Alpi: si rimpiange la neve di un tempo

Quattro i fattori climatici attualmente in gioco – Seconda Parte
/ 19.03.2018
di Alessandro Focarile

Perché parliamo di neve? Si tratta di un elemento climatico che ha assunto durante diversi decenni in Europa, e con un crescendo esponenziale, un’importanza vitale per l’economia e la vita sociale di intere regioni alpine, alimentando considerevoli aspettative. La neve è una materia prima che dà opportunità di lavoro diretto e indiretto a qualche milione di persone coinvolte nell’industria (che tale si può definire) degli sport invernali. La presenza di neve sempre più aleatoria e irregolare da un inverno all’altro, comincia a divenire fonte di forti preoccupazioni. È un capitale naturale che comincia a scarseggiare, non più sicuro ogni inverno, come lo era in passato. Ricordiamo che le Alpi, nel cuore dell’Europa occidentale, occupano una superficie di 220mila chilometri quadrati, e sono popolate da 11 milioni di abitanti suddivisi in sette Paesi: Francia, Italia, Svizzera, Liechtenstein, Germania (Baviera), Austria e Slovenia.

I fattori climatici attualmente in gioco sono quattro. Anzitutto l’aumento della temperatura nel periodo autunno-invernale (evidenziato dalla diminuzione delle somme termiche inferiori a zero gradi nel periodo 1985-2014, e il documentato a Saint-Pierre, Aosta, 780 metri sml) condiziona l’epoca delle nevicate, e le conseguenti caratteristiche strutturali della neve, che può essere farinosa, leggera e contenente molta aria. Oppure pesante, densa e con molta acqua, quale risultato finale (primaverile), o a causa delle temperature elevate per la stagione. È una neve «vecchia», che ha subìto notevoli variazioni nella struttura dei cristalli che la componevano, fino alla loro scomparsa. Ciò che genera la conseguente caduta delle valanghe, risultato di una mancanza di coesione tra i vari strati delle nevicate che si sono succedute nel corso della stagione invernale.

Il secondo fattore è dato dall’aumento dei giorni di föhn (favonio) durante l’inverno, vento che accentua gli effetti della siccità e facilita lo scioglimento precoce (o fuori tempo) della neve (effetto Schnee-Frässer).

Quale terzo fattore abbiamo la drastica diminuzione della qualità delle precipitazioni liquide e solide (pioggia, neve). Questo fenomeno ha quale conseguenza primaria l’impoverimento delle falde freatiche dei corsi d’acqua, e una diminuita capacità di ritenuta dei bacini lacustri montani, e anche dei maggiori laghi insubrici.

Infine, come quarto fattore, si riscontra una sensibile accelerazione, nel corso degli ultimi anni, di condizioni climatiche sfavorevoli per la formazione di un manto nevoso sufficiente come quantità e persistente nel tempo sotto la soglia critica di 1600-1800 metri.

In conclusione, queste sono le tendenze climatiche che cominciano a delinearsi, e che ci aspettano nel molto prossimo futuro. Innanzitutto un’aggravarsi degli eventi meteorologici estremi (l’eccezionale nevicata del 10-12 dicembre 2017, che ha sconvolto l’Europa occidentale, ne è stato un clamoroso esempio), e la loro accentuata localizzazione geografica. Poi, una serie di fattori che agiscono in sinergia, acutizzando l’entità delle conseguenze. Fa meno freddo durante l’inverno, soprattutto nelle minime. Questo fenomeno ritarda l’epoca delle nevicate e, nel contempo, le sposta verso la primavera con tutti i risvolti economici per gli sport invernali. Piove di meno: i corsi d’acqua sono in secca, e i bacini lacustri montani, ma anche i grandi laghi insubrici, perdono di volume.

Meno acqua per i rifornimenti idrici umani, per la produzione di energia elettrica, per i pascoli, e anche per i cannoni da neve.

L’aumento dei giorni di föhn (favonio) ha anche sensibili conseguenze sulla tenuta del manto nevoso, e aumenta il rischio degli incendi. Il limite altimetrico del permafrost (suolo gelato in permanenza) si sposta progressivamente verso quote più elevate, liberando suoli un tempo compatti, ma che attualmente tendono a scivolare verso il basso per gravità provocando frane, alluvioni di fango, profonde alterazioni dell’ambiente alpino.

