Recentemente si è tenuto a Villa Negroni, a Vezia, il primo Non Profit Day, ossia la prima giornata di studio sulle tecniche e le soluzioni da applicare per risolvere i problemi delle aziende del settore non profit che raggruppa le fondazioni, le associazioni e le cooperative del nostro Cantone che orientano la loro attività verso scopi diversi da quelli di conseguire un profitto. Una settimana dopo circa, il vescovo Valerio Lazzeri annunciava pubblicamente di voler rinunciare alla sua carica tra l’altro perché gestire la diocesi era diventato per lui un compito superiore alle sue competenze e, si pensa, anche alle sue forze. Peccato che il Ceo della maggiore azienda del settore non profit ticinese abbia aspettato una settimana per comunicare le sue dimissioni. L’avesse fatto al Non Profit Day il suo intervento avrebbe potuto diventare il key speech di quella giornata di studio.
Ora l’attenzione dell’opinione pubblica ticinese si volge verso tre aspetti legati alla nomina del possibile successore. In primo luogo si vorrebbe sapere chi potrebbe essere. In secondo luogo si teme che non sia più un ticinese e che l’autonomia della diocesi di lingua italiana possa essere rimessa in discussione e, in terzo luogo, si formulano ipotesi sulla lunghezza del periodo di transizione dal vecchio al nuovo vescovo. A parte la questione della possibile perdita dell’autonomia, si tratta di quisquilie.I problemi veri della diocesi di Lugano sono infatti di un altro ordine: è necessario trovare nuove soluzioni per riequilibrare le sue entrate e le sue uscite. Infatti, finanziariamente parlando, la chiesa cattolica ticinese fa acqua da tutte le parti. Da anni si parla di queste difficoltà dovute, è bene sottolinearlo sin dall’inizio, all’insufficienza dei ricavi, ma finora nessuno sembra aver trovato una soluzione valida. La diocesi è un’azienda che fornisce servizi, soprattutto di carattere religioso, gratuitamente o quasi, alla popolazione di religione cattolica (che è sempre ancora la maggioranza della popolazione residente). Per svolgere questi servizi occupa un battaglione di collaboratori, remunerati più male che bene. Inoltre possiede un enorme patrimonio immobiliare (pensiamo solamente alle più che 600 chiese e oratori dispersi in tutto il territorio cantonale) che richiede costi di manutenzione ingenti e non produce, salvo rare eccezioni, un centesimo di rendita. Le fonti di entrata sono numerose e non staremo a enumerarle. Tuttavia caratteristica comune delle stesse è che sono insufficienti.
Da qualche anno la diocesi segue una politica di austerità finanziaria: la stessa però non sembra dare i frutti sperati. I disavanzi di esercizio si accumulano. Sembra che nel 2021 abbiano largamente superato il milione di franchi. Quest’anno, con l’inflazione, il disavanzo supererà quasi certamente i due milioni. Come si è già ricordato, il deficit della chiesa cattolica ticinese è strutturale e con il tempo non può che aumentare. Perché, lo ripetiamo, le entrate sono carenti. Secondo noi, per por rimedio a questa situazione non restano aperte che tre strade. La prima è quella di alienare il patrimonio immobiliare. Pochi sono però gli usi alternativi che si possono fare di chiese e oratori. Gli esempi però non mancano. In altri Cantoni, e per iniziativa di altre chiese, quella protestante in primis, sono stati fatti esperimenti interessanti. Le chiese sconsacrate sono diventate centri sociali, centri seminariali o addirittura sale per spettacoli e intrattenimenti. Agli investitori e agli speculatori più degli edifici religiosi potrebbero però interessare le superfici che questi occupano per costruirvi, che so, un nuovo supermercato, un albergo o un palazzo amministrativo. L’alienazione di parte del patrimonio immobiliare non costituirebbe però che una soluzione transitoria che consentirebbe al massimo di ridurre il pericolo del deficit per qualche anno.
La seconda strada che la diocesi potrebbe seguire (e in parte sta già seguendo) è quella della ristrutturazione con la riduzione drastica del numero delle parrocchie e dei servizi religiosi offerti. È tuttavia probabile che questo tipo di ristrutturazione si ripercuota negativamente anche sulle entrate. La terza strada sembra per finire la sola che prometta una soluzione stabile. Si tratterebbe, come è uso in altri Cantoni, di introdurre l’imposta di culto obbligatoria per i cattolici ticinesi. Basterebbe un gettito pro-credente modesto, probabilmente inferiore ai 100 franchi annui, per allontanare, per un paio di decenni almeno, le difficoltà finanziarie dal novero dei problemi di cui dovrà occuparsi il futuro vescovo.