’animo si riempie di un enorme rispetto per quel vecchio: contadino senza cultura, che ha saputo portare a buon fine un’opera degna di Dio.» (Giono 2011). 

A livello europeo è stato certamente un caso isolato. Ma i veri protagonisti nella formazione di un bosco naturale sono molti alati e terrestri: ghiandaie, corvi e cornacchie, cince e lucherini, fringuelli, merli e tordi, nocciolaie d’alta quota, topolini e scoiattoli, i quali con la loro fame e il loro bisogno ancestrale di perpetuarsi, sono spesso all’origine della nascita dei tanti alberi che formano un bosco. 

Talvolta, osserviamo come taluni di essi sono visibilmente «fuori posto». Sono immersi, più o meno isolati, in una compagine arborea la quale, con le sue dominanze, mostra di essere per contro «al suo posto» trovando le condizioni ecologiche ottimali di impianto: per la posizione geografica, l’altitudine, l’esposizione (e quindi l’insolazione), la natura del suolo, l’apporto di acqua, di calore, e per il sufficiente nutrimento organico e minerale, grazie alla vitalità dell’humus. 

Parliamo di salici, pioppi, ontani, aggregati misti di latifoglie, castagni (che hanno quasi sempre soppiantato i querceti con roveri e farnie per l’opera dell’uomo). Una pineta, una faggeta, un’abetaia, una rossa fiammata di sorbi e, infine, un lariceto accompagnato magari dal pino cembro. Ciascuna di queste formazioni arboree registra nel tempo e nello spazio la vocazione naturale di un territorio. 

Vocazione che è lo specchio delle differenti esigenze ecologiche, che giustificano la loro esistenza, sempre dinamica. Seguendo questo profilo dal piano ai monti, che si sviluppa dai 200 metri delle rive dei laghi e della piana di Bellinzona fino ai 2000 metri delle Alpi ticinesi. Durante i loro incessanti spostamenti via aria e via terra, uccelli e altri animaletti silvestri possono smarrire o dimenticare i semi raccolti. Per tale ragione possiamo spesso osservare l’insediamento di alberi che vengono a trovarsi in ambienti a loro estranei. Come qualche castagno isolato in alta Leventina (Giof, di fronte a Madrano / Airolo). Oppure aceri e sorbi nelle peccete (Picea abies) della Valle Bedretto fino a 1800 metri di quota. O ancora, insoliti e cospicui aggregati arborei dominati dai sorbi che, qua e là rosseggiano vistosamente con le loro bacche laccate nell’autunno, al limite superiore del bosco. 

Chi ha creato questi boschi di sorbi? Gli uccelli, ghiotti delle bacche. 

La betulla, un albero gentile e all’apparenza delicato, è stato un robusto pioniere, insieme con il pino silvestre, nella formazione dei primi boschi che andavano popolando le nuove terre dopo il ritiro delle ultime retroguardie glaciali nei fondivalle, diecimila anni or sono. Nel tardo autunno, quando i frutti delle betulle sono maturi, cince, fringuelli e lucherini si danno da fare per disperderne i semi. Gli scoiattoli, comodamente seduti su una vecchia ceppaia, durante i loro banchetti possono dimenticare qualche seme, e l’humus del legno marcescente favorirà la germinazione di un nuovo abete. Arvicole e topolini creano talvolta magazzini di semi di faggio (le faggiole, vedi foto in alto) tra i sassi nel bosco. Qualcuno, dimenticato, germinerà, e un nuovo faggio arricchirà la selva. 

I semi contengono l’embrione di una nuova pianta. Diffondere i semi lontano dalla pianta madre, impedisce che essa debba dividere le risorse alimentari presenti in un territorio, talvolta molto limitato. Questo può diventare insufficiente, e quindi carente per garantire la «sopravvivenza di una nuova generazione» (Mancuso, 2015). 

La diffusione dei semi può avvenire in virtù di differenti fattori fisici (acqua, vento) e biologici. Conosciamo i semi leggeri e fluttuanti paracadutati dal vento, come quelli del soffione (Taraxacum officinale), dei pioppi e dei salici, che provocano le primaverili allergie. Semi trasportati all’interno di «ali», come in certe conifere (abeti, pini, larici – ma non nel pino cembro – aceri e tigli). Conosciamo, inoltre, alcune specie di formiche (dette «mietitrici»), che immagazzinano semi nelle loro dimore: micro-ambienti ideali per la germinazione a prova di acido formico. E, infine, la diffusione dei semi può avvenire perché trasportati da animali pennuti o pelosi. Gli uccelli sono ghiotti di bacche e quindi di semi. 

Per fare qualche esempio: dell’edera, i frutti maturano durante l’inverno (quando c’è scarsezza di cibo) e sono il cibo preferito dei tordi e dei merli. Le ghiandaie, durante i loro voli dimenticano o smarriscono qualche castagna, nocciola o ghianda. E la nocciolaia (Nucifraga caryocatastes – v. «Azione» del 21.03.2016, n° 12) ha accumulato troppi semi di pino cembro per potersene interamente nutrire, rendendo possibile la germinazione e la nascita di nuovi alberi. Le ciliegie selvatiche (Prunus avium), oltreché dagli uccelli, sono appetite dal topo quercino (Eliomys quercinus). Il rosso delle ciliegie mature attira tutti questi esseri, che si nutrono del frutto e diffondono i semi insieme con le loro feci, un ottimo fertilizzante. 

È un sistema molto efficiente e prezioso per le piante, che siano alberi o arbusti. La maturazione dei frutti è un fattore rilevante in quanto il frutto acerbo contiene anche sostanze tossiche sgradevoli per l’alimentazione e il seme non è ancora maturo. Grazie a questo meccanismo, la pianta si difende dalla precoce predazione animale prima che i semi siano maturi (Mancuso, 2015). In taluni casi, il passaggio nello stomaco (produttore di enzimi) facilita la distruzione della parte legnosa del seme stesso, favorendone la germinazione. 

Semi, alberi, boschi. L’uomo. Una lunga avventura insieme.