Il modello francese dell’organizzazione delle stazioni sciistiche alpine è stato progettato, realizzato, e finalizzato con robusti apporti da aggressive società immobiliari di Parigi e di Lione, che hanno acquistato intere montagne (pascoli e boschi). Spesso per cifre irrisorie (considerata l’entità delle superfici) da montanari ingenui e delusi dopo secoli di vita grama e difficile, e ben felici di poter scendere a valle, dove erano accolti dalle industrie elettro-chimiche. 

Queste entità imprenditoriali cittadine creavano dal nulla grandi complessi immobiliari dotati di impiantistiche d’avanguardia concepite unicamente per lo sfruttamento del capitale «neve». E che consentono al cliente di calzare gli sci fin davanti la porta di casa. Ma, durante l’estate, questi nuovi villaggi sono divenuti un altro tipo di deserto, estranei all’ambiente naturale che li ospita. Occorre ricordare che questo modello francese era stato realizzato, con vero spirito pionieristico, già in Italia prima dell’ultima guerra. In Piemonte al Sestriere e in Valle d’Aosta, dove la famiglia Maquignaz di Valtournanche aveva venduto i suoi pascoli nella conca del Breuil (poi divenuta Cervinia).

Questo cambio di proprietà aveva dato la possibilità di creare, anche qui dal nulla, quell’enorme discutibile complesso sciistico e immobiliare ai piedi del Cervino che conosciamo oggi dopo 80 anni. All’epoca, una cordata di imprenditori lombardi si era unita nell’avventura. Ma in Francia i montanari di Val d’Isère, di Mégève, dell’Alpe d’Huez (celebri stazioni) sono stati ignorati, e non hanno avuto più voce sul destino delle loro antiche terre. 

Il modello tirolese. I locali hanno conservato gelosamente le loro proprietà fondiarie. Essi si sono evoluti migliorando sempre di più la loro cultura di accoglienza e quindi l’economia dei luoghi nativi. Non sono fuggiti, e non hanno voluto perdere quello che era stato loro trasmesso dai loro avi: un bene che doveva rivelarsi prezioso. Una fitta rete di piccoli e medi alberghi a conduzione familiare (funzionanti durante tutto l’anno) caratterizza attualmente il turismo del Tirolo. I cui proprietari, strettamente locali, con una intelligente politica di efficiente accoglienza, hanno saputo fidelizzare la clientela che ritorna ogni anno.

Molto tempo prima, si era creato e sviluppato questo tipo di organizzazione turistica in Svizzera, realizzando gli aspetti più clamorosi di successo a Zermatt, a Grindelwald (Alpi Bernesi) e soprattutto a Saint-Moritz. Qui gli antichi montanari di Praborna (Zermatt) si sono trasformati in oculati e sagaci ristoratori e albergatori, ospitando e trasferendo turisti provenienti da tutto il Mondo, sempre all’agguato delle ultime novità in fatto di impiantistica, acquistando per esempio un avveniristico impianto per la produzione di neve artificiale in Israele per la modica somma di un milione e 400mila franchi. Da Zermatt si sale ai 3000 metri del Gornergrat, e ai 3500 del Plateau Rosa ai piedi della Gran Becca. 

Tra i modelli descritti, si sono realizzate anche varie forme intermedie di gestione, grazie al razionale impiego delle opportunità offerte in loco. Come attraverso la costituzione di cooperative, che uniscono l’atavico buon senso dei montanari (che hanno conservato la proprietà fondiaria) con l’apporto culturale e spesso finanziario dei forestieri. «È giunta la bianca visitatrice» scrivevano un tempo i cronisti. Il 10 dicembre 2017 è arrivata la neve in quantità generose e tanto attese dagli operatori valdostani e non solo. Ma con una «geografia» molto contrastata: 50-60 centimetri nel centro valle, molti di più verso il Monte Bianco, e molti di meno nelle valli orientali (Gressoney, Ayas). Nel Cantone Ticino a forti nevicate nell’alta Leventina, ha fatto riscontro la modesta caduta a Carì (20 centimetri). Le massicce nevicate nelle Alpi occidentali sono soltanto un episodio, ma la retta tendenziale degli ultimi 25 anni è inesorabilmente rivolta verso il basso.

Informazioni
la prima parte è uscita sul n° 8 di «Azione» del 19 febbraio 2018, clicca qui per vedere l'articolo.

Bibliografia
Giovanni Kappenberger & Jochen Kerkmann, Il tempo in montagna, Zanichelli (Bologna), 2004, 254 pp. Charles-Pierre Péguy, La Neige. Presses Universitaires de France (Paris), 1952, 119 pp.